4 ottobre 2018

Caso Lucano: perché la punizione è l’essenza della disobbedienza civile

Il sindaco di Riace Domenico Lucano ha disobbedito pubblicamente ad una legge che riteneva ingiusta. Secondo Gianfranco Pellegrino è un tipico caso di disobbedienza civile, che può trovare nella punizione inferta la più grande arma per convincere cittadini e governanti delle proprie ragioni.

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Fu con molta sofferenza che Huckleberry Finn, nel romanzo di Mark Twain, decise di non denunciare Jim, lo schiavo fuggiasco. Atti simili vennero compiuti da Tom Sawyer. Entrambi i ragazzi erano divisi fra l’impulso a liberare l’amico Jim e il rimorso per dover violare una legge. Nello stesso paese e negli stessi anni, Henry David Thoreau non provò nessun rimorso per aver cercato di non pagare le tasse, cosa che gli costò una notte in galera. Thoreau voleva, non pagando le sue tasse, evitare di essere complice del governo americano, un governo responsabile della legge che imponeva la denuncia e la cattura degli schiavi fuggitivi, per l’appunto.

Sia Huckleberry Finn che Thoreau sono stati visti come esempi di disobbedienza civile, e sono stati assimilati ad altri nomi – nomi come Antigone e Socrate, per esempio. Eppure, le differenze di atteggiamento e di intenzioni sono tutto, in queste materie. Huck e Tom non hanno del tutto chiare le ragioni della loro disobbedienza. L’unica differenza fra i reati compiuti da altri personaggi del romanzo – soprattutto i due manigoldi che incontrano durante la loro fuga, il Duca e il Re – e quello di Huck e Tom sta nell’assenza di fini egoistici da parte di questi ultimi. Ma non si può dire che i due ragazzi stiano esplicitamente protestando contro una legge ingiusta – perché non è chiaro se abbiano coscienza dell’ingiustizia. Sono sinceramente affezionati a Jim, e vedono in lui l’amico e l’essere umano – non l’oggetto di proprietà o l’uomo con un diverso colore della pelle. E questo è già un passo avanti: il razzismo si supera anche e soprattutto vedendo la persona al di là dello stereotipo. Ma la presa di posizione morale arriva quando si vede la discriminazione generale, e non solo il torto fatto al nostro amico.

E sono famose le parole con cui Thoreau rivendica il diritto di mantenere la propria coscienza pulita, non contribuendo al male, ma allo stesso tempo rifiuta il dovere di lottare per rendere il proprio governo più giusto:

Non è dovere di un individuo dedicarsi all’estirpazione delle ingiustizie, neppure quelle più gravi; egli potrebbe avere a buon diritto altri interessi, che lo tengono occupato; io dico però che è suo dovere, almeno, tenersi al di fuori di queste ingiustizie perché, se è legittimo non occuparsi dell’ingiustizia, non occorre darle il proprio supporto pratico. […] Non sono venuto a questo mondo innanzitutto per farne un buon posto nel quale vivere, ma per viverci, buono o cattivo che sia. Da uomo non devo fare tutto, ma qualcosa; e poiché non si può fare tutto, non è necessario che debba fare qualcosa di male.

