“L’America non è in guerra civile. Le sue élite sì”. Parla Fiorina

27 novembre 2018
Intervista Open Society
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di Marco Valerio Lo Prete

 

Sbaglia chi legge le recenti elezioni di metà mandato negli Stati Uniti come la garanzia di una riscossa dei Democratici in vista della corsa del 2020 per la Casa Bianca. Sbaglia chi interpreta le elezioni nazionali che due anni fa hanno portato alla Presidenza il Repubblicano Donald Trump come l’inizio di un’inesorabile svolta autoritaria e razzista del Paese. Sbaglia, soprattutto, chi crede che l’America stia attraversando una nuova guerra civile strisciante. A sostenerlo è Morris Fiorina, decano dei politologi mondiali con cattedra all’Università di Stanford, in California, che a LUISS Open illustra numeri, dati e ipotesi che rischiano di mandare in tilt il commentatore medio di politica americana.

“Si prenda il tema dell’immigrazione – dice a margine di una lezione tenuta all’università LUISS di Roma, ospite del collega e direttore del CISE Roberto D’Alimonte – È difficile sostenere che gli Americani siano ostili agli immigrati. La maggior parte di loro è contraria all’idea di costruire un muro al confine col Messico, ritiene che l’immigrazione faccia più bene che male al Paese ed è favorevole alla predisposizione di un qualche percorso che consenta di passare gradualmente dalla clandestinità alla cittadinanza. Allo stesso tempo, però, solo un quarto degli Americani sostiene che nel Paese ci vogliano ancora più immigrati, circa la metà è contraria alle città-santuario che schermano gli immigrati illegali dalle leggi federali, più della metà preferirebbe una maggiore enfasi sull’immigrazione qualificata, il 70% ritiene che gli arrivi illegali dal Messico siano un problema serio. Nell’opinione pubblica, dunque, molte posizioni dei Repubblicani sull’immigrazione sono minoritarie, così come lo sono anche molte posizioni dei Democratici. Non esiste però un partito politico che metta assieme i punti su cui concordano significative maggioranze degli elettori”.

Per dimostrare che l’America non è ideologicamente dilaniata come potrebbe apparire da certe cronache, Fiorina osserva prima di tutto che dagli anni 70 a oggi “non è diminuito il numero di elettori che si definisce ‘moderato’ o ‘di centro’”. Inoltre, “quando guardiamo a temi specifici, inclusi quelli molto divisivi in America tipo l’aborto, la grande maggioranza dei cittadini è saldamente e costantemente a favore di posizioni intermedie, a metà tra quelle più estreme propugnate da liberal e conservatori”. Lo stesso vale per un tema a lungo dibattuto come la gestione della Sanità. Infine, a chi oggi è convinto di vivere nell’era della partigianeria diffusa, Fiorina ricorda che “la percentuale di Americani che ammette di avere un’identificazione di partito è ai minimi storici. Quando gli American National Election Studies iniziarono, negli anni 50, tre quarti degli intervistati si dichiararono Democratici o Repubblicani. Nello studio del 2016, solo il 60% circa lo ha fatto. Analogamente, sondaggi commerciali riportano che il 40% o più degli Americani oggi afferma di essere un ’indipendente’ dal punto di vista politico”. Nemmeno le elezioni presidenziali del 2016, per quanto aspramente combattute, smentiscono simili andamenti: “Quel voto è stato percepito da qualcuno addirittura come un cambiamento di regime politico e come un mutamento radicale dello spirito profondo degli Americani. In realtà Trump ha vinto strappando ai Democratici tre Stati in bilico come la Pennsylvania, il Michigan e il Wisconsin grazie a un vantaggio complessivo di 78.000 voti. E se si tiene conto del voto popolare di tutto il Paese, vinto tra l’altro dalla Clinton, lo spostamento rispetto alle elezioni federali precedenti ha coinvolto appena l’1% dell’elettorato. In un sistema istituzionale-politico di impianto proporzionale come ce ne sono molti in Europa, i numeri elettorali americani del 2016 avrebbero dato luogo a ‘una elezione di conferma dello status quo’ o poco più. E aggiungo: se lo 0,0006% degli elettori americani avesse votato all’opposto di come ha effettivamente votato, gli analisti di mezzo mondo si sarebbero trovati a commentare una vittoria della Clinton e ci avrebbero spiegato per settimane che l’America aveva respinto il razzismo, il sessismo e la demagogia!”.

