La sfida Israele-Iran e gli interessi italiani

8 maggio 2018
Editoriale Open Society
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L’Italia spera che Trump, chiamato a decidere entro il 12 maggio, non stracci gli accordi con l’Iran. Nessuno può prevedere il futuro, ma il presente non è rassicurante. Alcuni giorni fa, Netanyahu ha denunciato il tentativo segreto dell’Iran di costruire sei bombe atomiche. Teheran ha smentito, ma Trump ha immediatamente rilanciato la denuncia: “Netanyahu dimostra che avevo ragione al cento per cento”. È chiaro che il premier israeliano sta cercando di aiutare Trump a ritirarsi dagli accordi ed è noto che iniziative pubbliche così eclatanti vengono sempre concordate tra governi alleati. Il caso dell’Iran pone una sfida importante e difficile alla diplomazia italiana.

La sfida è importante perché l’Italia è da poco tornata a essere il principale partner commerciale dell’Iran in Europa. I dati Eurostat dicono che, nel 2011, l’interscambio commerciale Iran-Italia era pari a 7 miliardi di euro per poi precipitare a 1,3 miliardi nel 2013, a causa delle sanzioni contro Teheran scattate nel 2012. La sfida è difficile perché gli interessi strategici dell’Italia sono in contrasto con quelli di Israele, di cui Trump è il grande protettore.

Il campo di forze in cui si muovono gli interessi italiani

Israele considera l’Iran un nemico mortale. A molti italiani un simile timore sembra incomprensibile, ma diventa razionale se impariamo a conoscere la mente dei capi di Stato, i quali  hanno una percezione del tempo molto diversa rispetto a quella delle persone comuni. L’acquisto della casa o l’educazione dei figli sono problemi che iniziano e finiscono nel volgere di vent’anni. I capi di Stato, invece, sono consapevoli che le loro scelte possono ripercuotersi nei secoli. Netanyahu è atterrito dall’Iran perché non percepisce il tempo in base alla durata della sua vita biologica, bensì in base alla vita politica dello Stato che guida.

Nella sua mente, lo Stato d’Israele continuerà a esistere anche tra duecento anni e vuole assicurarsi che nessun Paese del mondo potrà mai trovarsi nella condizione di distruggerlo. Pensare a un attacco dell’Iran contro Israele appare irrealistico, oggi. Tuttavia, potrebbe accadere tra cent’anni, soprattutto se il regime di Teheran riuscisse a costruire la bomba atomica. Le conseguenze di questo modo di percepire il tempo sono due.

La prima, nel medio periodo, è che Netanyahu cerca di spingere gli Stati Uniti a una guerra contro l’Iran, nella speranza che il regime iraniano venga abbattuto come quello di Saddam Hussein. Sarebbe il trionfo strategico di Netanyahu, il quale otterrebbe il massimo risultato senza dispendio di soldati. La seconda conseguenza, di breve periodo, è che Netanyahu opera affinché Trump si ritiri dagli accordi voluti da Obama per impoverire l’Iran con le sanzioni.

Credere che Netanyahu operi in questo modo perché è un uomo “malvagio” significa non avere maturato una concezione realistica della politica internazionale. Per comprendere le mosse di Netanyahu, dobbiamo tornare al modo in cui i capi di Stato percepiscono il tempo. L’Iran, diventando sempre più povero, produrrà meno missili, che peraltro fornisce anche ad Hamas, e dovrà rallentare la sua ascesa in Siria, verso i confini israeliani. In tal modo, anche quando Netanyahu sarà trapassato, l’Iran rimarrà nella condizione di non poter attaccare Israele, ma di essere attaccato.

Tuttavia, il ragionamento strategico di Netanyahu non si confronta con due problemi fondamentali. Il primo è che gli Stati Uniti, come ama ripetere John Mearsheimer, non sono “onnipotenti” e potrebbero perdere un’eventuale guerra con l’Iran oppure non vincerla: in Vietnam hanno perso e in Siria non hanno vinto. Inoltre, l’Iran è un Paese che gode della protezione di Putin, il quale si batterebbe con ogni forza per difenderlo dagli americani.

Il secondo problema è che le sanzioni non sempre scoraggiano i governi dalla costruzione della bomba atomica, come dimostra il caso della Corea del Nord. La guida suprema dell’Iran, percependo il tempo come Netanyahu, potrebbe temere per la vita del suo Stato e seguire le orme di Kim Jong-un. Francia e Germania stanno operando affinché Trump non si ritiri dagli accordi con l’Iran, in favore di una strategia basata sulla coesistenza pacifica. Manca il sostegno dell’Italia, diretta interessata, ma priva di un governo forte e stabile.

 

 

 

Quest’articolo è apparso precedentemete sulle pagine de “Il Messaggero”. Riprodotto per gentile concessione 

L'autore

Alessandro Orsini è professore associato di Sociologia del terrorismo e Direttore dell’Osservatorio sulla sicurezza internazionale della LUISS. È anche Research Affiliate al Center for International Studies del MIT di Boston e membro della Commissione per lo studio della radicalizzazione istituita dal Presidente del Consiglio


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