Queste frasi, nonostante compaiano in un’opera intitolata dall’editore Disobbedienza civile, presentano una giustificazione dell’obiezione di coscienza, più che della disobbedienza civile. Per questa ragione, quella di Thoreau non fu neanche una rivoluzione – per quanto la rivoluzione talvolta arriva annunciata e travestita da singola disobbedienza: Jan Palach si bruciò nella piazza San Venceslao, il 21 agosto del 1969, per protestare contro una rivoluzione che non aveva avuto successo; Il 17 dicembre del 2010, Mohammed Bouaziz compie lo stesso gesto, per protestare contro la polizia che gli aveva sequestrato la frutta che vendeva clandestinamente. Questo gesto avvia – almeno in senso temporale, se non proprio causale – la stagione delle primavere arabe. Curiosamente Thoreau aveva coscienza del dovere di ribellarsi, sino a portare alle estreme conseguenze il diritto alla rivolta contro un governo ingiusto che ogni popolo ha. Egli scrive, parlando dell’America schiavista impegnata nella guerra contro il Messico: «Se un sesto della popolazione di una nazione che si è impegnata ad essere il rifugio della libertà è formato da schiavi, e un intero paese è invaso e sottomesso ingiustamente da un esercito straniero, e sottoposto alla legge marziale, io penso che non sia troppo presto per gli uomini onesti ribellarsi e fare una rivoluzione». Eppure, come già detto, Thoreau si accontentava, una volta l’anno, quando arrivava l’esattore delle tasse, di cercare con la sua astensione di fermare la macchina dell’ingiustizia: ma non riteneva di andare oltre.

La disobbedienza civile pare stare a metà fra due estremi, fra l’obiezione di coscienza e la rivoluzione. Per farlo, necessita di una gestione molto accurata della comunicazione e delle azioni. Secondo una tradizione ormai consolidata, la disobbedienza civile è una violazione di una singola legge sorretta da motivazioni etiche – dalla coscienza che si tratti di una legge ingiusta –, da finalità politiche – il fine di indurre i propri concittadini a vedere l’ingiustizia della legge violata e il governo ad abrogarla – e sullo sfondo di una fiducia generale nello Stato di diritto. Sono le finalità politiche e la fiducia nello Stato di diritto a distinguere la disobbedienza civile dall’obiezione di coscienza – che è la richiesta di essere esenti da una legge per ragioni morali, ma senza la dichiarata finalità di provocarne l’abrogazione – e dalla rivoluzione – che è la sfida a un intero ordinamento giuridico e al regime politico che ne è all’origine.

Di disobbedienza civile si è parlato nel caso del sindaco di Riace Domenico Lucano, recentemente accusato di favoreggiamento dell’immigrazione clandestina e agli arresti domiciliari. Le intenzioni di Lucano sono chiarissime – egli ritiene, e molti concordano con lui (compreso chi scrive), che la Bossi-Fini e la legislazione consimile siano leggi ingiuste. Si potrebbe aggiungere che queste leggi siano non solo moralmente ingiuste, ma anche in contrasto netto con la Costituzione italiana, che riconosce il diritto all’asilo e l’eguaglianza degli esseri umani.

La fiducia nello Stato di diritto, nelle azioni di molti disobbedienti, si manifesta di solito con la volontà di accettare la punizione, anzi con l’intenzione astuta di volgere quella punizione a proprio favore, facendone occasione di scandalo. La punizione di chi viola una legge ingiusta è stata spesso arma per convincere i propri concittadini e i governanti dell’ingiustizia. Il disobbediente spera di essere arrestato, e si costituisce, perché il proprio atto non venga confuso con il reato ordinario. Nel caso di Lucano, si tratta di reati amministrativi, che configurano il favoreggiamento: ma rimane ovvio che è proprio il favoreggiamento della violazione di una legge ingiusta a essere un chiaro caso di disobbedienza. La maniera migliore, forse, di seguire l’esempio del sindaco di Riace è proprio rivendicare a viso aperto la violazione di leggi che hanno un ovvio sapore razzista – e non solo di accettare, ma addirittura di cercare la punizione. Non bisogna dare l’impressione – che talvolta forse Lucano ha dato – di cercare di aggirare surrettiziamente le leggi ingiuste. Bisogna trasgredirle a viso aperto, se le si ritiene ingiuste. I giudici di Reggio Calabria, allora, sono complici di Lucano, in un certo senso – complici, o meglio efficaci collaboratori, nell’aprire gli occhi dei cittadini italiani sul fallimento, o sull’assenza, di politiche migratorie del nostro paese.

L’autore

Gianfranco Pellegrino

Gianfranco Pellegrino è Ricercatore al Dipartimento di Scienze Politiche della LUISS


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