La questione migranti a lezione di storia. Perché nel 1951 si decise di non rifiutare più l’ingresso a chi richiede asilo

20 giugno 2018
Editoriale Europe
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Prima che la verità sui campi fosse nota, prima che il vero volto di Hitler fosse chiaro, alcuni ebrei cercarono di allontanarsi dalla Germania. Col senno di poi, costoro meritavano protezione. Non è detto che meritassero di andare dove volevano, né che meritassero di rimanere permanentemente dove erano arrivati. Soprattutto, non è chiaro chi doveva farsi carico della loro situazione. Tutti, forse. Ma forse tutti in egual parte, e senza troppi oneri. Nel luglio del 1938, i rappresentanti di più di trenta paesi si riunirono in Francia, per discutere di come rispondere al flusso di richiedenti asilo generato dalla persecuzione nazista. Solo la Repubblica Dominicana dichiarò l’intenzione di accettare più rifugiati. Nel 1939, alcuni ebrei raggiunsero le coste dell’America del Nord a bordo di una nave, il St. Louis. Fu negato il permesso di sbarcare. Ritornarono in Europa, e molti perirono nei campi.

Le origini del diritto internazionale sui rifugiati sono in questi episodi. L’idea articolata nella Convenzione di Ginevra del 1951 è proprio che ai richiedenti asilo non vada rifiutato l’ingresso, anche temporaneo, anche solo per valutare la loro situazione. Respingere i profughi significa esporli a pericoli. Esporre qualcuno a un pericolo, quando invece lo si potrebbe salvare, significa diventare complici di chi quel pericolo crea.

Oggi si fa un gran parlare di complicità. Non si vuole essere complici dei mercanti di esseri umani, ed è un’intenzione lodevole. E forse è vero che ci sono meccanismi commerciali insidiosi che incentivano i flussi. Ma, una volta che le persone così vendute siano arrivate sulle nostre coste, scatta un’altra complicità – la complicità con chi, ove le si rimandi indietro, prepara per loro un destino ancora più duro di quello che hanno lasciato. E questo è chiaro a tutti. Chi propone hotspot in Africa afferma, mentre lo nega, questo principio. Non si vuole che queste persone arrivino sulle nostre coste, si preferisce bloccarli al di là del mare, perché la coscienza anche del più incallito nazionalista sa che, una volta qui, diventiamo responsabili della sua sorte. Una volta che un malcapitato inseguito da un assassino entri nel nostro giardino, se lo cacciamo via siamo un po’ assassini anche noi. E questo vale anche se il giardino è piccolo o pieno.

Naturalmente, queste considerazioni valgono solo per i rifugiati autentici. E bisogna distinguere i rifugiati dai migranti economici, si dice. Ma, a parte che la distinzione è spesso sfuggente, e per molti versi anche piuttosto immorale, il fatto è che non bisogna, con la scusa di distinguere, rifiutare. Se si leggono le reazioni alla fuga degli ebrei negli anni Trenta, si notano toni veramente troppo simili a quelli che circolano oggi. Come si diceva, ancora non era chiara l’entità e l’impatto della Soluzione finale, e questo può scusare. Ma che dire di parole di questo genere?

Quello che sta succedendo agli ebrei è molto brutto, ma non è colpa nostra. Abbiamo i nostri problemi. Se prendessimo tutti gli ebrei che vogliono entrare, saremmo sommersi. Sono troppi. Inoltre, per quanto gli ebrei siano sottoposti a discriminazione e atti occasionali di violenza, le cose non stanno così male come i loro difensori dicono. Molti esagerano. Molti ebrei vogliono soltanto opportunità economiche migliori di quelle che hanno a casa loro. Di fatto, chi riesce a venire in America a richiedere asilo non può essere chi sta peggio, giacché per fare il viaggio oltre Atlantico ci vogliono risorse economiche. Sono tempi duri i nostri. Abbiamo l’obbligo di preoccuparci prima dei nostri compatrioti bisognosi. Un flusso ampio di ebrei potrebbe essere una minaccia culturale e politica. Non condividono le nostre tradizioni religiose e i nostri valori democratici. Alcuni di loro sono comunisti e pongono una minaccia alla sicurezza, ma non si sa chi. Meglio esagerare in prudenza e respingerli. Molti di loro hanno infranto la legge, corrompendo pubblici ufficiali per farsi rilasciare permessi e lasciapassare, hanno acquistato documenti falsi, pagato trafficanti e mentito alle nostre dogane. Infine, se ammettiamo i rifugiati ebrei in realtà aiutiamo i nazisti, senza agire sulle cause profonde del nazismo.

Queste sono, secondo Joseph Carens (in The Ethics of Immigration, 2013), le parole che circolavano allora. Dovremmo cercare di far sì che questa storia non si ripeta.

 

L'autore

Gianfranco Pellegrino è Ricercatore al Dipartimento di Scienze Politiche della LUISS


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