L’attuale panorama politico italiano conferma che Machiavelli aveva ragione. Lezioni per le democrazie in crisi

13 giugno 2018
Editoriale Open Society
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L’Italia è considerata la culla della scienza politica moderna, e a ragione. Il fiorentino Niccolò Machiavelli infatti non solo scrisse “Il Principe”, ma anche i meno celebri “Discorsi sopra la prima Deca di Tito Livio”, pubblicati nel 1517, in cui l’autore rifletteva sull’ascesa e sulla caduta della Repubblica romana avvenuta secoli prima. Le lezioni sulla sopravvivenza delle Repubbliche rimangono importanti per l’oggi, sia per l’Italia sia per tutte le altre democrazie occidentali. Machiavelli, muovendosi sulle orme dello storico greco Polibio, giunse alla conclusione che la migliore forma di governo è una miscela bilanciata di monarchia (o potere esecutivo), aristocrazia (cioè il comando di pochi), e democrazia (cioè il potere della moltitudine). Nessuno di questi princìpi, se applicato da solo, avrebbe potuto garantire invece una stabilità duratura. La monarchia pura sarebbe degenerata inesorabilmente in tirannia, l’aristocrazia in un’oligarchia e la democrazia nel dominio delle masse. Solo quando ciascuno di questi princìpi fosse riuscito a coesistere con gli altri due, bilanciandosi a vicenda, si sarebbe potuto stabilire un certo equilibrio. Il modello si riflette nelle democrazie contemporanee con un potere esecutivo, una legislatura rappresentativa (con un presidente del Consiglio nei sistema parlamentari) e un pubblico che vota.

Nelle ultime settimane, in Italia, abbiamo assistito all’ennesima dimostrazione del valore delle intuizioni di Machiavelli sulla governance costituzionale delle repubbliche. Due partiti populisti ed euroscettici, il Movimento 5 Stelle e la Lega, hanno vinto infatti una maggioranza di seggi parlamentari alle elezioni dello scorso marzo. Tuttavia il Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, si è rifiutato in prima battuta di dare il via libera a un governo di coalizione proposto da queste due forze politiche e che includeva un ministro dell’Economia – Paolo Savona – conosciuto per le sue critiche alla moneta unica e ad altri obblighi comunitari, oltre che per un suo cosiddetto “Piano B” da attuare come extrema ratio per abbandonare l’euro. Temendo un collasso finanziario, con annessa fuga dai conti correnti delle banche e dai titoli di Stato italiani (che sono detenuti in larga parte dagli stessi cittadini italiani), Mattarella ha sostenuto che, non avendo i partiti in questione fatto campagna elettorale sull’uscita dall’euro, il dibattito pubblico non avesse adeguatamente informato gli elettori sulle conseguenze di una scelta simile il ministro in questione, Paolo Savona, avrebbe potuto fare.

In Italia il Presidente della Repubblica è eletto in maniera indiretta dai rappresentanti della Camera, del Senato e delle autorità regionali. Egli si staglia al di sopra del corpo elettorale e ha il compito di proteggere la Costituzione e l’interesse generale di tutti gli italiani. Una volta che Movimento 5 Stelle e Lega hanno cambiato di posto al ministro Savona, solo allora il Presidente Mattarella ha dato il via libera al nuovo esecutivo. Questo episodio italiano sottolinea ancora una volta il ruolo essenziale che le autorità costituzionali devono esercitare in una Repubblica per controllare il potere di maggioranze elettorali che, comunque sia, non rappresentano gli interessi della totalità di una società. Come sostenuto da Jean Pisani-Ferry, il compito vitale che le democrazie oggi devono svolgere è quello di “riconciliare il diritto dei cittadini di compiere scelte radicali” con il bisogno di assicurarsi che tali decisioni – che avranno un impatto su tutti i cittadini – “siano frutto di una deliberazione pubblica sufficientemente informata e da cui emerga l’espressione di una volontà popolare chiara e coerente nel tempo”.

In qualche modo questo insieme di problemi si pone per tutte le società aperte in cui il potere partecipativo dei social media – che ha contribuito alle vittorie populistiche in Italia, nel referendum sulla Brexit, così come nelle ultime elezioni federali negli Stati Uniti – sta mobilitando le masse con una energia mai vista prima.

Su The World Post di questa settimana, esaminiamo una serie di proposte che tentano di occuparsi delle attuali disfunzioni della democrazia occidentale, poi guardiamo al caso del Brasile che potrebbe essere il prossimo Paese in cui assisteremo a una rivolta populista in corrispondenza delle elezioni di ottobre.

