Flat tax e reddito di cittadinanza possono andare assieme. Ecco come

1 ottobre 2018
Editoriale Europe
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Sgomberiamo subito il campo da un equivoco. La flat tax – l’imposta personale ad aliquota unica – non è un modello impositivo statico, cristallizzato, da contrapporre ad altri modelli impositivi (fra cui ad esempio, l’attuale imposta personale e le sue molte o poche aliquote). Il termine flat tax indica più che altro un “processo”. Una tendenza, in atto da ormai più di trent’anni in tutto il mondo occidentale, alla riduzione delle aliquote dell’imposta personale e del loro numero ed alla semplificazione della struttura dell’imposta. Di questo processo, l’imposta personale ad aliquota unica è l’esito finale (e, se si vuole, estremo). L’obbiettivo conclusivo verso cui tendere e da raggiungere nel contesto di una più ampia riorganizzazione del sistema tributario e, più in generale, delle voci di entrata e di uscita del bilancio pubblico.

Nei principali paesi OCSE, fra il 2000 ed il 2016, la differenza fra l’aliquota applicabile al quinto scaglione (supponendo che si tratti dello scaglione più elevato) e l’aliquota applicabile al primo scaglione di reddito è passata da poco più di 27 punti percentuali a poco più di 26 punti percentuali con una chiara tendenza alla riduzione molto marcata fino allo scoppio della crisi finanziaria e solo in parte ribaltata successivamente. E l’aliquota massima (quella, per semplicità, applicabile al quinto scaglione) è passata da poco più del 35 per cento a poco più del 33 percento (anche qui con una tendenza alla riduzione molto evidente fino al 2007 e solo in parte vanificata dalle scelte successive). E se si andasse più indietro nel tempo non si troverebbero che conferme a queste tendenze. Sono, va da sé, indicatori molto rozzi ma che pongono la questione della flat tax in una prospettiva diversa da quella che in molti considerano scontata.

In questo quadro, l’osservazione secondo cui la flat tax avrebbe trovato applicazione in pochi paesi, per lo più di piccola dimensione (l’unica eccezione essendo la Russia) e caratterizzati da un bilancio pubblico contenuto, denota una difficoltà già osservata sul finire dell’800: la difficoltà a passare dalla fotografia al cinema. La difficoltà a osservare i sistemi impositivi nella loro evoluzione più che per quello che sono e rappresentano in un dato istante di tempo.

E’ un processo, quello di cui parliamo, tutt’altro che esaurito. Anzi, è un processo che ha già registrato e registrerà una accelerazione con il diffondersi della rivoluzione digitale, l’avvento delle piattaforme multisided e la conseguente dematerializzazione delle basi imponibili. Le grandi società del web, data la natura immateriale delle basi imponibili, il ruolo del capitale intangibile e la possibilità di offrire beni e servizi senza un legame fisico, riescono a pagare somme molto contenute e ad aggirare spesso qualsiasi forma di imposizione. E siamo solo nella prima fase di questo processo di dematerializzazione delle basi imponibili. Tra poco, larga parte delle stesse sarà pienamente digitale e il rischio di un loro pieno vanishing molto forte. In breve tempo, larga parte delle basi imponibili sarà completamente digitale e quindi sarà già molto se si riuscirà a tassarle con un prelievo proporzionale o sostitutivo.

A questo processo l’Italia ha già preso parte con entusiasmo ma anche con scarsa consapevolezza. Il sistema fiscale italiano è già largamente cedolare e la tendenza verso forme di tassazione flat  delle basi  imponibili diverse dai redditi da lavoro dipendente e da pensione è da tempo nei fatti.

E’ flat, infatti, l’imposta sugli utili delle società, al 24 per cento. E’ flat l’imposta sostitutiva sui redditi da attività finanziarie, al 26 per cento (salvo che per i proventi derivanti dai titoli pubblici tassati flat al 12,5 per cento). Sono flat le cosiddette “cedolari secche” del settore immobiliare (le imposte sui redditi derivanti dalla locazione degli immobili, per intendersi), fra il 10 per cento ed il 21 per cento a seconda dei casi. Sarà flat l’imposta sui redditi delle piccole imprese (se ci sarà), al 21 per cento. E’ flat – al 20 per cento (o, pare, anche meno) – il regime fiscale per i redditi da lavoro autonomo laddove prevalgano le condizioni per l’applicazione dei cosiddetti “minimi”. E’ flat  la tassazione degli utili e delle plusvalenze derivanti da partecipazioni con aliquota compresa, a seconda dei casi, fra il 25 ed il 26 per cento. E’ flat anche il regime fiscale applicabile alle solitamente cospicue remunerazioni dei gestori dei fondi di investimento (il cosiddetto carried interest) che fanno parte ormai dei redditi da capitale (e sono quindi tassate al 26 per cento). E’ flat – addirittura in termini assoluti e non proporzionali l’imposta sui redditi dei cosiddetti high net worth individuals (i titolari di grandi patrimoni) che intendono trasferire la loro residenza fiscale in Italia, i quali assolveranno i loro obblighi verso il fisco versando 100 mila euro (quale che sia il loro reddito).

