Un viaggio intellettuale fra i critici tedeschi del Sessantotto (che furono molti, e spesso dimenticati)

26 maggio 2018
FacebookFacebook MessengerTwitterLinkedInWhatsAppEmail

Quello che segue è un intervento per il convegno internazionale “Il Sessantotto e i suoi nemici”, organizzato dalla Fondazione Craxi, e di cui LUISS Open ha già pubblicato il discorso di apertura di Marco Gervasoni, docente alla LUISS di Storia comparata dei sistemi politici.

 

Alla fine degli anni Settanta ho avuto la fortuna di trascorrere un lungo periodo di studio in Germania, a Monaco di Baviera, come borsista della Konrad Adenauer Stiftung e successivamente della Alexander von Humboldt Stiftung. Il mio “Betreuer” presso la Fondazione von Humboldt era Nikolaus Lobkowicz, allora Rettore dell’Università di Monaco, grazie al quale entrai in contatto con i personaggi più significativi di quella che potremmo definire la corrente liberal conservatrice della cultura tedesca, certamente la più critica nei confronti della protesta studentesca del ’68: da Hans Maier (giurista) a Robert Spaemann (filosofo), da Friedrich Tenbruck (sociologo) e Hermann Luebbe (filosofo), solo per citarne alcuni.

Sempre grazie a Lobkowicz, entrai in contatto anche con Juergen Habermas, che allora insegnava a Starnberg presso il “Max Plank Institut fuer Erforschung der Lebensbedingungen der wissenschaftlich-technischen Welt” e che frequentavo con una certa assiduità. Pur da sponde opposte, anch’egli senz’altro un critico del ’68. Giocoforza quindi che il mio approccio al tema sia ancora oggi mediato da questi incontri.

Quando Habermas denunciò il “fascismo di sinistra”

Come è noto, il Sessantotto tedesco inizia a Berlino il 2 giugno del 1967, allorché gli studenti protestano contro lo Scià di Persia in visita in Germania e negli scontri con la polizia muore lo studente Benno Ohnesorg. In un successivo incontro pubblico organizzato dalla associazioni studentesche socialiste (SDS: Sozialistische Deutsche Studentenbund) ad Hannover per preparare le successive manifestazioni di protesta fu proprio Habermas a denunciare come “fascismo di sinistra” queste manifestazioni. Come racconta Karl Dietrich Wolf, oggi Editore e allora segretario della SDS (Cfr Micromega 1/2018), l’accusa sembrò abnorme, visto che ciò che Rudi Dutschke, il leader del movimento, aveva proposto erano soltanto “piccole provocazioni” e gli studenti, almeno fino a quel momento, non avevano rotto “neanche una finestra”. Oltretutto molte manifestazioni di quegli anni si ispiravano anche all’idea habermasiana della scomparsa di un’autentica “sfera pubblica” elaborata in  Strukturwandel der der Oeffentlichkeit (1962), ma Habermas le considerò come il segno di una sorta di connivenza con la violenza delle istituzioni, una forma di “comunicazione distorta”, in aperto contrasto con il potenziale comunicativo liberante della ragione. Poi, come è noto, si veda l’intervista concessa a Angelo Bolaffi per l’Espresso nel 1988, Habermas cambiò idea, quasi si pentì di aver usato quell’espressione contro gli studenti, subito diventata una sorta di sponda “controrivoluzionaria” per tutti coloro che, approfittando della rivolta studentesca, avevano soprattutto di mira un nuovo attacco alle “idee del 1789”.

“Nessuna emancipazione socialista senza la realizzazione dei diritti di libertà borghesi”: questo, in estrema sintesi, il senso della critica habermasiana all’“Aktionismus” studentesco.

