Perché il pilastro sociale europeo non può rimanere (troppo) sulla carta

21 giugno 2018
Editoriale Europe
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La ricostruzione del rapporto di fiducia con i cittadini, che a torto o a ragione hanno ricondotto gli effetti della recessione ai tardivi interventi dell’Unione Europea e alla rigidità da questa imposta ai paesi membri in difficoltà, è il presupposto per la definizione, costruzione e gestione di un bilancio comune ai paesi dell’Eurozona.

Tra i temi più sentiti dalla maggioranza della popolazione, c’è quello della diminuita sicurezza economica in capo alle famiglie e alle nuove generazioni. Frammentarietà e precarietà del mercato del lavoro, nuove professioni, transizione verso l’economia digitale, aumento del tasso di dipendenza con contestuale crisi dei sistemi pensionistici e previdenziali, difesa a oltranza dei diritti quesiti, contribuiscono tutti ad accrescere i timori soprattutto di coloro che si affacciano ora sul mercato del lavoro o ne sono stati messi a margine dalla recente recessione.

Una possibile risposta a questa domanda, ampiamente inevasa, è contenuta nei principali punti declinati nel nuovo pilastro sociale europeo.

Peraltro, già nel parere del Comitato economico e sociale europeo (CESE) del 2013[1], nel richiamare l’importanza della stabilità, si sottolineava come la stessa dovesse riguardare non solo i prezzi o gli istituti economico-finanziari, ma anche la politica e le condizioni sociali.

La necessità di supportare l’UEM con una politica sociale è ora largamente condivisa, anche perché senza di essa i meccanismi di prevenzione ma soprattutto quelli di gestione delle crisi si dimostreranno inadeguati e forieri di una sempre più diffusa incomprensione se non addirittura rifiuto del progetto europeo incentrato sulla moneta unica.

A questo si aggiunga che l’attuale dibattito sul futuro quadro finanziario pluriennale dell’Unione europea per il periodo 2021-2028, nei vari scenari in discussione, non lasciano immaginare un maggiore sostegno delle politiche per la coesione economica e sociale in seno alla UE, politiche che anzi saranno sacrificate per sostenere altri capitoli del nuovo bilancio ritenuti prioritari (Sicurezza, Immigrazione).

Per contro sono convinto non sia immaginabile a breve un secondo bilancio al quale contribuiscano i soli paesi dell’Eurozona, per tre ordini di motivi: il primo è che si finirebbe per sovrapporre capitoli di spesa e dunque interventi sui medesimi territori, ponendo problemi alla programmazione integrata; il secondo è che, permanendo la volontà di alcuni paesi contribuenti netti (Germania in testa) di non superare l’attuale tetto di contribuzione nazionale in percentuale al proprio PIL, le risorse destinate al bilancio UEM imporrebbero equivalenti decurtazioni del bilancio UE in negoziazione; il terzo è che le risposte, o almeno parte delle risposte alla domanda di sicurezza economica dei cittadini vanno date il prima possibile.

Queste le principali ragioni che mi inducono a sviluppare l’ipotesi di un Meccanismo comune per il sostegno della sicurezza sociale dei cittadini europei da attivare nel rispetto degli attuali trattati.

Una prima proposta per l’introduzione di un fondo che assicuri un sussidio europeo di disoccupazione è a stata avanzata dal Governo italiano nel febbraio 2016[2]. Il fondo interverrebbe automaticamente solo in caso di choc ciclici e non nei casi di disoccupazione strutturale. Il fondo verrebbe finanziato “con il ricorso a parte delle risorse nazionali allocate per i sussidi di disoccupazione, oppure a nuove risorse derivanti da capacità fiscale comune”. La dimensione del Fondo potrebbe essere pari allo 0,5% del PIL dell’Eurozona, cioè di circa 50 miliardi l’anno.[3]