Detto in altri termini, l’Italia ha già fatto passi importanti nella direzione della applicazione della flat tax. Ma in assenza di un esplicito obbiettivo e di un disegno di politica tributaria compiuto, queste scelte hanno generato un sistema fiscale complesso, opaco, inefficiente e iniquo.

In questo contesto, continuare a mitizzare l’Irpef, immaginandola diversa da quello che è o meglio da quello che è diventata nel tempo e assegnandole obiettivi irrealizzabili, così come continuare a caricare sulle spalle del sistema tributario l’intero onere delle politiche redistributive è già oggi controproducente ed inutile. Ridimensionare il ruolo dell’Irpef (rendendola però semplice, trasparente ed efficiente) e chiedere alla spesa pubblica di essere il canale principale di redistribuzione è un obiettivo forse ineludibile per chi ha a cuore il grado di equità complessivo dei sistemi di finanza pubblica. A cinquant’anni, o quasi, di distanza dalla riforma del 1971 una revisione radicale del sistema fiscale non è rinviabile più di tanto. Una discussione che volesse essere utile e  concreta dovrebbe essere incentrata, quindi, non tanto sul “se” quanto sul “come” e sul “quando”.

E dovrebbe provare a rispondere a queste domande: con quale disegno complessivo? In quali tempi? Con quali risorse?


Con quale disegno complessivo?

Contrariamente a quanto molti – senza averci riflettuto – sostengono, flat tax  e cosiddetto reddito di cittadinanza non sono alternativi ma complementari. Una misura di contrasto alla povertà (che si chiami reddito di cittadinanza o, forse più appropriatamente, reddito minimo) serve infatti a completare, riequilibrandolo sotto il profilo distributivo, il disegno di una imposta personale semplificata e caratterizzata da uno o forse anche due aliquote. Di più: se pensate insieme le due proposte possono consentire di affrontare e risolvere alcune annose carenze del nostro sistema impositivo (ad esempio, la questione dei cosiddetti contribuenti “incapienti”).

Questa banale osservazione chiarisce come l’introduzione della flat tax sia – anzi debba essere – una buona occasione per tornare ad una visione unitaria del bilancio pubblico. Per evitare che, come oggi, il lato della spesa disfi di notte quel che il lato delle entrate si propone di fare di giorno.

Ciò implica, nell’esempio precedente, perseguire l’obbiettivo redistributivo non solo sul versante delle entrate ma anche (se non soprattutto) sul versante della spesa. Quindi: una assistenza più efficace (e nettamente distinta dalla previdenza) e un contributo dei contribuenti  appartenenti alle fasce più abbienti al finanziamento dei servizi pubblici (la sanità, ad esempio, ma anche l’istruzione superiore).

E non ci si deve necessariamente fermare all’assistenza. Questioni giuridiche a parte, se l’obbiettivo fosse – come a volte par di capire – un sistema pienamente basato sul metodo contributivo allora il ricalcolo (pro quota) con il metodo contributivo dovrebbe riguardare tutti i trattamenti in essere e, per quanto riguarda la flessibilità in uscita, si dovrebbe ripristinare la libertà di uscita prevista dalla riforma Dini, ivi inclusi i trattamenti decrescenti al crescere della vita attesa in quiescenza del singolo. Si obbietterà che un ricalcolo generalizzato con il metodo contributivo farebbe morti e feriti soprattutto nelle fasce meno abbienti della popolazione ma è proprio qui che rileva l’importanza di un disegno complessivo. I tre campi di intervento – previdenza, assistenza e fisco – possano essere “pensati” infatti simultaneamente al fine di garantire un esito complessivo al tempo stesso coerente, sostenibile ed equo. E’ ovvio che le riduzioni significative della pressione fiscale implicite nella flat tax potrebbero rendere assai più agevole il ricalcolo dei trattamenti più elevati con il metodo contributivo così come un ridisegno attento dei meccanismi dell’assistenza potrebbe rendere possibile il ricalcolo anche nei segmenti  più deboli della popolazione dei pensionati. Ma perché questo si realizzi, bisogna che si rifletta sul disegno dell’intero sistema e non solo sulle sue singole componenti separatamente. Sarebbe, va detto, un vero e significativo cambiamento da cui conseguirebbero risultati di rilievo: un fisco più leggero associato ad una fornitura onerosa dei servizi pubblici (e quelli previdenziali non sono altro che servizi assicurativi), la mitica separazione fra assistenza e previdenza (che farebbe un gran bene in primo luogo all’Inps), per citarne solo alcuni. Un cambiamento al quale andrebbe aggiunto un solo punto per renderlo completo: un sistema di prestiti contributivi (non oneri figurativi, sia chiaro) per le carriere discontinue e quindi soprattutto per i giovani. Il tassello da sempre mancante in un sistema (quello contributivo) costruito per carriere ragionevolmente continue.