Oggi Axel Honneth, un rappresentante importante di quella che viene definita la terza generazione della Scuola di Francoforte, sostiene che l’espressione di Habermas “fascismo di sinistra” fu forse inopportuna ma rappresentò anche una salutare messa in guardia rispetto ai rischi concreti di fascismo, presenti anche a sinistra. Secondo Honneth, potrebbe non essere così contraddittorio che molti protagonisti del movimento si ritrovino oggi tra le fila dell’estrema destra tedesca. Si pensi a Horst Mahler, uno dei fondatori della banda Baader-Meinhof, o a  Bernd Rabehl, uno dei più noti esponenti della SDS.

Gli antisessantottini di stampo liberal conservatore

In ogni caso, allorché si pensa alla critica del Sessantotto nella cultura tedesca non è certo Habermas a venire in mente per primo, considerato semmai, forse non sempre a ragione, come uno dei principali ispiratori di quel movimento. Vengono in mente piuttosto le reazioni che il movimento suscitò nella parte liberal conservatrice della cultura tedesca.

A tal proposito credo che sia opportuno fare riferimento a un’associazione, nata nel novembre del 1970 su iniziativa di alcuni professori, assistenti, studenti dell’università tedesca, nonché genitori, giornalisti e rappresentanti di diverse associazioni, proprio sulla scorta delle proteste studentesche del 1968: il cosiddetto “Bund Freiheit der Wissenschaft”. Per avere un’idea del rilievo di tale associazione, è sufficiente dare uno sguardo all’elenco dei suoi fondatori. Tra questi figurano Ernst Fraenkel, uno studioso ebreo, autore di un libro sul Nazionalsocialismo che fece scuola, Der Doppelstaat, e che può essere considerato il fondatore della scienza politica tedesca, Wilhelm Hennis, Helmuth Kuhn, Alexander Schwan, filosofi politici di fama internazionale, il giurista, divenuto poi ministro della cultura in Baviera, Hans Maier, il sociologo Friedrich Tenbruck, il filosofo Hermann Luebbe, lo storico Ernst Nolte.

Scopo dell’associazione era quello di “battersi contro la minaccia della libertà della scienza nell’insegnamento e nella ricerca”, che il movimento studentesco aveva messo in moto nell’università. Ma dietro l’attacco alla libertà di insegnamento e di ricerca il “Bund Freiheit der Wissenschaft” vedeva anche altre insidie, forse più preoccupanti ancora. Il giudizio negativo sul 68 di molti di questi autori non riguarda infatti la volontà degli studenti di partecipare maggiormente alla riorganizzazione dell’Università nel suo complesso (su questo tema a Berlino di discuteva già nel 1964); non riguarda neanche il fatto che gli studenti protestassero per una maggiore “distensione” con la DDR o contro la guerra americana in Vietnam; il giudizio negativo sopraggiunse invece allorché fu chiaro che la protesta si sarebbe trasformata in un vero a proprio attacco ai fondamenti e alle libertà dello stato di diritto (cfr il discorso di Richard Loewenthal, in occasione della fondazione del Bund Freiheit der Wissenschaft, dal titolo “Demoktatisches Prinzip und Leistungsprinzip in der Hochschule”).

