Nessuno resti indietro. Francesca Corrao racconta la Giordania e il Progetto Mediterraneo

31 luglio 2018
Editoriale Mediterranean
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Petra (Giordania): quando si percorre lo stretto e lungo canyon di pietra rosa, il cielo sembra il riflesso del fiume che lo ha scavato nei secoli. Pare infinito, ma poi d’improvviso si arriva al tempio dell’antica città di Petra. Una città testimone di una storia millenaria segnata dai fortunati commerci di quello snodo sorto all’incrocio tra Oriente e Occidente, un avamposto della cultura romana che si intreccia con quella araba. Fuori dal parco archeologico si trova la cittadina che ospita i beduini sedentarizzati che oggi vivono del commercio con i turisti; pur restando fedeli alla loro antica professione mandano i figli a scuola per garantire loro un futuro migliore. Si torna ad Amman percorrendo la via del Mar Morto, un luogo magico dorato dal sole. Le rocce rosse del deserto pietroso scivolano sino all’acqua incastonandosi su scogli di sale. Questi luoghi, dove si alternano verdi oasi a deserti pietrosi, sono testimoni di eventi fondanti della storia dell’occidente: sono le terre che hanno accolto Mosè nell’ultima fase della sua vita, le sponde che hanno assistito al battesimo di Gesù, le aspre vette dove si è consumato l’omicidio di San Giovanni Battista, e oggi ospitano pii monasteri custodi e testimoni di un’antica fede.

La Giordania: tra Università e accoglienza

L’autostrada che conduce ad Amman nell’avvicinarsi al centro si popola di ampi edifici bianchi – per la caratteristica pietra locale – che sfoggiano insegne in arabo e inglese indicando le università e le scuole che accolgono migliaia di studenti locali e stranieri. In Giordania vi sono 42 università di cui 32 private. Il Paese accoglie da decenni i profughi della regione: dagli esuli palestinesi del 1948 a quelli della disfatta del 1967; a loro si sono poi aggiunti i rifugiati che scappavano dalla guerra dell’Iraq contro il Kuwait del 1991 e poi gli iracheni della guerra del 2003 e infine, dal 2011, l’inarrestabile emorragia siriana a cui si sono uniti anche i sunniti che dall’Iraq sfuggivano all’avanzata dell’ISIS. Per i beduini l’ospitalità è sacra, è una legge dei popoli del deserto che ne conoscono l’impietosa asprezza. Tuttavia anche loro hanno chiari i limiti dell’accoglienza, e se l’ospite si arma difendono il loro territorio, come accadde nel tragico settembre del 1970, quando il re hashemita Huseyn cacciò i gruppi armati palestinesi.

Ricostruzione e scolarizzazione

Da allora la situazione è molto cambiata, i palestinesi, circa il 40% di una popolazione di 5.9 milioni di abitanti, hanno acquisito il passaporto giordano, ad esclusione degli esuli provenienti da Ghaza che – dal 1948 – vivono ancora nel campo in prossimità di Gerasa. Per i profughi la scuola è un elemento importante, sia per la ricostruzione di un ambiente accogliente dopo il trauma subito dalla guerra, sia per la speranza di un futuro migliore. I giovani in età scolare sono circa un terzo dei 665mila profughi siriani (11% della popolazione giordana, come se da noi ci fossero in poco tempo quasi 7 milioni di rifugiati!), e il Governo di Amman ha risposto prontamente all’emergenza accogliendoli nelle già sovraffollate scuole locali; anche ricorrendo ai doppi turni, ha potuto assicurare la scolarizzazione soltanto al 64% dei giovani mentre ancora un 36% rimane fuori dalle classi. Degli aiuti promessi dalla comunità internazionale ne sono arrivati soltanto il 24%, e questo nonostante la crisi siriana sia quella che in generale ha ricevuto più aiuti. L’UNESCO e alcune ONG hanno provveduto ad attivare scuole informali dove docenti siriani insegnano senza aver ancora ottenuto il riconoscimento del percorso di studio né dal sistema giordano né da quello siriano. Tra i profughi i ricchi sono emigrati in Europa o negli USA; chi aveva solo qualche risparmio ha iscritto i figli nelle scuole private giordane; purtroppo il prolungarsi della permanenza all’estero costringe molti ad interrompere gli studi per cercare un lavoro qualsiasi, anche sottopagato. Ne nasce una doppia ingiustizia: il ricatto del basso salario e la conflittualità con i giordani che si trovano a fronteggiare una concorrenza sleale. Da qui l’esplodere del malcontento e dei disordini in cui pescano interessi torbidi.

