L’inaudita invasione. Come cinema e letteratura raccontano le paure contemporanee

30 agosto 2018
Editoriale Open Society
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Sosteneva lo scrittore J.G.Ballard che la fantascienza dovrebbe essere considerata come l’autentica letteratura popolare moderna, per la sua capacità di entrare in diretto contatto con l’inconscio. Il cinema e la letteratura hanno sistematicamente giocato con le nostre paure ed è ormai chiaro che la nostra capacità di immaginare il futuro, spesso dominata da visioni apocalittiche e catastrofiche, è stata influenzata anche da storie di questo tipo. La distopia, ossia la descrizione di luoghi e assetti sociali negativi, degenerati, è diventata uno dei principali generi narrativi dell’era contemporanea.

Negli ultimi decenni, la società occidentale ha dovuto affrontare timori molteplici e legati ad altrettante emergenze e instabilità economiche e politiche. Senza dubbio, oltre a quelle legate all’apocalisse nucleare, alle catastrofi naturali e al degrado ambientale, una delle principali paure collettive ricorrenti è stata quella dello “straniero”. Verso la fine dell’epoca vittoriana, riscosse un notevole successo una certa tipologia di romanzo pensato per una borghesia terrorizzata dall’idea che cinesi, africani e altri gruppi etnici extraeuropei potessero un giorno occupare lo spazio vitale britannico: “[Si trattava di] letteratura scritta in massima parte per le classi medie urbane e da loro consumata” ha scritto l’urbanista e sociologo Mike Davis (Ecology of Fear, 1998), “che illustrava il lato da incubo (caos e violenza come espressione necessaria della “sopravvivenza del più adatto”) del crudo darwinismo sociale che costituiva la morale impietosa dei baroni ladri”. La paura di venire sopraffatti da un nemico esterno produsse una variegata serie di racconti e romanzi caratterizzati da un senso di paranoia, che mostravano la decadenza futura di una nazione o dell’intera civilizzazione occidentale come conseguenza della crescita demografica orientale, dell’immigrazione e del pregiudizio razziale. Jack London, in un racconto del 1910 intitolato L’inaudita invasione, descrisse le conseguenze della crescita demografica cinese prevedendo che, negli anni ’70, l’emigrazione sarebbe stata così massiccia da non lasciare alle nazioni “civilizzate” altra scelta se non quella di intervenire drasticamente per risolvere lo squilibrio razziale: un pianeta in cui esistono due cinesi per ogni bianco!

Ma le questioni razziali e l’immigrazione sono temi letterari ricorrenti anche in epoche più vicine alla nostra. La figura dell’alieno, che ha dominato la fantascienza soprattutto a partire dagli anni ‘50, è probabilmente quella che meglio incarna la paura per lo straniero. Lo storico dell’arte John F. Moffitt, nel suo saggio Picturing Extraterrestrials: Alien Images in Modern Mass Culture sulla iconografica degli extraterrestri, ha ricordato che la terminologia è spesso rivelatrice e che negli Stati Uniti, dagli anni ‘50, gli immigrati illegali sono comunemente chiamati illegal aliens. Se negli anni ‘50 l’alieno, o il cosiddetto “marziano”, nasceva da un contesto come quello della Guerra Fredda, ed era perciò facilmente identificabile con il nemico comunista, più tardi la sua capacità di rappresentare una minaccia esterna si rivolse verso l’immigrazione. L’alieno come immigrato appare ad esempio nel film Alien Nation (1988) o, più di recente, in District 9 (2009), nel quale si racconta di una nave spaziale atterrata in Sud Africa e dei suoi occupanti, rifugiati extraterrestri, che venivano internati in una zona chiamata appunto “distretto 9” – una chiara trasposizione del sistema dell’apartheid.

Negli ultimi anni un altro personaggio è finito per incarnare le nostre paure più recondite: lo zombie. L’industria dell’intrattenimento di massa ha prodotto libri, fumetti, film e serie tv ambientati in uno scenario apocalittico nel quale una qualche infezione ha decimato l’umanità, con gruppi di sopravvissuti che cercano un luogo sicuro arrancando fra le macerie di un mondo collassato. Secondo il demografo catalano Andreu Domingo, il genere zombie si potrebbe considerare una “demo-distopia”, ovvero una distopia dove la popolazione occupa una posizione centrale (come descritto nel suo Descenso literario a los infiernos demográficos, 2008). Nel Ventunesimo secolo questo tipo di narrativa mostrerebbe la scissione e il conflitto fra la popolazione ridondante, gli immigrati irregolari, i rifugiati, le persone che non hanno alcuna speranza di entrare nel mercato del lavoro, e quella resiliente, i sopravvissuti, quelli che sono riusciti ad adattarsi al nuovo contesto catastrofico e a sopravvivere, ancora in Domingo, La geografia distópica en el gènere zombi del segle XXI. Espai post-apocalíptic a la societat del risc). In fondo The Walking Dead è questo, un peregrinare di anti-utopia in anti-utopia, ciascuna con il proprio leader e la sua propria organizzazione spaziale (la fattoria, il carcere, l’urbanizzazione privata…), nel tentativo di fondare un nuovo tipo di società, di ricostruire il mondo.

Il successo di questo genere risiede proprio nella sua capacità di riflettere un’insicurezza che non è più individuale ma collettiva. Non esiste luogo del tutto sicuro, la sopravvivenza è un viaggio disperato e il pericolo del contagio è sempre dietro l’angolo. Il morso dello zombie rappresenterebbe quindi non tanto la propagazione del virus, per il quale raramente la finzione letteraria offre un antidoto o una cura, quanto la preoccupazione contemporanea del declassamento, del passaggio alla massa sempre più numerosa (e disperata) della popolazione ridondante.

L'autore

Daniele Porretta è teorico e storico dell’architettura. È docente presso la ELISAVA – Barcelona School of Design and Engineering


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