L’Italia, la questione migratoria e i sovranismi europei di ritorno

7 settembre 2018
Editoriale Mediterranean
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“Ogni migrazione provoca conflitti, indipendentemente dalle cause che l’hanno determinata, dagli scopi che si prefigge, dal fatto che sia spontanea o coatta, dalle dimensioni che assume”. Bisognerebbe, forse, partire da queste parole nelle prime memorabili pagine de La Grande Migrazione di Hans Magnus Enzensberger, per analizzare lo scossone geopolitico ed elettorale che, negli ultimi mesi, l’immigrazione ha provocato in Italia, un paese che è stato a lungo terra di partenze e non di arrivi. Se non si parte da questo assunto del noto intellettuale tedesco, si rischia di analizzare l’attualità italiana sottostimando una legge difficilmente smentita dalla storia. Secondo la quale nessuna ideologia è in grado di fare presa sul comportamento collettivo, soprattutto nei settori più deboli della società, più di una minaccia – reale, percepita o semplicemente indotta – alla società stessa.

Per capire cosa è successo, i numeri sono spesso più utili di molte opinioni. Dal 2003 al 2010 l’Italia ha ricevuto via mare 144 mila immigrati, contro gli oltre 800 mila del settennio successivo (2011-2018). La data spartiacque che ha segnato l’inizio di un’accelerazione senza precedenti dei flussi migratori nella rotta del Mediterraneo Centrale (Libia-Italia) è il 3 ottobre 2013. Quando a largo di Lampedusa 368 immigrati sono morti annegati a causa di un’avaria a bordo del barcone che avrebbe dovuto portarli verso una vita migliore. Pochi giorni dopo questa tragedia, senza nessuna collaborazione dei partner europei, l’Italia, guidata dal governo Letta, lanciò con merito l’operazione “Mare Nostrum”. Una vasta missione di salvataggio nelle acque del Mediterraneo centrale che dal 18 ottobre 2013 al 31 ottobre 2014 vide impegnati, al costo mensile di 9,5 milioni di euro, i migliori mezzi e uomini dell’Aeronautica e della Marina militare italiana. Solo alla fine del 2014 Mare Nostrum è stata sostituita dalla missione europea “Triton”, con un budget mensile di appena 2,4 milioni di euro.

Complice la guerra in Siria e la cosiddetta Primavera Araba, dal 2014, insieme all’Italia anche la Grecia si è fatta carico di una forte pressione migratoria che ha raggiunto il picco nel 2015 con oltre un milione di arrivi. Un record che ha spinto l’UE, su input della Germania, a siglare nel marzo 2016 un accordo con la Turchia che in cambio di 6 miliardi di euro si è impegnata, con successo, a sigillare la frontiera turco-ellenica. Lo stesso, invece, non è avvenuto nel Mediterraneo centrale dove l’UE ha scelto soltanto di recente di investire appena 500 milioni di euro per allentare la pressione migratoria sull’Italia. Il risultato è stato che negli ultimi quattro anni il nostro paese ha garantito, in piena solitudine, assistenza e prima accoglienza a oltre 600 mila immigrati. Con un costo medio annuo che secondo gli ultimi dati del Ministero dell’Economia, sfiora i 5 miliardi di euro, di cui soltanto 91 milioni di euro arrivano da fondi europei. Destinati in maggioranza all’accoglienza (68,4%), soccorso in mare (18,9%), istruzione e sanità (12,7%). Numeri, è bene ricordarlo, considerevoli per un paese abituato fino agli inizi degli anni Novanta a contare chi partiva e non chi arrivava sul suo territorio. C’è, inoltre, da aggiungere che dall’inizio del 2018 al sensibile calo degli arrivi via mare in Italia (19.874 contro i 99.126 mila dello stesso periodo del 2017), non è corrisposto una diminuzione della popolazione nei centri di accoglienza italiani. Perché il piano europeo, varato nel 2015, per redistribuire tra gli stati UE i rifugiati arrivati in Italia e Grecia è stato seppellito dagli egoismi nazionali che imperversavano, e imperversano, in mezza Europa.

Bisogna a questo punto ricordare che Schengen ha cambiato radicalmente la geografia politica della mobilità in Europa e che le politiche di immigrazione dei singoli Stati membri hanno acquisito, almeno sulla carta, una dimensione sovranazionale mai conosciuta prima. In sostanza, l’Accordo di Schengen ha dato origine a una contraddizione in termini: da un lato, ha preteso di stabilire per la prima volta nella storia dell’Europa un confine sovranazionale; dall’altro, ha trasferito l’onere di gestire quel confine a un numero ristretto di Stati – quelli confinanti con zone extra-UE – che hanno anche dovuto assumersi la responsabilità per l’identificazione e il rimpatrio dei migranti irregolari da paesi terzi. E se è indubitabilmente vero che alcuni paesi del Nord Europa si sono fatti carico della maggior quota di rifugiati con i relativi costi, accogliendo definitivamente i migranti di passaggio nei paesi mediterranei, d’altra parte la tentazione di alcuni Stati europei continentali appare essere stata quella di guadagnare tempo sia cominciando ad accogliere meno richieste di asilo, sia rafforzando i controlli ai confini, sospendendo Schengen o addirittura costruendo muri. Tutto ciò ha teso a trasformare i paesi mediterranei, tra cui in particolare l’Italia, in odierni stati-cuscinetto. Un do ut des poco vantaggioso per entrambe le parti che ha finito per esaltare le gestioni nazionali del fenomeno migratorio – mettendo a rischio un bene prezioso come quello della libera circolazione intra-Schengen – rispetto all’unica alternativa concretamente sostenibile: una vera politica comune dell’immigrazione e dell’asilo.

Analizzare, dunque, in modo non complessivo gli sforzi senza precedenti dell’Italia segnalando quelli di altri, peraltro pochi, paesi europei – come la Germania o la Svezia che meritevolmente si sono fatte carico, in seconda battuta, di molti richiedenti asilo arrivati nel Bel Paese – e non ricordando gli obblighi di solidarietà cui altri Stati europei – segnatamente quelli del Gruppo Visegrad – sfuggono, è il miglior modo per soffiare sul fuoco sovranista che avanza nel Vecchio Continente. Una sorta di inno allo chacun pour soi, Dieu pour tous.

L'autore

Alfonso Giordano è professore di Geografia Politica alla LUISS e Responsabile delle relazioni internazionali della Società Geografica Italiana


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