13 settembre 2018

Perché l’economia europea può dormire sonni tranquilli di fronte alla crisi della Turchia

I mercati ad Ankara e Buenos Aires traballano, ma il mondo (finanziario) finora se ne è malapena accorto. L’economista Daniel Gros esamina in esclusiva per LUISS Open i numeri su Pil, esportazioni e banche che dovrebbero tranquillizzare l’Eurozona rispetto a uno scenario di profonda recessione nella vicina Turchia

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Un certo numero di economie emergenti sta attraversando una crisi finanziaria. Argentina e Turchia hanno visto le proprie valute deprezzarsi in maniera importante e le loro Banche centrali sono state costrette ad aumentare i tassi di interesse a livelli record. Tuttavia sembra che per il momento si sia riusciti a contenere le conseguenze esterne delle due crisi. Gli altri Paesi emergenti hanno assistito a una svalutazione decisamente contenuta delle proprie monete, mentre i mercati finanziari non sono stati per nulla condizionati dalle turbolenze. Si tratta di uno sviluppo notevole e degno di una spiegazione, specialmente per l’Europa nella quale molti si attendevano un incremento della fragilità dei mercati dovuto anche al fatto che la Banca centrale europea sta progressivamente abbandonando il programma di acquisto straordinario di titoli di Stato.

Prima di tutto, sia l’esperienza sia la ricerca accademica dimostrano che il ciclo finanziario è determinato essenzialmente dalle scelte politiche del Paese di riferimento, cioè gli Stati Uniti (Rey, 2018). Il peso maggiore delle scelte compiute dalla Federal Reserve è la conseguenza naturale del ruolo dominante del dollaro americano in quanto valuta di riserva. Se la crisi proseguirà e coinvolgerà più Paesi, l’impatto potrebbe essere percepito soprattutto nei mercati finanziari a stelle e strisce.

La crisi avrebbe potuto essere anticipata. E’ naturale infatti che tassi di interesse più alti, specialmente se si materializzano contemporaneamente a un incremento dell’avversione al rischio, influenzino prima di tutto i Paesi che dipendono dagli afflussi di capitali esteri, per esempio i Paesi con un deficit delle partite correnti. Un paio di anni fa, nel 2013, la stampa finanziaria concentrò la propria attenzione su un gruppo di Paesi chiamati “i Cinque vulnerabili”: Brasile, India, Indonesia, Sud Africa e Turchia. I primi quattro fra questi cinque Paesi, nel frattempo, hanno rafforzato in maniera significativa la loro posizione con l’estero; le loro bilance delle partite correnti sono migliorate, passando da un deficit di circa il 3% del Pil a uno pari all’1,5% del Pil. Ciò spiega perché finora il contagio sia stato minimo in questi Paesi.

La Turchia è l’unico Paese del gruppo dei “Cinque vulnerabili” a non aver ridotto il suo deficit delle partite correnti. Ecco il motivo per cui oggi è nei guai. L’Argentina, che cinque anni fa era vicina a un equilibrio con l’estero (e dunque non era tra i Paesi più vulnerabili), ha visto il suo deficit delle partite correnti salire fino al 5% del Pil. Da questo punto di vista è comprensibile perché la crisi attuale investa in maniera più decisa questi due Stati.

Parliamo inoltre di due economie che hanno un’importanza limitata nel contesto globale. Il loro Pil conta per il 2% dell’economia globale, ergo quest’ultima non sarà molto influenzata anche nel caso in cui i due Paesi sprofondassero in una grave recessione. La Turchia è più vicina all’Europa, certo, ma le nostre esportazioni alla volta di quel Paese costituiscono soltanto una minima parte delle esportazioni complessive dell’Eurozona o dell’Unione europea.

L’indicatore più importante per analizzare l’impatto potenziale dell’instabilità dei mercati emergenti sull’Europa sarebbe invece quello dell’esposizione delle banche del Vecchio continente verso tali Paesi. Il grafico qui sotto ci mostra dunque l’esposizione degli istituti di credito dell’Eurozona rispetto ad alcuni Paesi emergenti.

Esposizione transfrontaliera delle banche dell’Eurozona rispetto ad alcune economie emergenti vulnerabili (valori in miliardi di dollari)

Senza titolo

 

Di primo acchito l’esposizione nei confronti della Turchia sembra significativa, pari all’incirca a 150 miliardi di euro. Tuttavia quest’ordine di grandezza andrebbe visto nel contesto di un sistema bancario dell’Eurozona che complessivamente ha un bilancio che si avvicina o supera i 25.000 miliardi di euro, con attività transfrontaliere rispetto ai Paesi emergenti che tutte insieme raggiungono quota 2.000 miliardi di euro. Le banche italiane sono esposte verso la Turchia per 15 miliardi di euro, cioè un decimo di tutta l’esposizione dell’Eurozona, molto meno di quanto lo siano le banche spagnole che invece sembrano aver scoperto i Paesi emergenti come destinazione privilegiata dei loro investimenti. L’esposizione delle banche dell’Eurozona verso altri Paesi emergenti vulnerabili, e in particolare verso l’Argentina, è ancora più limitata. La Cina rappresenta di gran lunga l’area verso la quale l’esposizione è maggiore, ma con i suoi avanzi delle partite correnti e con le sue enormi riserve di valuta non può certo essere considerata una realtà “fragile”.

Nel complesso, dunque, l’Europa può restare tranquilla al cospetto del nervosismo che si registra nei mercati emergenti. Il rischio che l’attuale crisi dei mercati emergenti faccia deragliare l’economia dell’Eurozona è davvero piccolo.

 

Letture per approfondire:

Rey, Hélène (2018), “Dilemma not Trilemma: The Global Financial Cycle and Monetary Policy Independence”, NBER Working Paper No. 21162, National Bureau of Economic Research, Cambridge, MA, February

L’autore

Daniel Gros

Daniel Gros è direttore del Centre for European Policy Studies (CEPS), Senior Fellow della LUISS School of European Political Economy e Member dell’Advisory Board del LUISS Center of Italian Mezzogiorno Studies


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