Così Nixon e la “maggioranza silenziosa” sgonfiarono il Sessantotto americano

4 giugno 2018
Editoriale Open Society
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Quello che segue è un intervento per il convegno internazionale “Il Sessantotto e i suoi nemici”,
organizzato dalla Fondazione Craxi. LUISS Open ha già pubblicato il discorso di apertura di Marco
Gervasoni, docente alla LUISS di Storia comparata dei sistemi politici, e l’intervento di Sergio
Belardinelli, docente di Sociologia all’Università di Bologna, sulla ricezione del ‘68 in Germania

Nel 1965, durante la presidenza di Lyndon Johnson, Ronald Reagan, in quel momento candidato governatore per la California, in un moto di reazione di fronte alle dimostrazioni studentesche contro la guerra nel Vietnam, disse che le attività dei dimostranti potevano essere riassunte in tre parole: “Sex, drugs, and treason”. Meno brutale nei termini fu George F. Kennan, ma ben più sostanziale nel contenuto. Scrisse il 21 gennaio 1968 nel supplemento domenicale del Times: “Tutti noi della nostra generazione possiamo capire una cosa sola: la sconcertante somiglianza di un simile comportamento con certi fenomeni cui abbiamo assistito e che furono all’origine, in altri paesi, dei regimi totalitari”. Alle affermazioni di Kennan seguì un profluvio di proteste da parte di moltissimi giovani studenti americani, alcuni dei quali, tuttavia, presentarono interessanti controdeduzioni alle affermazioni di Kennan. La “sinistra radicale” – era questa la definizione che Kennan attribuì al movimento studentesco americano – in quell’anno, il 1968, già dava però i primi segni di disgregazione, soprattutto dopo l’elezione alla presidenza di Richard Nixon. Nixon diede voce alla “maggioranza silenziosa” che aveva assistito sconcertata agli anni di turbolenza nelle Università americane, e non solo.

Era quella maggioranza di padri e di madri che avevano vissuto gli anni cinquanta in uno stato di benessere dopo la fine della guerra e che ora vedevano il proprio mondo minacciato dai propri stessi figli che giudicavano quegli anni come “the age of the slob”, quell’età dell’individualismo egoistico, ora contestato proprio da coloro che ne avevano usufruito: un mutamento radicale che fu descritto dal sociologo William H. Whyte Jr., già nel 1956, in “The Organization Man”, dove analizzava il tramonto dell’etica protestante negli Stati Uniti. Gli “happy days” di Eisenhower erano ormai un ricordo del recente passato e, proprio perché recente, esso creava un senso di smarrimento e di preoccupazione nelle famiglie americane, mentre i figli, i baby boomers, ridicolizzavano la società che aveva dato loro benessere e sicurezza.

Fu proprio Lyndon Johnson a trovarsi nel bel mezzo della bufera studentesca, mentre la guerra nel Vietnam era drammaticamente al centro dell’attenzione dell’Amministrazione. Johnson tentò di affrontare le questioni interne, varando il progetto della “Great Society”, consistente in una grande politica federale di aiuto alla parte più povera della popolazione, e istituendo un gran numero di agenzie a questo scopo. La spesa federale aumentò in modo esponenziale, ma i risultati furono deludenti. Qualche anno dopo, tutte le rilevazioni federali concordarono sul fatto che, nonostante il programma di Johnson, la povertà era aumentata, non diminuita. Il presidente allargò i confini dei diritti civili per gli afro-americani, ma proprio questa era la battaglia centrale del movimento che si batteva per l’estensione totale di questi diritti. La rivista “Life” giudicò gli anni sessanta “a decade of tumult and change”, ma, in effetti, il cambiamento voluto dal movimento aveva una profondità, una radicalità che la politica ancora non concepiva.

 