Storie e persone oltre i numeri

Ma al di là dei numeri, come sempre ci sono persone. A vedere le persone mi ha aiutato il “Progetto Mediterraneo” realizzato dalla LUISS grazie all’iniziativa promossa dalla Fondazione Terzo Pilastro – Internazionale: borse di studio per studenti profughi in Giordania. Il progetto realizzato con la collaborazione della Università di Petra, ci ha fatto incontrare i giovani che stanno studiando per conseguire il diploma triennale double degree, a cui seguirà la laurea magistrale. In occasione di questa visita abbiamo avuto modo di conoscere gli studenti e le loro storie, una in particolare mi ha colpito. Una giovane siriana fuggita appena ventenne dalla guerra e rifugiatasi con il marito in Kuwait, rimane inaspettatamente vedova e con la bambina va a vivere con i genitori profughi ad Amman. La borsa di studio le ha dato una nuova possibilità: studiando potrà rimettersi in gioco e sfidarsi per realizzare il sogno di diventare una contabile e permettere a sua figlia di studiare a sua volta per assicurarsi un futuro dignitoso e indipendente dai rovesci della fortuna. Certo lei non verrà in Italia, i suoi genitori non lo permettono, e poi non lascerebbe mai la sua bambina; il suo sogno è di essere un po’ più libera e indipendente, ma pur sempre nella sua realtà di affetti e conoscenze.

Quante donne come lei sognano un po’ di indipendenza in Medio Oriente; per loro il problema non è il velo, quello serve a proteggere la loro buona reputazione soprattutto quando sfidano le vecchie regole del patriarcato cercando di emanciparsi economicamente. La Giordania è, come il Libano, un paese che solo recentemente ha abolito la legge che proteggeva chi compiva il delitto d’onore; tale regola assicurava l’impunità a chi uccideva per gelosia o per difendere il buon nome della famiglia ed era valida per tutte le religioni monoteiste della regione senza distinzione. A denunciare questa condizione sono state le stesse donne arabe, già negli anni 50 la poetessa irachena Nazik al-Mala’ika (Ph.D. a Madison, Wisconsin, e tra i fondatori e poi rettore della Università di Bassora) scriveva un poema al vetriolo contro questa barbara usanza. Più di recente la sociologa studiosa dell’Università di Beirut Fahmiyya Sharafeddin conduceva una ricerca di campo per dimostrare la trasversalità (etnica e religiosa oltre che sociale) dell’orrendo crimine. Gli studi di queste docenti erano stati pagati dalle famiglie e le loro classi erano affollate dalle giovani del ceto medio che ha portato questi paesi verso importanti cambiamenti in termini di diritti ed emancipazione economica; oggi le persone che vogliono studiare per emanciparsi sono più numerose e allo stesso tempo economicamente più svantaggiate a causa della crisi e della guerra.

Nessuno resti indietro

Certo una borsa di studio di fronte ai grandi numeri di cui qui si scrive sembra essere una goccia di acqua nel mare. Tuttavia è vero che non si può immaginare di avere pace e sicurezza nel proprio ambiente se ai quattro lati del nostro paese non c’è che guerra e devastazione. Già secoli orsono un vecchio saggio orientale invitava ad occuparsi degli altri, anche di una sola persona, e ancora oggi Papa Francesco insiste su questo bisogno e con lui anche il programma di un’istituzione laica come l’ONU, “Nessuno resti indietro” e i progetti realizzati nell’ambito dei Millennium Goals che la LUISS sostiene con convinzione. Da secoli la gente del deserto crede nella necessità di sfidarsi a seminare anche quando a vista non c’è un’ombra di pioggia, perché il giorno in cui l’acquazzone arriva d’improvviso i semi possano fiorire.

In una società patriarcale le regole che vincolano le donne alla volontà del padre\padrone o del marito diventano più rigide nei momenti di crisi e quando l’economia va male le prime a pagarne le conseguenze sono le donne: se i soldi scarseggiano sono i maschi a studiare mentre le donne restano a casa. All’ingresso del campo profughi palestinese di Ghaza, a Gerasa, sventola un festone che si complimenta con un giovane laureato, una grande gioia per la comunità che su 1500 studenti fa fatica a racimolare i soldi per laurearne appena 30 mentre solo 9 conseguono il dottorato; il resto bivacca facile preda di bande criminali. Queste bande che istigano i più deboli a commettere violenze, sono complici delle bande di criminali che insidiano le nostre periferie. Quei criminali camuffati da salvatori messianici, che da noi una mal documentata comunicazione confonde con un’intera comunità, minacciano tanti giovani che vorrebbero procurare in modo dignitoso risorse economiche alle famiglie e benessere alla comunità che generosamente li ha accolti. Il Progetto Mediterraneo avviato dalla LUISS è un’importante occasione che vuole crescere e moltiplicare gli esempi virtuosi per dare educazione e speranza. Per vincere questa sfida serve l’impegno e il contributo di ciascuno di noi, perché ogni persona vale e ognuno di noi può fare molto.

L'autore

Francesca Corrao è Professore ordinario di Lingua e cultura araba presso il Dipartimento di Scienze Politiche della LUISS


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