11 dicembre 2018

Emmanuel Macron offre un’aspirina ai gilet gialli, ma l’economia francese ha la polmonite

Il Presidente francese fa concessioni alla piazza in rivolta, ma rimane il peccato originale della sua politica economica: quella “teoria dello sgocciolamento” che punta a favorire i ricchi per rilanciare la crescita e che è stata smentita dalla storia.

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In un solenne discorso televisivo, il presidente Emmanuel Macron ha cercato di fermare l’onda lunga della protesta dei “gilet gialli” che scuote la Francia da più di un mese. Dopo un contrito e teatrale (forse troppo, al punto da sembrare non sincero) mea culpa sull’arroganza dei primi diciotto mesi di mandato, e sulla necessità di ascoltare di più la sofferenza della popolazione, Macron ha annunciato una serie di misure volte a sostenere il reddito, e il potere d’acquisto, dei contribuenti più poveri.
Le misure più importanti e immediate sono una rivalorizzazione del salario minimo (ottenuta in realtà aumentando il “premio di occupazione” cui hanno diritto i redditi più bassi), una decontribuzione e detassazione delle ore supplementari (misura molto popolare a suo tempo introdotta da Nicolas Sarkozy e poi abolita da François Hollande) e, infine, l’annullamento dell’aumento contributivo per i pensionati più poveri e la conferma del congelamento (per almeno tutto il 2019) della tassazione ecologica sul carburante.

Più significativo, anche se meno mediatizzato, è l’impegno a rinunciare al suo approccio verticista (le président jupitérien), in favore del recupero di un ruolo importante per i corpi intermedi, in particolare i sindaci, nel rilanciare un “social compact” che dovrebbe mettere al centro la crescita e l’equità.

Basteranno le misure annunciate a placare la rivolta che serpeggia in Francia? Molto probabilmente no, perché soffrono di un peccato originale, di una contraddizione che il presidente non sembra voler risolvere. La rivolta dei gilet gialli è esplosa a causa degli aumenti del prezzo del carburante, che hanno colpito in particolare le famiglie rurali e gli agricoltori; ma il malessere ha radici molto più profonde, e diffuse, nella società francese. L’economia sente, dopo dieci anni, tutto il peso di una crisi che ha colpito duramente le classi medie e inferiori. La disoccupazione che ha tardato a ridursi (costando la rielezione a François Hollande); l’austerità che, sia pure meno marcata che nei paesi della cosiddetta “periferia” della zona euro, ha ridotto il perimetro e la copertura dei servizi pubblici; e infine, la riduzione delle allocazioni familiari e del welfare in generale, che ha colpito in particolare le categorie più disagiate.

Tutto questo ha condotto ad una crisi che su Le Monde Julia Cagé ha chiamato “la crisi del potere d’acquisto”, che ha a lungo covato prima di esplodere in tutta la sua violenza in occasione dell’ultima legge di bilancio.

Emmanuel Macron ha un’enorme responsabilità per l’infiammarsi della crisi. A sua difesa si potrebbe notare che l’aumento del carico fiscale per la classe media è dovuto soprattutto a François Hollande (sotto l’impulso di un ambizioso sottosegretario, e poi ministro dell’economia, di nome… Emmanuel Macron). Anzi, si può dire che con la legge di bilancio per il 2019 il trend è invertito, visto che la riduzione di alcune imposte (in particolare la soppressione dell’IMU per la maggioranza delle famiglie, e la flat tax sui redditi da capitale) ha più che compensato la riduzione delle prestazioni sociali. Come si spiega, allora, che il malcontento esploda in maniera così plateale proprio quando il trend sembra invertirsi? La spiegazione è semplice, ed è da ricercarsi nell’orientamento di politica economica che fin dall’inizio ha perseguito il Presidente francese. Come Donald Trump, da cui lo divide peraltro quasi tutto, Emmanuel Macron crede nella teoria del cosiddetto “sgocciolamento”: ridurre il carico fiscale per i ricchi è la strategia migliore per rilanciare la crescita, perché questi sarebbero produttivi e investirebbero il maggiore reddito in attività innovative. I frutti della maggiore crescita poi andrebbero a beneficio di tutti, anche di coloro che sono inizialmente stati penalizzati. Fin dall’inizio del quinquennato è apparsa chiara la scelta di dare della Francia un’immagine pro-business, riducendo drasticamente le tasse sui più ricchi, e rendendo l’imposizione fiscale, per la parte alta della distribuzione, sostanzialmente regressiva. L’ultima legge di bilancio ne è la manifestazione più evidente. L’Istituto per le Politiche Pubbliche ha
mostrato (si veda la figura) che, pur in presenza di una riduzione complessiva del carico fiscale, il 20% più povero e la classe medio-superiore vedono la propria posizione peggiorare, le classi medie vedono