La posizione cangiante di Ernst Nolte

Come ebbe a dire Ernst Nolte, l’inizio del movimento “fu del tutto liberale”; “ci si sarebbe potuto senz’altro immaginare che la battaglia politica nei parlamenti, nelle associazioni e sulle strade si sarebbe fatta più dura grazie alla partecipazione degli studenti, ma le soluzioni avrebbero seguito le tradizionali vie politiche, lasciando sostanzialmente in pace le università”. Invece, sempre secondo Nolte, ci furono due circostanze che contribuirono a porre le cose diversamente. La prima fu l’esasperazione ideologica prodotta dal connubio tra la “scienza  critica” francofortese e la “scuola marxista di Marburgo” (Wolfgang Abendroth); la seconda fu la “comprensibile paura” per ciò che accadeva per le strade che indusse molti politici a concentrare la loro attenzione sull’Università, con un’indulgenza per ciò che vi accadeva che per i liberalconservatori era una sorta di colpevole complicità. “La nuova indignazione per il passato nazionalsocialista venne associata al presente americano; concetti come “capitalismo” o “massimizzazione del profitto” divennero le parole magiche per entrare nel regno della luce, mentre i postulati francofortesi della ‘società razionale’ e della ‘discussione libera da dominio’ esasperarono la sensibilità per l’incompiutezza della realtà come mai era stato fatto prima”. Tutto ciò fece sì che le richieste di riforma del sistema universitario prendessero un’altra piega “Il vecchio postulato della partecipazione degli studenti al governo dell’Università venne collegato paradossalmente al nuovo concetto della lotta di classe degli studenti oppressi contro il potere dittatoriale dei professori ordinari”. Non si trattava più di cambiare certe “strutture arrugginite”, bensì “tutte le strutture” della società, secondo un modello che assomigliava sempre di più a quello del “socialismo reale” della DDR coltivato nella scuola di Marburgo, specialmente dopo che la gran maggioranza delle associazioni studentesche socialiste (SDS: Sozialistische Deutsche Studentenbund) erano confluite nel movimento marxista radicale denominato “Spartacus” (MSB: Marxistische Stuedentenbund). (E. Nolte, Wissenschaft und Politik, in T. Nipperdey (Hrsg.), Hochschulen zwischen Politik und Wahrheit, Edition Interfrom, Zuerich 1981, pp. 75-78).

A proposito della Scuola di Marburgo, giova forse ricordare anche la posizione di Werner Hofmann, un sociologo marxista ortodosso, che guardò sempre con sospetto il movimento studentesco, denunciando il carattere “piccolo borghese” dei tentativi di occupazione delle aule universitarie, ma che, dopo la sua improvvisa morte, il movimento ne fece una sua bandiera. Ne parla Nolte nel suo ultimo libro, “Rueckblich auf mein Leben und Denken”.

La posizione di Nolte nei confronti del Sessantotto è interessante soprattutto perché a suo avviso si trattò semplicemente dell’ultima manifestazione  della cosiddetta “guerra civile europea”. Lo dice espressamente nell’ultimo suo libro, raccontando di uno studente che dopo una conferenza quasi gli saltò addosso gridando pieno di livore: “Nel 1933 ci avete rinchiusi nei campi di concentramento”. “Lì mi fu chiaro definitivamente – dice Nolte – che non si trattava dell’inquietudine di una giovane generazione, bensì della rinascita di un’ideologia potente che, sconfitta dal Nazionalsocialismo, si riproponeva con la stessa violenza nel tentativo di ‘annientare le classi dominanti degli sfruttatori’”.

Il ’68 e la Germania divisa tra comunisti e anticomunisti

Non intendo discutere se il Sessantotto fu o no l’ultima variante della guerra civile europea di cui parla Nolte; di certo però dalle parole di Nolte si capisce la specificità che il Sessantotto assunse all’interno di una parte molto significativa della cultura tedesca. Nel tentativo di voler fare i conti finalmente col Nazionalsocialismo, che veniva identificato ormai col colonialismo americano e col capitalismo in quanto tale, il movimento degli studenti radicalizzò un conflitto ideologico, quello tra comunisti e anticomunisti, che in Germania era uscito già piuttosto radicalizzato dalla sconfitta nella seconda guerra mondiale e che in quegli anni si dispiegava, non tanto e non solo nei dibattiti accademici, bensì sulla ben più scottante linea di confine tra due stati. Naturale dunque che i temi che infiammarono il Sessantotto tedesco fossero il “superamento del passato” e il timore che col passato, ossia col Nazionalsocialismo sempre definito Fascismo, non si volesse fare i conti, la “riunificazione” della Germania e la “distensione” tra le due Germanie: tutti temi che riproponevano il conflitto tra comunisti e anticomunisti. Naturale altresì che uno dei punti sui quali si concentrò la critica liberalconservatrice nei confronti del movimento del Sessantotto fosse rappresentata proprio dal mancato riconoscimento da parte del movimento del  patto antitotalitario sul quale si fondava la BRD, la seconda democrazia tedesca.