Da Oslo, lo scienziato politico Knut Heidar teorizza che il modo migliore per correggere l’attuale configurazione democratica non sia quello di rafforzare le istituzioni repubblicane ma di aumentare il dosaggio di democrazia nel sistema. Egli osserva che un cittadino americano su cinque avrebbe in teoria il diritto di voto ma non è registrato per farlo, e ciò si traduce in un’affluenza elettorale più bassa che in Europa; perciò propone di coinvolgere un numero maggiori di persone attraverso meccanismi di registrazione automatica al voto. “Questo deficit democratico priva la parte più povera della popolazione del suo più importante diritto politico – scrive Heidar – Ciò condiziona le campagne elettorali e i risultati che escono dalla urne. I candidati formulano politiche e competono per un seggio sulla base di politiche che riguardano soltanto gli elettori registrati. Quelli non registrati diventano cittadini di seconda classe, esclusi dal ‘noi’ nazionale”.

Anche Dambisa Moyo sostiene che il corpo elettorale debba essere esteso, magari attraverso l’obbligatorietà del voto. Propone inoltre mandati più lunghi per le cariche elettive, che coincidano maggiormente con i cicli dell’economia; avanza infine la controversa proposta di “pesare” i voti degli elettori sulla base della loro conoscenza dei temi.

Kareem Abdul-Jabbar preferisce concentrarsi sul bisogno di una riforma educativa che faciliti la formazione di cittadini in modo tale che essi possano compiere scelte sagge nelle urne. “Il nemico più pericoloso per l’America non è il terrorismo, né la guerra o l’immigrazione. La minaccia più forte per il nostro Paese è l’ignoranza”, scrive. “La sopravvivenza di una democrazia in buona salute dipende da un dibattito pubblico informato, mentre la nostra conversazione nazionale è perennemente inquinata. L’informazione è piegata a interessi di parte, contorta, a volte ridotta a brandelli, al punto tale che gli americani faticano a prendere decisioni informate su quali siano le scelte politiche e quali i politici da sostenere. Per mettere i cittadini americani in condizione di distinguere la verità dalle troppe distorsioni della stessa, dobbiamo rafforzare il ruolo e la presenza del ‘pensiero critico’ negli anni della scuola dell’obbligo”.

Il caso limite del Brasile e le elezioni del prossimo ottobre

L’ex presidente brasiliano Fernando Henrique Cardoso, in un’analisi severa del panorama politico del suo Paese che è continuamente tormentato dalla corruzione, teorizza che oggi “assistiamo alla formazione di condizioni rivoluzionarie in cui alcuni vendicatori si stanno preparando per tagliare le teste dei potenti e sono per questo osannati dalla popolazione. Se la storia è maestra, alla fine di questo percorso potrebbe arrivare un uomo della Provvidenza, il salvatore o l’uomo forte carismatico che metterà fine all’anarchia nel Paese”.

Il Brasile presenta molte delle condizioni che hanno portato a ribellioni in altri Paesi. “La nostra società, come tante altre – scrive Cardoso – è stata disgregata dallo stesso avanzare della modernità: l’accresciuta mobilità sociale, l’avvento dell’era dell’informazione e l’ascesa della politica identitaria di razza e di genere. Tutto ciò ha lacerato la coesione di fondo delle vecchie divisioni di classe, così come quella dei partiti e delle ideologie che le hanno rappresentate in passato”. Per Cardoso, “la società brasiliana, trainata da trasformazioni economiche e sociali, da nuovi valori, è in movimento. Questo processo di cambiamento non è visibile come invece lo è l’attuale polarizzazione politica. In molti campi il ritmo di cambiamento della società è più rapido di quello delle istituzioni. Dunque ci sarebbe ragione di sperare, se solo trovassimo la volontà politica di trasformare le nostre istituzioni in sintonia con le aspirazioni pubbliche”. Conclude Cardoso: “Si dovrà realizzare una convergenza di leader democratici in grado di colmare il divario crescente fra società e politica, ricostruendo la fiducia a partire dal basso, oppure il Brasile entrerà nel club delle democrazie che si stanno disintegrando, come il Venezuela e gli altri Paesi che hanno abbracciato falsi profeti e demagoghi che hanno convinto la popolazione del fatto che l’unica soluzione della crisi si trova nella relazione diretta fra uomo forte e masse”. L’ex leader brasiliano, d’altronde, ha più di qualche motivo per preoccuparsi. Il principale candidato per la Presidenza del Brasile, al momento, è un ex militare di estrema destra, Jair Bolsonaro. E’ stato ribattezzato “il Trump dei tropici” ed è stato accusato dalla magistratura brasiliana di aver incitato alla discriminazione e all’odio razziale contro le comunità indigene, i neri, i gay e le donne.

Questo articolo è apparso in inglese su The World Post, una partnership fra Berggruen Institute e Washington Post. E’ stato tradotto su LUISS Open per gentile concessione dell’autore

Italy’s democracy proves Machiavelli was right

L'autore

Nathan Gardels è caporedattore di The World Post e senior adviser del Berggruen Institute


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