Gilet gialli

un miglioramento modesto (soprattutto se attivi), mentre la maggior parte dei benefici vanno all’1 per cento più ricco (con i ricchissimi che vedono il loro potere d’acquisto aumentare del 6%).

Il problema è che, anni di ricerche ormai lo provano, la teoria dello sgocciolamento non funziona: favorire i più ricchi non porta più crescita, e comunque i benefici rimangono circoscritti. I manifestanti in questi giorni ce lo ricordano. La storia non si fa con i se, ma la necessità di mettere la fiscalità al servizio della transizione ecologica avrebbe probabilmente ricevuto ben altra accoglienza in una società come quella francese, in cui la sensibilità ecologista è comunque radicata, se non fosse stata accompagnata dal sentimento di crescente ingiustizia sociale che le politiche economiche di Macron hanno esacerbato. È interessante peraltro notare come la stampa abbia dato del movimento (comunque difficile da delineare precisamente) una visione parzialmente distorta: un gruppo di ricercatori di Tolosa ha mostrato (tramite l’analisi lessicografica di migliaia di documenti) come si sia affermata una narrazione che privilegia la ribellione fiscale, la rivolta contro le tasse, e quindi anche una sostanziale contraddizione con la richiesta di servizi pubblici migliori. Secondo i ricercatori invece, dai social legati al movimento emerge una prevalenza di temi legati all’ingiustizia sociale, alla rabbia verso delle élites che si arricchiscono e lasciano il conto da pagare agli altri; una richiesta di società più coesa e solidale, insomma.

Dove ci conduce tutto questo? È difficile dirlo. Il movimento ha ottenuto una parziale vittoria, con il congelamento della tassa sul diesel (che probabilmente finirà per essere abbandonata), e con le misure annunciate ieri da Macron. Ma è improbabile che si assista ad un cambiamento radicale di politica economica, proprio in ragione della visione del mondo di Emmanuel Macron delineata sopra. Il presidente stesso si è premurato di specificare ieri che una reintroduzione della tassa patrimoniale non è all’ordine del giorno perché “in passato la disoccupazione è aumentata pure quando tale tassa esisteva” (argomento assai poco convincente, a dire il vero).

Se non si chiamano a contribuire i redditi più alti, anche le misure annunciate ieri non avranno un impatto significativo, perché lo Stato dovrà in qualche modo riprendere con una mano (ad esempio aumentando altre imposte, o riducendo il perimetro dei servizi pubblici) quello che ha appena dato con l’altra. La domanda di giustizia sociale che emerge dal movimento dei gilet gialli, quindi, sarà ancora una volta inevasa, lasciando intatta la tensione che percorre la società francese (e non solo). Occorrerebbe, per rispondere a queste esigenze, una proposta politica che mettesse al centro del proprio progetto il complesso tema della redistribuzione delle risorse in un mondo globalizzato. Occorrerebbe ritrovare quello Stato regolatore che negli anni d’oro della socialdemocrazia (e della destra sociale) garantiva stabilità sociale e macroeconomica, e quindi poneva le basi per l’investimento, l’innovazione, e la crescita. Quel ruolo è più difficile da definire, in un mondo globalizzato in cui i singoli Stati hanno margini di manovra ristretti, e in cui quindi la cooperazione internazionale per quanto difficile è ormai l’unica via percorribile. Ma non si può evitare questa sfida, se non si vuole che movimenti come quello dei gilet gialli finiscano preda del qualunquismo o di tentazioni sovraniste.

@fsaraceno

Il testo proposto riprende e amplia quello apparso sul Fatto Quotidiano di giovedì 6 dicembre 2018. Si ringraziano il quotidiano e l’autore per la gentile concessione

L’autore

Francesco Saraceno

Francesco Saraceno è membro del consiglio scientifico della LUISS School of European Political Economy e Direttore del Dipartimento di Ricerca dell’OFCE Sciences-Po di Parigi.


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