In effetti il movimento degli studenti tedeschi, a partire da Rudi Dutschke che proveniva dalla DDR, non era certo tiepido nei confronti del “socialismo reale”; l’invasione della Cecoslovacchia da parte dell’Unione Sovietica, avvenuta proprio nel 1968, venne stigmatizzata con una certa durezza dal movimento. In un’intervista  rilasciata poco prima della sua morte avvenuta una decina d’anni dopo l’attentato subito nel 1968, Rudi Dutschke dichiarò apertamente che il luogo simbolico del movimento doveva essere collocato a Praga, non a Parigi o nelle città americane. Solo che, è sempre Dutsche a sottolinearlo, gli studenti della SDS non lo compresero; non compresero che a Est gli studenti volevano liberarsi precisamente da quel comunismo che a Ovest si sarebbe voluto invece realizzare.

Il Movimento e la difficile accettazione dell’antitotalitarismo

Come scrisse Hermann Luebbe, il movimento considerava l’anticomunismo come “un alibi per l’incapacità di molti tedeschi di rafforzare in senso socialista la nuova democrazia” (“Il 1968. Un revival politico-romantico nella storia tedesca”, in Id., “La politica dopo l’Illuminismo”), e quindi, non solo non accettò mai la tesi antitotalitaria (anche anticomunista) che stava alla base della BRD, ma il suo obbiettivo consisteva espressamente nel “superamento del sistema” della cosiddetta democrazia formale. Helmuth Schelsky scrisse in proposito un saggio dal titolo “Die Strategie der Systemueberwindung. Der lange Marsch durch die Institutionen”, pubblicato per la prima volta sulla FZ il 10/12/1971 e che ebbe vasta eco perché immediatamente tradotto in inglese da Edward Shils. Ciò che Schelsky definisce come “superamento del sistema” è “il tentativo da parte di una generazione di intellettuali di prendere le posizioni di potere nella società, con lo scopo di dar vita a un sistema di tutela sociale dei lavoratori da parte di una nuova classe dominante”.

Questa nuova classe dominante è rappresentata, secondo Schelsky, dagli intellettuali, da lui definiti come la nuova “casta sacerdotale” che trasforma la democrazia in uno “spettro”, in una sorta di dittatura pedagogica che opera con la spada ideologica della democratizzazione di tutti gli ambiti della vita sociale. Siamo insomma alla “democrazia clericale degli intellettuali”.

Il contributo critico di Hermann Luebbe

Altra figura di primo piano tra  i critici del movimento del Sessantotto è quella di Hermann Luebbe, anche lui tra i fondatori del “Bund Freiheit der Wissenschaft”, convinto che il movimento fosse da considerarsi fallimentare su tutti i fronti. A suo avviso, sul fronte della riforma universitaria il movimento studentesco avrebbe svolto semplicemente una funzione di “disturbo” a un processo di riforma che si era messo in moto già nel 1960, con proposte concrete sulla “riorganizzazione del personale docente”, sulle discipline d’insegnamento e sulle nuove sedi universitarie istituite in quegli anni (Bochum, Regensburg, Costanza e Bielefeld). Quanto alla favola secondo la quale sarebbe stato grazie al movimento studentesco che la Germania avrebbe incominciato a fare i conti col proprio passato nazionalsocialista, fino ad allora rimosso, Luebbe elenca una lunga serie di elementi che dimostrerebbero il contrario: il diario di  Anna Frank costituiva oggetto di lezioni nelle scuole fin dall’immediato dopoguerra; nel 1946 venne pubblicato sia il libro di Eugen Kogon, Der SS-Staat, sia quello di Karl Jaspers, Die Schuldfrage; la raccolta dei più importanti documenti della dittatura nazionalsocialista ad opera di Walther Hofer (Nationalsozialismus. Dokumente 1933-1945) raggiunse le 150mila copie già nel 1957, anno della sua prima pubblicazione; lo studio di Bracher sulla fine della Repubblica di Weimar pubblicato nel 1955 e divenuto subito argomento di discussione accademica; i professori ebrei ritornati a insegnare in Germania (da Schoeps a Horkheimer, da Adorno a Helmuth Plessner). “L’affermazione secondo cui vi sarebbe stato bisogno del grido degli studenti privi di autocensura, affinché gli orrori della dittatura nazionalsocialista diventassero finalmente un tema accademico, rappresenta di per sé – secondo Luebbe – un atto di auto-sopravvalutazione morale e politica”. Ma ciò che Luebbe soprattutto critica del Sessantotto è l’equiparazione che in esso viene data per scontata tra fascismo e “capitalismo monopolista”. Un’equiparazione che, come sappiamo, trova proseliti non soltanto nel Sessantotto tedesco. La “tolleranza repressiva“ e il “grande rifiuto” di cui parlava Herbert Marcuse, divennero lo strumento di legittimazione della violenza contro la società capitalistica, identificata appunto con il fascismo, che accomunava sia le proteste negli Sati Uniti sia quelle di gran parte degli studenti europei.