Spostare il peso della redistribuzione in parte sul versante della spesa consente di puntare ad una progressività moderata sul versante delle entrate e di concentrarsi su altri obbiettivi di politica tributaria. Obbiettivi per decenni trascurati, come

  • la semplicità (meno imposte, meno aliquote)
  • la trasparenza (meno bonus, detrazioni, deduzioni e, in generale, trattamenti di favore)
  • l’efficienza (un profilo meno erratico delle aliquote marginali)
  • l’equità (aliquote sui redditi di impresa o da capitale pari all’aliquota massima sui redditi da lavoro, diversamente da quanto accade oggi)
  • la competitività del sistema (un po’ di “svalutazione fiscale” non guasterebbe)

C’è di più. Contrariamente a quanto tutti i ministri dell’Economia hanno pensato negli ultimi anni, interventi al margine tendono ad essere straordinariamente faticosi dal punto di vista del reperimento delle risorse e assai poco efficaci nel determinare le aspettative di famiglie ed imprese e di conseguenza nel loro impatto sull’economia. Al contrario, disegni riformatori per quanto possibile ampi mettono in discussione comparti importanti del bilancio pubblico – sia sul versante delle entrate che sul versante delle uscite – e di conseguenza rendono relativamente più semplice il reperimento delle risorse e trasmettono alle famiglie ed alle imprese messaggi assai più netti sul futuro. Questo punto sembra essere molto chiaro all’attuale ministro dell’Economia che non a caso ha spesso associato l’attuazione del reddito di cittadinanza al ripensamento di molte delle misure di contrasto alla povertà e di supporto al reddito oggi in essere. E che, sempre non a caso, sembra immaginare il ridisegno delle aliquote delle imposte dirette non separatamente dal tema delle spese fiscali o da ipotesi di ricomposizione del prelievo a favore delle imposte indirette.

Per dirla in breve, la flat tax non è e non può essere un’operazione al margine (il che spiega anche le resistenze che incontra). Lo sarebbero invece interventi come l’estensione del regime forfettario per piccole imprese e professionisti. Interventi molto più in linea con la progressiva e disordinata cedolarizzazione del sistema impositivo del passato che non con la radicale semplificazione che ci si attende per il futuro. E come tali interventi che non cambiano la vita di chi ne beneficia e deludono chi ne resta fuori. Meglio, molto meglio, una revisione delle aliquote che rappresenti, con chiarezza un passo verso l’obbiettivo vero: la flat tax.

In questo senso, se è lecito dare un consiglio non richiesto, non bisogna limitarsi a giocare su questa o quella posta del bilancio pubblico ma è essenziale che il disegno complessivo sia ampio e per quanto possibile evidente fin dalla sua prima applicazione. Perché è il disegno a regime che contribuisce a formare le aspettative di famiglie ed imprese e a determinarne i comportamenti. Il che non vuole affatto dire – come vedremo – che si debba fare tutto e subito. Al contrario, una profonda riforma fiscale e di parte importante del welfare non può non avere un orizzonte pluriennale anche perché la sua capacità di incidere sui comportamenti delle famiglie e delle imprese dipende crucialmente dalla credibilità e dalla affidabilità del contesto di finanza pubblica in cui è iscritta.


Con quali risorse?