Con questo riferimento al commentatore-tipo dell’attualità politica, Fiorina introduce il secondo punto nevralgico del suo ragionamento: “Gli Americani non sono in guerra civile, ma la loro classe dirigente e politica sì che lo è”. Lo studioso prende spunto dalla tesi della “ribellione delle élite” di Christopher Lasch, storico scomparso nel 1994 che Fiorina ha conosciuto e frequentato ai tempi dei suoi studi all’Università di Rochester, nello Stato di New York. “Élite accademiche e mediatiche, politici di professione, finanziatori e attivisti di partito: in questa ristretta parte della nostra società, esistono effettivamente due tribù l’una contro l’altra armate. Parliamo di gruppi demograficamente irrilevanti – i lettori assidui del New York Times e del Wall Street Journal costituiscono assieme l’1% della popolazione americana – ma che si riescono a far ascoltare di più e che stabiliscono il tono dominante del dibattito pubblico. È a partire dai campus universitari, per esempio, e poi di conseguenza nel dibattito politico e giornalistico, che l’identity politics, cioè l’identità etnica o di genere brandita come strumento politico, è diventata così importante. Inoltre – continua il politologo di Stanford – il neo-tribalismo delle élite ha fatto sì che dentro ai partiti politici, a partire dagli anni 70, si sia realizzato un processo di selezione di dirigenti e quadri che ha generato una netta omogeneizzazione ideologica all’interno dei due schieramenti”. Mentre gli elettori hanno mantenuto a lungo posizioni moderate e variamente sfaccettate che li rendevano spesso difficili da catalogare, la classe politica dei Democratici e dei Repubblicani è diventata rispettivamente sempre più progressista o sempre più conservatrice.

Le “maggioranze politiche instabili” che hanno caratterizzato l’ultimo ventennio americano, con un alternarsi sempre più frequente – e quasi automatico – dei Democratici e dei Repubblicani in ogni occasione elettorale utile, secondo Fiorina, sono figlie proprio di questa situazione: da una parte élite politico-culturali polarizzate e dall’altra elettori che “vanno avanti nella loro vita quotidiana come sempre hanno fatto, perlopiù disimpegnati dall’attivismo politico e tutt’altro che desiderosi di una guerra civile”. Ciò causa una “intrinseca instabilità” che funziona così: “Un Partito prende il potere convincendo la quota maggiore degli elettori indipendenti, tenta di governare ma i suoi connotati ideologicamente più marcati scontentano tanti Americani che alla prima occasione utile fanno di tutto per cacciarlo dal potere. Il processo di omogeneizzazione ideologica del personale politico, tra l’altro, ha fatto sì che anche nel sistema tendenzialmente maggioritario e uninominale degli Stati Uniti, ormai, il voto alla persona sia meno importante del voto al Partito”. Per Fiorina, uno dei motivi dell’appeal di Trump nel 2016 dipese proprio dal fatto che era difficile capire dove egli si posizionasse su molti temi: su aborto, Sanità e politica estera, per esempio, poteva sembrare che avesse posizioni sfumate e variegate. Ciò gli ha consentito di intercettare alcuni di quegli elettori che avevano posizioni non coincidenti con quelle piuttosto rigide e ortodosse delle piattaforme dei due principali partiti.

Ovviamente Fiorina, nella sua lettura dell’America contemporanea, non nega il rafforzarsi di una “tensione di classe tra haves e have-nots, né l’allontanamento progressivo della classe lavoratrice dal Partito democratico (“ma è così dai tempi di Dwight D. Eisenhower”), né il ruolo giocato di recente da “una politica identitaria dell’elettorato bianco, anche in risposta a un diffondersi della politica identitaria della sinistra a favore delle diverse minoranze”, né il peso crescente del dibattito sull’immigrazione. Ma al fondo rimane convinto che l’America non stia vivendo una guerra civile strisciante, anche se qualcuno vorrebbe che così fosse e sta facendo di tutto per fomentarla. Quanto al futuro, dice di volersi tenere alla larga dalle previsioni, però avverte: Trump è tutt’altro che il primo Presidente in carica a uscire ammaccato dalle elezioni di metà mandato, ma nel 2020 il campo da gioco sarà molto meno favorevole per i Democratici. “Tra due anni non assisteremo a una sfida fra ‘Trump’ e l’alleanza di tutti gli ‘anti-Trump’, ma a quella fra Trump e uno specifico candidato del Partito democratico – osserva Fiorina – E se dalle primarie democratiche dovesse uscire vincitore un candidato troppo radicale e progressista, allora per l’attuale Presidente la riconferma sarebbe a portata di mano”.

intervista a

Morris Fiorina insegna Scienze politiche alla Stanford University, è Senior Fellow presso la Hoover Institution, e partner del CISE-LUISS per ricerche comparate su temi elettorali. È uno dei massimi esperti di politica statunitense.


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