In una articolata proposta[4] avanzata nel gennaio di quest’anno, congiuntamente dagli economisti tedeschi e francesi, si rappresentano tuttavia i rischi connessi alla istituzione di uno specifico strumento di mutua copertura degli oneri per gestire le crisi occupazionali. I firmatari del documento ravvisano il rischio di un sistematico trasferimento delle risorse comuni verso i paesi che periodicamente registrano alti tassi di disoccupazione, come appunto l’Italia e la Spagna. Con questa premessa, la proposta franco tedesca, auspica comunque la creazione di un fondo che abbia la finalità di assorbire gli effetti soci economici di future e prolungate crisi nell’eurozona. L’intervento del predetto fondo dovrebbe infatti innescarsi proprio quanto i livelli di disoccupazione salgono sopra una determinata soglia o il tasso di occupazione scende sotto una determinata soglia. Per eliminare i rischi citati, l’intervento del fondo dovrebbe essere subordinato/collegato a tre condizioni: una sorta di franchigia a carico del paese membro colpito della crisi occupazionale; il rispetto da parte del paese membro degli impegni assunti a livello europeo e durante il semestre europeo, la commisurazione del premio (i contributi versati dal paese membro) al livello di rischio dello stesso.

La mia proposta, avanzata nel corso della riunione del Laboratorio Europa Lavorare insieme per trasformare l’Unione Europea attraverso l’Eurozona di Eurispes tenutasi il 18 giugno scorso presso il CNEL,  è di ampliare il perimetro d’azione della proposta italiana, tenendo conto delle giuste preoccupazioni avanzate dai economisti francesi e tedeschi. Il punto di partenza è la progressiva messa in comune degli interventi volti a dare attuazione ad alcuni dei punti declinati dal pilastro sociale, segnatamente: prestazioni di disoccupazione (punto 13); reddito e pensioni di vecchiaia (punto 15) e assistenza sanitaria (punto 16). A tendere, tale sistema sociale potrebbe sostituire permanentemente i sistemi nazionali, costituendo una vera e propria previdenza europea gestita da uno strumento comune e mutualistico. Il successo di tale meccanismo porrebbe le basi di consenso verso la creazione di un bilancio UEM vero e proprio.

Ampiezza e quantità degli interventi, così come target dei beneficiari, saranno commisurati alle risorse effettivamente messe a disposizione del meccanismo stesso.

Se è giusto che il contributo sia proporzionale al rischio, è anche corretto che lo stesso debba tenere conto di eventuali surplus commerciali, che favorendo il mercato del lavoro di un paese ne sfavoriscano un altro. Questo punto deve essere tenuto fermo, come anche un tetto massimo di contribuzione per lavoratore. La proposta italiana, che lega l’automatismo alla ciclicità della crisi occupazionale, rischia di alimentare controversie sulla reale natura della crisi occupazionale, meglio quindi legare la contribuzione nazionale al tasso di rischio a shock occupazionali, con un tetto massimo di contribuzione inversamente proporzionale al tasso di occupazione.

Per ristabilire l’equità intergenerazionale, la contribuzione non dovrebbe essere semplicemente progressiva ma anche tenere conto della maturità fiscale del contribuente, costituendo il primo nucleo di integrazione pensionistica perequativa del meccanismo, volto ad assicurare una pensione integrativa europea a giovani e giovanissimi.

Le risorse saranno commisurate al perimetro di intervento del meccanismo che procederà necessariamente per gradi. Il primo step sarà la costituzione del fondo per assicurare il sussidio europeo di disoccupazione, il secondo quello di costituire il fondo pensionistico europeo per giovani e giovanissimi, il terzo la centralizzazione dei sistemi sanitari di long care. L’ossatura del capitolo sociale del futuro bilancio UEM.

 

[1] CESE, Dopo 10 anni, dove va l’euro? Il futuro economico e politico dell’UE e il nuovo trattato reso nel maggio 2013, Relatore Cedrone- ECO/334 Dove va l’euro, Bruxelles, 22 maggio 2013

[2] Ministero dell’Economia e delle Finanze, Una strategia europea condivisa per crescita, lavoro e stabilità, febbraio 2016

[3] Ministero dell’Economia e delle Finanze, Un fondo europeo per l’indennità di disoccupazione (EUBS): nove chiarimenti, settembre 2016

[4] AAVV, Reconciling risk sharing with market discipline: A constructive approach to the euro area reform, CEPR Policy Insight No.91, Gennaio 2018

L'autore

Luciano Monti è docente di Politiche dell’Unione Europa alla LUISS e condirettore scientifico della Fondazione Bruno Visentini


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