“Così sono diventato liberale”. Un inedito viaggio tra le letture del Premio Nobel Mario Vargas Llosa

12 settembre 2018
Libri Open Society
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Si può diventare liberali dopo essere stati marxisti? Mario Vargas Llosa ha le sue idee in proposito. Dall’alto dei suoi 82 anni, il premio Nobel per la Letteratura del 2010, nel suo ultimo libro “La Llamada de la Tribu”, racconta come ha voltato le spalle alla propria gioventù tinta di rosso per diventare un ardente difensore del liberalismo.

“La Llamada de la Tribu”, cioè “il richiamo della tribù”, è un titolo che evoca il celebre spirito tribale tanto criticato dal filoso Karl Popper. Tale spirito tribale, secondo Popper, spinge a negare l’individualità delle persone per poterle meglio diluire e poi arruolare in folli avventure collettive. Il racconto del percorso intellettuale di Vargas Llosa diventa tanto più intimo quanto più si addentra nelle letture che hanno segnato l’autore piuttosto che nei dettagli della sua biografia. In queste pagine si alternano, uno dopo l’altro, Adam Smith, José Ortega y Gasset, Friedrich von Hayek, Karl Popper, Raymond Aron, Isaiah Berlin e Jean-François Revel. Sette grandi pensatori che col tempo sono diventati le colonne portanti del pensiero dell’autore peruviano.

Il liberalismo non è né un’ideologia né una religione, ricorda Vargas Llosa, ma “una dottrina che non ha risposte per tutte le domande, contrariamente al marxismo, e che ammette al suo interno la divergenza di idee e la critica”. L’autore, anche per questa ragione, non si astiene dall’indicare alcune delle contraddizioni dei liberali.

Analizzando i sette maestri l’uno dopo l’altro, emerge in maniera sottile il loro denominatore comune: la volontà di far coesistere la molteplicità eterogenea degli esseri umani. Trovare nella società un punto di equilibrio pur tra mille diversità, piuttosto che imbrigliarla dentro un ordine e una direzione prestabiliti. Ecco il cuore del liberalismo. Tutti questi pensatori difendono, alla loro maniera, la cultura democratica, l’unica capace di lasciar esprimere la creatività umana attraverso l’arte e la scienza. La chiave di volta della loro riflessione è la nozione di tolleranza. Attraverso le pagine di Berlin e Popper, Vargas Llosa sottolinea correttamente che i liberali non credono alle verità definitive e rivelate. Il pluralismo può apparire chiassoso e disordinato, ma lasciar esprimere il nostro prossimo è d’obbligo, anche per il solo fatto che un’altra persona potrebbe avere dalla sua la ragione.

È bene notare che nessuno dei sette grandi pensatori scelti dal Nobel si è mai messo al servizio dei totalitarismi del XXI secolo. D’altronde se le idee entrano in conflitto con la realtà, sono loro a dover chinare la testa e non l’inverso. Ecco perché, per l’autore, il fatto di che Cuba e l’Unione Sovietica violavano il principio di realtà assestò il colpo di grazia alle sue simpatie giovanili per il marxismo. Attraverso il formato stesso di questo libro, lo scrittore dimostra come quella che è la forza intellettuale del liberalismo sia anche la sua debolezza politica: è impossibile infatti ridurre il liberalismo a un idolo o a uno slogan. Così, mentre rimane tutt’oggi di moda la mistificazione di Karl Marx e lo scimmiottamento dei suoi scritti del XIX secolo, Mario Vargas Llosa tratteggia una dottrina che all’opposto è ancora decisamente vitale e dalle molteplici sfaccettature.

Poco prima dello scoppio della guerra civile spagnola, Ortega y Gasset sintetizzò il senso del liberalismo come “la decisione di vivere insieme col nemico”. Per Vargas Llosa esso è prima di tutto “un’attitudine rispetto alla vita e alla società, fondata sulla tolleranza e sul rispetto, l’amore per la cultura, la volontà di coesistere con l’altro, con tutti gli altri, e una difesa incrollabile della libertà come valore supremo”. Il liberalismo dell’autore peruviano è coerente e indivisibile: esso si deve applicare sia all’economia sia alla politica, sia al sociale sia alla cultura. Applicarlo solo parzialmente, à la carte, ne fa una caricatura e lo condanna al fallimento.

Dalle pagine di questo libro emerge anche l’uomo d’azione che è in Vargas Llosa. Lo scrittore infatti, anche se ha abbandonato la politica attiva dopo la sconfitta alle elezioni presidenziali peruviane del 1990, non ha abbandonato la scena pubblica. Continua a predicare con forza le proprie idee in Spagna, dove di recente il partito Ciudadanos ha dovuto addirittura smentire la sua candidatura al Comune di Madrid, ma anche nel continente sudamericano dove “liberalismo” troppo spesso fa rima con “Fondo monetario internazionale” o “CIA”. Invece proprio l’America meridionale – dal Venezuela dove alla farsa democratica si aggiunge la catastrofe economica all’Argentina intrappolata nella sua eredità peronista, passando per il Brasile con le sue icone socialiste braccate dalla magistratura – avrebbe molto da guadagnarci ad ascoltarlo. Non è forse vero che la scelta dell’economia di mercato ha reso il Cile un Paese ricco? Non è indubbio che l’Uruguay abbia compiuto un grande passo in avanti legalizzando il matrimonio omosessuale e il consumo di cannabis? I sette pensatori scelti come riferimento nel libro sono tutti europei, ma in verità Vargas Llosa tra le righe ci parla del suo continente. Ispirandosi all’Europa, ci invita a guardare verso l’America del Sud. Stavolta lo ascolteremo?

Probabilmente no. E Vargas Llosa ha ragione quando rimprovera la Francia e i suoi intellettuali. Ai suoi occhi appaiono meritevoli soltanto Raymond Aron, “esiliato all’interno del suo stesso Paese”, e Jean-François Revel, “un Orwell dei tempi moderni”. Il problema è che “a questi due non è succeduto nessuno; così i giornali e le riviste francesi, senza di loro, sembrano aver perso qualità e brio”. Lo scrittore ricorda tra l’altro che Libération rese omaggio ad Aron proclamando che egli “aveva salvato la destra dal naufragio nella stronzaggine”, e così non può fare a meno di sospirare: “Ah, la mania dei francesi di classificare tutto, e il loro gauchismo a buon mercato”. Quanto a Revel, Vargas Llosa ne rimpiange apertamente “la curiosità vigile per tutto quello che accadeva nel resto del mondo, che fu poi una caratteristica fondante della vita intellettuale francese e che, purtroppo, molti intellettuali contemporanei d’Oltralpe sembrano aver dimenticato”. A buon intenditor, saludos!

 

 

L’articolo, apparso sul quotidiano francese L’Opinion è qui tradotto e riprodotto per gentile concessione dell’autore

L'autore

Maxime Sbaihi è un editorialista de L’Opinion e direttore generale del think tank Génération Libre

https://twitter.com/mxsba
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