We are (not) the world. Filosofia ed ecologia alla fine del mondo

16 agosto 2018
Libri Letture Open Society
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Nell’epoca in cui viviamo, fenomeni come i cambiamenti climatici e il riscaldamento globale ci obbligano non solo a prendere coscienza del cosiddetto Antropocene (la nuova era geologica segnata dall’impatto del genere umano sull’ambiente che lo circonda), ma anche a riconsiderare gli stessi concetti di spazio e tempo. In questo testo già classico, Timothy Morton, definito il “profeta dell’Antropocene” dal Guardian e incluso nella lista dei cinquanta più influenti filosofi del mondo, introduce una categoria nuova: quella di «iperoggetti». E cioè di fenomeni talmente grandi ed estesi da mandare in frantumi le nostre tradizionali nozioni su cosa significa abitare il pianeta Terra.

Stai uscendo dal supermercato. Mentre ti dirigi verso la macchina un’estranea ti si avvicina ed esclama: «Ehi! Che tempo strano oggi!». Con la dovuta circospezione – è forse una negazionista del riscaldamento globale? – annuisci. Segue un imbarazzante momento di esitazione. È dovuto al fatto che sta pensando di dire qualcosa sul riscaldamento globale? Come che sia, l’esitazione ti ha portato a pensarlo. Congratulazioni: sei la prova vivente del tuo ingresso nell’epoca degli iperoggetti. Perché? Perché non puoi più avere una conversazione di circostanza sul tempo con un’estranea. La presenza del riscaldamento globale incombe come un’ombra, provocando strani imbarazzi. O il riscaldamento globale salta fuori oppure no: in entrambi i casi, la realtà è davvero strana.

Un iperoggetto ha rovinato una banale conversazione sul tempo, da sempre il fondale neutro su cui si inscena la commedia umana. Nell’epoca del riscaldamento globale non c’è più nessun fondale, e dunque nessun proscenio. È la fine del mondo, perché i mondi vanno in scena su fondali e prosceni. Il mondo è un delicato effetto estetico dai confini che iniziamo a malapena a percepire. La consapevolezza planetaria non è l’inesorabile realizzazione del fatto che «noi siamo il mondo» («We Are the World») ma, al contrario, del fatto che non lo siamo.

Perché? Perché il mondo e le nozioni a esso correlate – l’ambiente, la Natura – sono, ironia della sorte, molto più oggettivate degli «oggetti» di cui parlo in questo libro. Il mondo è, grossomodo, quel contenitore in cui le cose oggettivate fluttuano o sono situate. E poco importa se il concetto di mondo è un film aristotelico vecchio stile, con sostanze adornate di accidenti, o un film d’avanguardia deleuziano di flussi e intensità. Il mondo, inteso come fondale di eventi, è l’oggettivazione di iperoggetti: la biosfera, il clima, l’evoluzione, il capitalismo (già, forse anche le relazioni economiche sono iperoggetti). Per cui, quando il clima ci piove addosso, non abbiamo idea di cosa stia succedendo. È facile esercitare il dissenso in un simile spazio cognitivo: organizzare «dibattiti» in cui diverse «fazioni» si fronteggiano sul tema del riscaldamento globale.

Questo ragionare per «fazioni» riporta tutti i significati e le azioni nell’alveo dell’umano, quando in realtà non è affatto una questione di fazioni, ma di entità reali e relative reazioni umane. L’ambientalismo sembra parlare di qualcosa che non può essere né visto né toccato; così, per tutta risposta, alza la posta e predica l’avvento dell’apocalisse: questo costante tentativo di scioccare o sgomentare suscita ancora più disprezzo nel versante opposto dell’«arena del dibattito».

Ogni conversazione sul tempo che si rispetti prevede che qualcuno a un certo punto faccia un’osservazione sul riscaldamento globale. Se questo non avviene, incomberà comunque sulla conversazione come una nube oscura che grava oltre il bordo di un’ellisse. Questo andare a vuoto di una chiacchiera di routine, questi resti di conversazioni frantumate che davvero devono verificarsi ovunque e che giacciono come martelli rotti, sono il sintomo di un più vasto e profondo coinvolgimento della consapevolezza umana. E per converso, sono il sintomo di un aggiornamento in corso dei nostri strumenti filosofici. Come sa chiunque sia rimasto in attesa mentre la sfera colorata del Mac girava in tondo, gli aggiornamenti non sono necessariamente un fatto piacevole. Il compito dei filosofi e di chi si occupa di scienze umane è proprio quello di accordarsi ai processi di aggiornamento e di spiegare in cosa consistano.