Oltre a questo errore dagli effetti devastanti, la critica liberalconservatrice del Sessantotto ne evidenzia almeno altri due. Il primo di questi errori, che però non si sarebbe mai verificato senza la complicità di partiti e istituzioni che avrebbero dovuto vigilare e agire diversamente, riguarda la promozione in massa di giovani accademici, con il conseguente abbassamento della loro qualità. Nella scuola in generale questo atteggiamento produsse un abbassamento degli standard di rendimento che, alla lunga sarebbero andati proprio a svantaggio di coloro che avrebbero dovuto giovarsene: i più poveri, i più svantaggiati. La diffusione della sperimentazione didattica, contro la quale Robert Spaemann scriverà pagine bellissime, trova in questo spirito di democratizzazione della scuola la condizione che la rese possibile.

Il secondo errore riguarda il carattere anti-istituzionale tipico del Sessantotto, gli attacchi continui alla “democrazia formale”; un errore che secondo molti critici, da Spaemann a Lobkowicz a Maier o a Luebbe, farebbe sentire ancora oggi i suoi effetti. Non dimentichiamo che in quegli anni Habermas parlava di Democrazia come “libertà dal potere”. Mirabile in proposito la polemica con Robert Spaemann sulla rivista “Merkur”.  Nikolaus Lobkowicz, che gli studenti chiamavano sprezzantemente Lobo, ha scritto pagine molto belle sulla coazione marcusiana “ a combattere un ordine che in ultimo è da considerarsi cattivo soltanto perché è possibile pensarne uno migliore”. Nel giro di Lobkowicz circolava spesso la battuta di MacIntyre che considerava il Sessantotto come la “prima rivolta finanziata dai genitori”, una crociata più che un vero e proprio movimento rivoluzionario.

“Riassumendo – scrive Luebbe – si può affermare come dal punto di vista politico il movimento del 68 abbia minato la sensibilità verso i presupposti istituzionali di una democrazia liberale, organizzata secondo il diritto. La politicizzazione e la democratizzazione di ogni ambito di vita divenne programmatica anche nei discorsi dei congressi di partito”.

Rivendicazione di diritti senza riferimento ai doveri e alla responsabilità, erosione progressiva del valore della legge, crisi delle tradizionali istituzioni educative come famiglia e scuola, crisi di tutto ciò che è trascendente, diciamo pure non riducibile a immediatezza discorsiva (Dio, essenza, sovranità), e superficiale spiritualizzazione della vita (pacifismo, terzomondismo, ecologismo, emotivismo, edonismo, pansessualismo e astrattezza intellettualistica). Questo il lascito più rilevante del Sessantotto, secondo la critica liberal-conservatrice tedesca.

L'autore

Sergio Belardinelli è professore ordinario di Sociologia dei processi culturali e comunicativi all’Università di Bologna


Articoli correlati