Le tue sensazioni non contano niente. Lo dicono i Big Data

4 ottobre 2018
Libri Open Society
FacebookFacebook MessengerTwitterLinkedInWhatsAppEmail

In realtà, provare cose che già si sospettano, ma per le quali si dispone di poche prove, ha un suo valore. Sospettare è un conto. Avere le prove è tutt’altra cosa. Ma se i Big Data potessero solo confermare sospetti preesistenti, non sarebbero rivoluzionari. Per fortuna, i Big Data possono fare molto di più. Di volta in volta, possono mostrare che il mondo funziona esattamente all’opposto di ciò che si immagina. Ecco alcuni esempi che potreste trovare più sorprendenti.

Potreste pensare che una delle principali cause del razzismo sia l’insicurezza economica e la vulnerabilità. Il sospetto più diffuso, quindi, è che quando le persone perdono il lavoro, il razzismo aumenta. Ma, in realtà, né le ricerche di stampo razzista né l’appartenenza a Stormfront aumentano con la disoccupazione. Si potrebbe pensare che l’ansia sia un problema più diffuso nelle grandi città sovraffollate. Il nevrotico urbano è un famoso stereotipo. Ma le ricerche su Google che riguardano l’ansia – come “sintomi dell’ansia” o “aiuto per ansia” – tendono a essere più frequenti in luoghi con livelli di istruzione e redditi medi più bassi e dove una parte più ampia della popolazione vive in aree rurali. Ci sono tassi di ricerche sull’ansia più elevati nelle zone rurali dello Stato di New York, rispetto a New York City.

Potreste essere portati a pensare che un attacco terroristico che uccide decine o centinaia di persone sia automaticamente seguito da un’ansia grave e su larga scala. Il terrorismo, per definizione, dovrebbe infondere un senso di terrore. Ho guardato le ricerche su Google che riguardano l’ansia. Ho verificato quanto queste ricerche siano aumentate negli Stati Uniti nei giorni, nelle settimane e nei mesi successivi a tutti i principali attacchi terroristici in Europa o in America a partire dal 2004. Volete sapere, in media, quanto sono aumentate le ricerche relative all’ansia? Non sono aumentate. Zero.

Potreste pensare che quando sono tristi le persone cerchino più spesso barzellette e storielle divertenti. Molti dei più grandi pensatori della storia hanno affermato che ci rivolgiamo all’umorismo come a una forma di liberazione dal dolore. L’umorismo è stato a lungo considerato un modo per affrontare le frustrazioni, la sofferenza, le inevitabili delusioni della vita. Come diceva Charlie Chaplin, “la risata è il tonico, il sollievo, la tregua dal dolore”. Tuttavia, le ricerche di storie divertenti sono più basse il lunedì, il giorno in cui le persone segnalano di essere più infelici. Sono più basse nei giorni in cui il cielo è nuvoloso e in quelli di pioggia. E precipitano dopo una grande tragedia, come quando due bombe hanno ucciso tre persone e causato centinaia di feriti durante la maratona di Boston nel 2013.

Le persone sono più propense a cercare barzellette quando le cose vanno bene nella vita, rispetto a quando invece sono tristi. A volte un nuovo dataset rivela comportamenti, desideri o preoccupazioni che non si sarebbero mai presi in considerazione. Ci sono molte inclinazioni sessuali che rientrano in questa categoria. Per esempio, sapevate che in India in cima alla classifica delle ricerche che iniziano con “mio marito vuole…” c’è “mio marito vuole essere allattato al seno”? Questa ricerca è molto più comune in India che in altri Paesi. Inoltre, le ricerche pornografiche di immagini o filmati di donne che allattano al seno sono quattro volte più alte in India e in Bangladesh che in qualsiasi altro Paese al mondo.

Certamente non lo avrei mai sospettato, prima di vedere questi dati.

 

Il brano proposto è un estratto dal libro La macchina della verità. Come Google e i Big Data ci mostrano chi siamo veramentein libreria dal 4 ottobre per LUISS University Press

 

 

 

L'autore

Seth Stephens-Davidowitzè il data scientist che ha svelato il modo corretto di interpretare i Big Data. Già analista per Google, è editorialista del New York Times.


Website
Articoli correlati