La principale differenza tra il Movimento americano e quello europeo

Tuttavia, occorre puntualizzare un aspetto molto importante del movimento americano rispetto a quello europeo. Tranne che per poche frange politicizzate in senso eversivo, il movimento studentesco americano fu un movimento spontaneo, che aveva certamente diversi obiettivi da perseguire, ma sempre nell’ambito del sistema sociale vigente, liberale – il riferimento costante era allo “spirito del ’76” –, mentre in Europa il movimento si connotò ben presto in senso rivoluzionario, marxista, tendente al sovvertimento totale dell’assetto sociale ed economico. Questo spiega – anche se in parte – perché il movimento americano si dissolse una volta che fu messa mano, come vedremo, alla soluzione di molte questioni facenti parte del bagaglio delle rivendicazioni, mentre per l’Europa il movimento tendente al ribaltamento marxista della società ebbe vita più lunga perché l’obiettivo era pantoclastico, tanto che ben presto esso si trasformò in terrorismo per tutti gli anni settanta. Da questo punto di vista, Kennan aveva ragione, ma limitatamente agli esiti europei. Isaiah Berlin ebbe parole più precise nel merito della scelta terroristica del movimento di contestazione europeo: “La retorica pretenziosa, l’oscurità e la vaghezza deliberate o coattive, il chiacchiericcio metafisico farcito di irrilevanti o fuorvianti allusioni a teorie scientifiche o filosofiche comprese solo a metà, o a nomi famosi, sono vecchi espedienti per occultare la povertà o la confusione del pensiero”. Una vera e propria truffa, concludeva Berlin. Se non peggio.

La “maggioranza silenziosa”, che negli anni del democratico Johnson non era stata presa in considerazione, guardava agli anni del repubblicano Eisenhower con rimpianto e riconoscenza: il presidente aveva ridato stabilità e sicurezza dopo gli anni della guerra e ora, invece, la guerra si era trasferita all’interno della stessa società americana. “My country right or wrong” era la parola d’ordine di questa maggioranza, che finiva per odiare più i contestatori interni che gli stessi Vietcong, perché erano i veri comunisti che minavano dall’interno la società americana. Era una società che, negli anni di Eisenhower, aveva goduto di un taglio delle tasse spettacolare, che aveva fatto guadagnare a una famiglia americana il 30% in più di quanto guadagnasse dieci anni prima, e di una notevole stabilità del costo della vita. Tutti fattori che portavano la “maggioranza silenziosa” a nutrire disprezzo per i propri stessi figli. Uno scontro generazionale che forse mai gli Stati Uniti avevano vissuto.


L’epocale cambio di fronte della “maggioranza silenziosa”

La “maggioranza silenziosa” votò Richard Nixon alle primarie e poi gli garantì la vittoria nelle elezioni presidenziali. Era un repubblicano, un conservatore, a suo tempo vicepresidente di Eisenhower, e perciò era considerato un politico in grado di riportare il paese non tanto ai fasti degli anni cinquanta, ma almeno a una nuova stagione di sicurezza interna. “Legge e ordine” erano divenute le parole d’ordine di questa maggioranza, composta dal ceto medio dei sobborghi benestanti delle grandi città, dai bianchi delle città e delle campagne e dalla gran parte degli abitanti bianchi degli Stati del Sud. A questo proposito, v’è da dire che, per la prima volta, dopo la vittoria di Nixon, la gran parte dei bianchi del Sud si spostò elettoralmente dal Partito Democratico a quello Repubblicano, un trasferimento veramente epocale, una rivolta contro una rivolta. Il voto del Sud al Partito Repubblicano restò un dato fisso nella politica americana. Per ottenere e rendere stabile questo risultato, Nixon, in previsione delle elezioni del 1972, varò la cosiddetta “Southern strategy”, una strategia che ribadiva la centralità dell’elemento bianco nella società del Sud, ma, nello stesso tempo, permetteva che il processo di desegregazione varato da Johnson proseguisse regolarmente, compreso il trasporto integrato negli autobus scolastici, tanto è vero che durante il 1970 la gran parte dei distretti scolastici furono integrati. Questa politica del doppio binario non convinse il movimento per i diritti civili, che voleva risultati più rapidi e incisivi, ma per Nixon era indispensabile assicurarsi definitivamente il voto dei bianchi del Sud – la “maggioranza silenziosa” meridionale – per il Partito Repubblicano. Comunque, l’elemento bianco si convinse che il repubblicano Nixon fosse dalla sua parte e, nello stesso tempo, gli afro-americani del Sud accompagnarono nella sostanza il trend di integrazione in atto. In questo modo, Nixon staccò il Sud dal contesto generale di contestazione e rivolta, permettendo di applicarsi alla risoluzione di altri problemi al centro del conflitto sociale generale.