La chiave sta dunque nel disegno: più ampio è il disegno e più ampi sono i margini per recuperare risorse all’interno del bilancio.E qui veniamo al punto più delicato. A che serve una riforma come quella di cui discutiamo? Nella discussione sulla flat tax c’è un non detto che pesa. Per alcuni dei proponenti, la flat tax (in disavanzo) è semplicemente lo strumento principale di una politica economica keynesiana di sostegno della domanda.  Per loro vale – temo – una frase di J. M. Keynes: “gli uomini pratici [i politici, cioè], che si ritengono completamente liberi da ogni influenza intellettuale, sono generalmente schiavi di qualche economista defunto” (nel caso di specie lo stesso J. M. Keynes). Ma c’è oggi in Italia un problema di sostegno della domanda? Con una economia tornata a crescere poco – non c’è dubbio – ma in linea con il proprio (deludente) potenziale? Ed è ragionevole riformare il sistema fiscale per sostenere la domanda? E quante riforme fiscali dovremmo fare per sostenere perennemente la domanda?

La flat tax è altro. E’ lo strumento di una politica strutturale – il concetto dovrebbe piacere a Bruxelles – mirata ad innalzare il tasso di crescita potenziale  dell’economia che è da quasi trent’anni il vero tallone d’Achille della nostra economia. Una politica strutturale fatta di un fisco più leggero, uno Stato meno invadente, una pubblica amministrazione concentrata sul suo core business. In questo senso, l’introduzione della flat tax non è sinonimo di ampi disavanzi. Anzi, per certi versi, ampi disavanzi pubblici trasmettono messaggi contraddittori rispetto a quelli impliciti in una flat tax: iin quanto “promettono” implicitamente futuri incrementi di imposte, in quanto non mutano le aspettative e le prospettive di medio periodo di famiglie e di imprese, in quanto non implicano uno Stato più discreto e leggero.

Sia chiaro: abbiamo bisogno di una riduzione del peso dell’operatore pubblico nell’economia e nella società italiane. E quindi abbiamo bisogno di una significativa riduzione della pressione fiscale  (tale da portarci almeno sulla media UE) che riguardi tanto le imprese quanto le famiglie. Ma sarebbe opportuno che questa riduzione non incidesse sul disavanzo e quindi fosse coperta da tagli di spesa di entità sostenibile.


Con quali tempi?

Se la flat tax è quel che abbiamo detto, conta più di ogni altra cosa, indicare l’obbiettivo a regime ed i passi necessari per raggiungerlo.

Quindi:

  • la riduzione della pressione fiscale deve essere pianificata su un orizzonte almeno triennale (e partire all’inizio della legislatura)
  • e deve procedere di pari passo con l’attività di revisione della spesa;
  • la riforma deve essere accompagnata dalla predisposizione di strumenti informativi adeguati;
  • la riforma deve essere strettamente associata ad una immagine di credibilità, affidabilità e disciplina nella gestione delle finanze pubbliche.

E se le cose andassero meglio del previsto? Non si può escludere che un sistema fiscale più semplice, più trasparente e più equo contribuisca alla emersione di base imponibile, ma non è contando su questo elemento che possono essere gestite le finanze pubbliche di un paese finanziariamente debole come l’Italia.

Se comunque le cose andassero meglio del previsto, ogni eventuale incremento di gettito generato dal recupero di basi imponibili eventualmente conseguente alla diversa struttura del sistema fiscale dovrebbe tradursi in riduzioni ulteriori della pressione fiscale. A cominciare – a parere di chi scrive – dalla riduzione delle tante “tasse sul cambiamento” (in primis, l’imposta di registro). Per cancellare il messaggio che l’intero paese sembra inviare, ogni giorno, ai suoi cittadini ed in particolare ai suoi cittadini più giovani: “meglio non fare, meglio non muoversi, meglio non cambiare, meglio non rischiare”.

 

 

 

 

 

*Gli argomenti sviluppati in quest’articolo poggiano su un ampio lavoro di ricerca condotto dall’Istituto Bruno Leoni e sfociato nella proposta nota come “25% per tutti”. I principali risultati di quella attività ricerca sono riportati in N. Rossi (a cura di), 25% per tutti. Un sistema fiscale più semplice, più efficiente, più equo, Torino:IBL Libri, 2017 e N. Rossi, Flat tax, Venezia: Marsilio, 2018. Il dibattito seguito alla presentazione della proposta è stato raccolto in IBL, 25% per tutti. Il dibattito (Torino, IBL Libri, 2017). Alcuni dei temi trattati in questo saggio sono stati inoltre oggetto di alcuni interventi dell’autore su Il Corriere della Sera (con Mauro Marè) e sul suo supplemento L’Economia del Corriere della Sera.

L'autore

Nicola Rossi è un politico ed economista già presidente dell’Istituto Bruno Leoni. Insegna Economia politica all’Università di Tor Vergata


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