E allora in cosa consiste l’attuale processo di aggiornamento? In poche parole, nel constatare che l’idea per cui staremmo vivendo «in» un mondo – un mondo che possiamo chiamare Natura – non è più valida, se non come segno di una forma di nostalgia o come residuo del linguaggio specialistico e strumentale degli appelli e delle petizioni. Se vogliamo impedire che una certa specie si estingua usiamo la retorica della Natura nel tentativo di convincere il tal gruppo legislativo. Proviamo un vago sentimento di tedio e di disagio e creiamo visioni nostalgiche di mondi a misura di hobbit nei quali vivere. Questi malumori persistono dai tempi della rivoluzione industriale.

C’è una conseguenza di quella rivoluzione che incombe ancora più minacciosa all’orizzonte – talmente tanto da spazzar via il nostro orizzonte o l’orizzonte tout court. Il riscaldamento globale ha provocato un drastico mutamento delle condizioni climatiche. Perché? Perché il mondo come tale – non solo una specifica idea di mondo, ma il mondo nella sua interezza – è evaporato. Per dirla altrimenti, ci stiamo rendendo conto che siamo sempre stati privi di mondo.

Potremmo spiegare questa situazione facendo appello alla tradizionale metafisica aristotelica della sostanza e degli accidenti. Per un realista qual era Aristotele, ci sono so- stanze a cui capita di possedere diverse qualità o accidenti non intrinseci alla loro sostanzialità. Nella sezione E2 della Metafisica, il filosofo sottolinea la differenza tra sostanze e accidenti. Il cambiamento climatico ha reso il clima sostanza, piuttosto che accidente. Aristotele scrive: «Per esempio, se al tempo della canicola imperversa il freddo, diciamo che questo avviene accidentalmente, mentre non diciamo questo se c’è caldo soffocante, in quanto questo fatto avviene sempre o per lo più, mentre quello no». Ma il riscaldamento globale si riferisce proprio a questo genere di cambiamenti radicali: ogni accidente del tempo diventa sintomo potenziale di una sostanza che è il riscaldamento globale. All’improvviso questa cosa umida che mi cade in testa diventa la parvenza di un fenomeno ben più sinistro che non posso vedere con i miei occhi. Avrei bisogno di terabytes di memoria RAM per crearne un modello in tempo reale (modello, tra l’altro, disponibile da una decina di anni).

Ma dal passo aristotelico appena citato possiamo desumere un problema persino più inquietante. Se le estati artiche continuassero a verificarsi, e se potessimo creare modelli del riscaldamento globale, allora (per noi umani) a rigore un’autentica estate soffocante non sarebbe mai potuta esistere; un lungo periodo di afa ci è sembrato reale solo perché ha continuato a ripetersi per due o tre millenni. Il riscaldamento globale ci gioca uno scherzo davvero perfido, svelandoci come quello che credevamo essere un mondo affidabile è solo uno schema ricorrente – una collusione tra forze come la luce del sole, l’umidità e gli esseri umani che si aspettano che alcune cose accadano a intervalli regolari e assegnano a queste cose nomi come «canicola». Abbiamo scambiato il tempo metereologico per il tempo reale. Eppure nell’era del riscaldamento globale lo vediamo come un accidente, la simulazione di qualcosa di più oscuro, di un’entità che si ritrae: il clima. Come sostiene Harman, il mondo è sempre semplice-presenza: la caricatura di un qualche oggetto reale.

Il testo proposto è tratto da Iperoggetti di Timothy Morton, recentemente pubblicato da Nero, che ringraziamo per la gentile concessione.

Iperoggetti

Filosofia ed ecologia dopo la fine del mondo

Timothy Morton
NERO
maggio 2018

Scheda

L'autore

Timothy Morton insegna alla Rice University, ha scritto alcuni tra i più importanti saggi dell’attuale panorama filosofico-ecologista.


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