Come abbiamo smesso di innovare e perché ce ne pentiremo

23 agosto 2018
Libri Letture Open Society
FacebookFacebook MessengerTwitterLinkedInWhatsAppEmail

Gli americani sono molto più impegnati di prima a rinviare il cambiamento o a evitarlo del tutto, e questo è vero sia nel caso della competizione fra imprese che del cambiare casa o lavoro o del costruire cose. In un’epoca in cui è più semplice che mai trincerarsi, la resistenza psicologica al cambiamento si è progressivamente rafforzata. Per giunta, la tecnologia dell’informazione, con tutti gli sconvolgimenti che ha prodotto, ci consente di organizzarci meglio per affrontare le cose nuove o diverse in maniera comoda e gestibile e talora di controllarle perfettamente. Dato il successo crescente delle forze favorevoli alla stasi, vedo il compiacimento – un senso generale di soddisfazione nei confronti dello status quo – come un fenomeno sempre più importante nella vita americana. E ho coniato l’espressione classe compiaciuta per descrivere il numero crescente di persone nella nostra società che accettano, vedono con favore o addirittura mettono in atto una resistenza verso le cose nuove, diverse o che costituiscono una sfida. In astratto, a queste persone può anche piacere che le cose cambino, possono anche considerarsi progressiste o addirittura radicali sul piano politico, ma di fatto hanno perso la capacità di immaginare o di accettare un mondo in cui le cose cambiano rapidamente per la maggior parte, se non per tutti […].

Le forze che stanno dietro l’ascesa della classe compiaciuta sono del tutto generali. Nel bene e nel male, la verità è che pace e redditi elevati tendono a togliere alle persone l’irrequietezza. Malgrado tutti i cambiamenti rivoluzionari nella tecnologia dell’informazione, gran parte delle nostre vite è rimasta la stessa. Oggigiorno è meno probabile che gli americani cambino lavoro, che si spostino per il paese e che in generale escano di casa. Per esempio, il tasso di migrazione interstatale è sceso del 51 per cento al di sotto della media fra il 1948 e il 1971 ed è sceso costantemente dalla metà degli anni Ottanta. Dagli anni Novanta, c’è stato un declino nel numero delle start-up in percentuale sull’attività economica. Ci sono anche meno imprese che crescono esponenzialmente, c’è meno ricambio con nuove imprese che soppiantano le vecchie e c’è una più elevata concentrazione del mercato nei settori in cui siamo in grado di misurarla. L’americano medio è più vecchio di quanto lo sia mai stato e lo stesso vale per le imprese […]. L’America declina nel senso che sta perdendo la capacità di rigenerarsi come faceva prima, durante il dopoguerra o durante la rivoluzione reaganiana o anche ai bei tempi di buona parte dell’amministrazione Clinton. Ma gli americani, almeno gli americani “abbienti”, sono piuttosto felici del loro declino […].

Pur con tutto il nostro interesse per controllare e spesso ostacolare il cambiamento, questa stagnazione non può durare e non durerà per sempre. In tutti i sistemi ci sono pressioni in direzione del cambiamento e quanto più le mettiamo in disparte o le rinviamo, attraverso la ghettizzazione, la scarsa mobilità, le disfunzioni della politica, una produttività stagnante e una crescita economica finanziata con il debito o un generale disimpegno e un miasma dello spirito, tanto più si rafforzano. Alla fine, vedremo crescere le tensioni latenti e cominceremo a capire che i cambiamenti si possono rinviare ma non evitare. In definitiva, questo significa che i nostri dilemmi attuali continueranno fino a raggiungere il punto di rottura. Purtroppo, non c’è altro “rimedio” se non aspettare che alcune parti delle nostre istituzioni attuali si sgretolino e alla fine vengano rimpiazzate. La mia convinzione è che nel lungo periodo il cambiamento sociale riesploderà in modi incontrollabili, o, per riprendere un’espressione dell’economista urbano Richard Florida, l’America è avviata verso un “grande reset”. Un grande reset è quello che succede quando si rinvia troppo a lungo un cambiamento ed è come aprire la valvola di una macchina surriscaldata; c’è un improvviso afflusso di energia verso l’esterno e non sempre in modi gradevoli e ordinati. […]. La prima evidente indicazione di un grande reset è stata la crisi finanziaria del 2007-2008, che ha ridimensionato i vecchi miti sull’efficacia del sistema finanziario americano e ha rivelato che il paese si trova su di un sentiero di crescita economica fondamentalmente più basso. Molti individui possono abbandonare la speranza di trovare un buon lavoro. L’ulteriore dispiegamento di questo grande reset […] implicherà una crisi fiscale e di bilancio di grandi proporzioni; l’incapacità del nostro governo di adattarsi alla prossima emergenza globale che ne deriverà; affitti elevatissimi nelle città più attraenti; lo strascico di una mobilità inadeguata e della ghettizzazione residenziale; la rivolta di molti degli uomini meno qualificati; una ripresa dell’attività criminale; e un declino del dinamismo economico, insieme con altri problemi economici e sociali. Alla fine la stasi si dimostrerà insufficiente e si dovranno verificare grandi cambiamenti, che ci piaccia o no. Questo è un altro motivo per cui il nostro mondo attuale, relativamente felice e avverso al cambiamento, non è una faccenda del tutto rassicurante. Possiamo non vedere di buon grado tutti i cambiamenti abbastanza radicali che prima o poi si verificheranno, ma stiamo rinviando il momento di affrontarli in cambio di un benessere di breve periodo.

Questo brano è tratto dal libro di Tyler Cowen La classe compiaciuta, edito da LUISS University Press e disponibile dal 23 agosto

La classe compiaciuta

Come abbiamo smesso di innovare e perché ce ne pentiremo

Tyler Cowen
LUISS University Press
In libreria dal 23 agosto

Scheda

L'autore

Tyler Cowen insegna economia alla George Mason University. È autore di Marginal Revolution, uno dei più popolari blog economici al mondo. Il suo ultimo libro, The Complacent Class, sarà pubblicato nel 2018 in italiano da LUISS University Press.


Articoli correlati