Da Ippocrate alla Dichiarazione di Malta passando per Guantánamo. Questioni di etica medica

1 ottobre 2018
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Con la Dichiarazione di Malta, l’associazione Medica Mondiale (WMA Declaration of Malta on Hunger Strikes, novembre 1991) ha cercato di fornire alcune linee guida per il personale medico coinvolto, più o meno direttamente, nella pratica degli scioperi della fame. Senza elencare tutti i punti del documento, occorre evidenziarne alcuni aspetti per la loro particolare rilevanza nella situazione di Guantánamo. Nel preambolo è chiaramente sottolineato come i medici debbano tener conto (in tutti i casi in cui ci sia una qualche forma di coercizione) del fatto che, nonostante la presenza di competenza, i detenuti vivono una situazione di libertà limitata. Inoltre, la Dichiarazione di Malta suggerisce un impegno politico, se alcune pratiche non rispettano la norma accettata. Il primo principio del documento afferma il “dovere di agire eticamente. Tutti i medici sono vincolati dall’etica medica nel loro contatto professionale con persone vulnerabili, anche quando non forniscono in terapia. Qualunque sia il loro ruolo, i medici devono cercare di impedire la coercizione o il maltrattamento dei detenuti e devono protestare se si verifica”.

La vulnerabilità come concetto unico

Come primo e quindi (presumibilmente) più importante principio del documento, queste frasi contengono una serie di termini problematici che richiedono attenzione. Per cominciare, siamo introdotti a un gruppo di persone definito “vulnerabile” ma senza che sia chiarito chi sia in effetti “vulnerabile”. Questa mossa non è convincente, e spiegherò brevemente perché. Per sostenere la mia affermazione, sarebbe utile tenere conto del fatto che nel 2013 il Comitato Internazionale per la bioetica dell’UNESCO ha pubblicato una relazione sul principio del rispetto per la vulnerabilità umana e l’integrità personale, in cui sono state fatte distinzioni specifiche tra gruppi vulnerabili. Il Comitato in particolare scrive: “Mentre alcuni gruppi di persone possono sempre essere considerati vulnerabili, in ragione del loro status (ad es. bambini), altri possono essere vulnerabili in una situazione ma non in un’altra. Pertanto, la vulnerabilità non può essere definita come un concetto fisso e unico”. Se la vulnerabilità non è un concetto unico, allora la sua applicazione alla Dichiarazione di Malta non facilita il compito di capire chi deve essere aiutato (e perché) durante uno sciopero della fame. Infatti, uno sciopero della fame implica una qualche forma di vulnerabilità (perché protestare altrimenti?) che può o meno essere dovuta all’agenda politica contingente.

Il medico e l’obbligo di protesta

Il secondo termine che richiede un’analisi è quello di “protesta”. I medici sono obbligati a protestare se riscontrano un comportamento non etico nei confronti dei detenuti. eppure, non risulta chiaro come questa direttiva vada intesa: a chi, ad esempio, dovrebbero rivolgere la loro protesta i medici di Guantánamo? Verrebbe da pensare alle autorità, ma ci si rende subito conto dell’assurdità di tale approccio: comportamenti non etici non sarebbero mai avvenuti a Guantánamo senza il beneplacito delle autorità, quindi che senso avrebbe rivolgersi ai mandanti stessi? In casi del genere, i medici coscienziosi potrebbero decidere di protestare pubblicamente (compromettendo in qualche modo la legittimità dei loro leader politici e delle istituzioni agli occhi della comunità internazionale), ma questa è una scelta diversa da quella di rispettare il detenuto e molto più politicizzata di quanto espresso nel documento. Inoltre, l’obbligo di protesta potrebbe spingere il medico ad agire in modo moralmente discutibile sia verso sé stesso che verso il detenuto. Ad esempio, mentre un medico eticamente impeccabile potrebbe occuparsi dei pazienti anche in un contesto disumanizzato (garantendo quantomeno il massimo livello di comportamento umanitario), una volta uscito da tale contesto sarebbe impossibilitato ad aiutare i detenuti, lasciandoli nelle mani di colleghi meno compassionevoli.

Alimentazione forzata e giuramento di Ippocrate

Naturalmente, essere parte attiva di una procedura di alimentazione forzata che comporta un danno intenzionale non è in linea con il giuramento di Ippocrate. Alcuni casi hanno dimostrato anzi che sostenere la vita dell’individuo non è garanzia di trattamenti rispettosi dei diritti umani. Nel caso Nevmerzhitsky contro Ucraina è stato affermato dalla Corte europea dei Diritti dell’Uomo che il trattamento medico forzato può essere considerato a tutti gli effetti tortura. Ciò potrebbe suggerire che, anche in un contesto in cui la santità della vita è il principio guida, la preservazione della vita potrebbe rappresentare un errore morale superiore che non lasciare morire il prigioniero.

La coscienza di Ippocrate

Vaccini, fine vita, obiezione di coscienza e altri problemi di etica e medicina

Mirko Daniel Garasic
LUISS University Press

Scheda

L'autore

Mirko Daniel Garasic è ricercatore presso la Cattedra UNESCO di bioetica e diritti umani, visiting professor in Neuroethics alla Scuola IMT Alti Studi Lucca e professore di Bioethics alla LUISS


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