Così, con un paradosso solo apparente, Nixon varò provvedimenti intesi a venire incontro al movimento di contestazione. In realtà, come vedremo, Nixon varò intelligentemente iniziative che finirono per eliminare le ragioni della protesta studentesca, per svuotare la contestazione dei suoi aspetti più radicali e che, nello stesso tempo, non allarmarono la sua “maggioranza silenziosa”. Innanzitutto, attivò il governo federale su alcuni temi di primaria importanza, quali la lotta alla droga, i buoni alimentari, il Medicare e il Medicaid, continuando così la politica della “Great Society” di Johnson. Nixon comprese che la “maggioranza silenziosa” aveva bisogno della protezione del governo federale in un momento critico nella storia della società americana. Inoltre, abbassò a 18 anni la soglia per accedere al voto. In questo modo, i giovani americani, secondo il suo punto di vista, avrebbero potuto esprimersi senza ricorrere alla protesta e alla violenza. Soluzioni pragmatiche, di cui Nixon si dimostrò maestro. Per quanto riguarda, poi, la questione dei diritti civili, con il “Philadelphia Plan” il presidente introdusse l’“affirmative action”. Quest’ultima iniziativa fu decisiva per placare gli animi degli afro-americani, anche se nel tempo sarà oggetto di critiche severe.

Il 3 novembre 1969 Nixon pronunciò un discorso televisivo che ebbe una audience di 50 milioni di ascoltatori: un discorso alla “maggioranza silenziosa” che ebbe un enorme impatto sugli americani. Nixon si impegnò a chiudere la guerra nel Vietnam, ma contemporaneamente criticò senza mezzi termini gli oppositori alla guerra definendoli una minaccia per le libertà americane. “Il Nord Vietnam – disse – non può sconfiggere o umiliare gli Stati Uniti. Soltanto gli americani possono farlo”. Quest’affermazione scosse i milioni di ascoltatori; e “a voi – concluse Nixon – la grande maggioranza silenziosa dei miei compatrioti, chiedo di aiutarmi”. Il discorso di Nixon ottenne una grande approvazione con una vera e propria valanga di lettere e telegrammi. Le successive rilevazioni dimostrarono che il 70% degli americani si identificava con la “maggioranza silenziosa”.

Tuttavia, nello stesso tempo, Nixon capì che una parte delle richieste dei contestatori erano giuste e si impegnò a dare risposte positive. Alla vigilia delle elezioni presidenziali del 1972, Nixon fece alcuni passi fondamentali: abolì la coscrizione obbligatoria e introdusse l’adesione volontaria alle forze armate, varò un sistema di aiuti finanziari agli studenti più bisognosi, moltiplicando le possibilità di accesso al college. In questo modo, il presidente allentò la pressione dei contestatori della guerra del Vietnam e rassicurò la sua “maggioranza silenziosa”. Tutte queste iniziative ebbero l’effetto di ridurre la tensione nell’opinione pubblica americana, mentre già nel 1969 si intravedevano i primi segnali di decadenza del movimento studentesco; in quello stesso anno, la maggiore organizzazione, gli Students for a Democratic Society, si scioglieva. Così, mentre il 1968 vedeva l’acme della contestazione in Europa, negli Stati Uniti si avvertivano chiaramente i primi segni della ritirata, che si completò nell’anno successivo.

 

Nixon e il movimento delle donne

Uno dei capitoli più importanti dell’azione di Nixon riguardò il movimento delle donne. A questo problema il presidente americano diede un’importanza particolare, consapevole del ruolo femminile in seno alla “maggioranza silenziosa”. Nel marzo 1972, il Senato varò l’Equal Rights Amendment, che fu ratificato entro l’anno da ben 22 Stati. Successivamente, fu approvata una legge di fondamentale importanza che eliminava qualsiasi discriminazione, sulla base del sesso, nel campo dell’istruzione di ogni grado e in quello delle attività che ricevevano assistenza finanziaria federale. Inoltre, si vietò l’espulsione delle giovani donne in stato di gravidanza dalle scuole pubbliche. Infine, si introdusse il bilinguismo nelle scuole del Sud-Ovest massicciamente frequentate dai messico-americani. Così, al momento delle nuove elezioni presidenziali, Nixon aveva varato un’imponente legislazione che finì per svuotare di contenuti il movimento di contestazione che aveva caratterizzato la storia degli Stati Uniti per tutti gli anni sessanta, permettendogli di applicare la sua Amministrazione alla questione cruciale relativa all’uscita degli Stati Uniti dalla guerra del Vietnam.

 

Quello proposto è un intervento per il convegno internazionale “Il Sessantotto e i suoi nemici”, organizzato dalla Fondazione Craxi. LUISS Open ha già pubblicato il discorso di apertura di Marco Gervasoni, docente alla LUISS di Storia comparata dei sistemi politici, e l’intervento di Sergio Belardinelli sulla ricezione del ‘68 in Germania

L'autore

Antonio Donno è professore ordinario di Storia delle Relazioni internazionali all’Università del Salento di Lecce


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