L’Europa e le sue università possono avvantaggiarsi del paradigma dell’Open innovation. Ecco come

10 gennaio 2019
Intervista Europe
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di Marco Valerio Lo Prete

 

“La nostra è una sorta di ‘terapia di gruppo’ sul tema dell’innovazione. Tra accademici e rappresentanti delle più importanti aziende europee discuteremo in maniera schietta e senza infingimenti, non negheremo i problemi che incontriamo quotidianamente, i fallimenti in cui incorriamo e allo stesso tempo le enormi potenzialità delle nostre società”. Così Henry Chesbrough, professore all’Università di Berkeley in California e padre intellettuale del concetto di “Open innovation”, spiega in anteprima a LUISS Open lo spirito dello European Innovation Forum (EIF) che inizia oggi a Roma, ospitato dall’Università LUISS. Un luogo di incontro per aziende europee di primo piano – tra cui le italiane Enel, FCA e Vetrya – che intendono discutere appunto di “open innovation”. “Il World Economic Forum di Davos, il Forum Ambrosetti e tanti altri appuntamenti simili sono occasioni mirabili per far incontrare il mondo del business e il pubblico. Ma in sedi simili le aziende devono sempre mostrare il loro volto più accattivante e scintillante – dice Chesbrough – Invece, quando nel 2003 coniai il concetto di ‘Open innovation’, fui contattato privatamente da tante società di successo che volevano partire dalle proprie difficoltà e dai propri limiti per poter fare ancora meglio sulla strada dell’innovazione. Oggi, con lo European Innovation Forum, forniamo uno spazio di confronto tra leader aziendali e un ambiente protetto in cui confrontarsi con franchezza. Per fare un esempio, non esistono tante occasioni in cui importanti manager di due società europee di settori diversi come Lego e Renault possano parlare delle sfide che li accomunano, del tipo: come è meglio gestire i rapporti con le start-up?”.

L’idea dell’“innovazione aperta” compie 17 anni, è quasi maggiorenne, così chiediamo a Chesbrough se non sia il momento di individuarne punti di forza ed eventuali debolezze. “Il paradigma dell’innovazione aperta può essere letto come l’antitesi del tradizionale modello dell’integrazione verticale, in cui le attività di ricerca e sviluppo interne a un’azienda conducevano a prodotti sviluppati anch’essi all’interno che poi venivano distribuiti e commercializzati dalla stessa società – risponde – Ai tempi dell’open innovation, l’innovazione aziendale invece fa tesoro in maniera sistematica di collaborazione, idee e risorse esterne rispetto al perimetro societario classicamente inteso. Dalle start-up al mercato globale delle idee e dei brevetti, questo modello illustra meglio dei precedenti perché un’azienda non abbia più bisogno di controllare, quasi di possedere, i processi di innovazione dall’inizio alla fine. Ovviamente un approccio simile presenta almeno due criticità. Primo, non può valere per tutti i settori: dal campo della sicurezza a quello dell’energia nucleare, ci possono essere ambiti in cui un controllo quasi totale dei processi di innovazione è necessario. In secondo luogo, l’innovazione aperta implica un cambiamento radicale di mentalità: dal ‘controllo’ del processo di innovazione si passa all’‘influenza’ sullo stesso, un passaggio nient’affatto scontato o semplice”. Il docente fa l’esempio dell’Iphone: “Utilizza meccanismi, come quelli del riconoscimento facciale che la società costruttrice Apple non ha dovuto sviluppare da sola. Inoltre ogni smartphone è diverso da un altro smartphone per il tipo di App che ospita. Questa varietà di configurazioni, sempre più personalizzata, è ottenuta a costi molto più bassi rispetto al passato, quando ‘personalizzare’ un oggetto voleva dire necessariamente spendere tantissimo. Oggi tutta questa varietà costa meno perché l’economia delle piattaforme abbassa i costi dell’innovazione”.

Naturalmente cambia anche il modo in cui il tasso di innovazione di un’azienda viene valutato. Pure di questo si discuterà nel Forum che inizia oggi alla LUISS. “Fino a qualche tempo fa avremmo semplicemente contato il numero di brevetti registrati da un’azienda e misurato la quantità di spesa in R&S rispetto al fatturato. Adesso diventa fondamentale registrare anche l’innovazione praticata a valle e a monte della catena del valore nella quale un’azienda si inserisce. Mentre a Detroit i fornitori del settore automotive sono stati spinti a praticare meno innovazione a causa di una corsa al ribasso sui prezzi praticata dai costruttori d’auto, l’industria tedesca dell’auto sforna innovazioni di prodotto a tutti i livelli, non soltanto nei capannoni delle Case più blasonate ma anche in quelli dei fornitori meno noti al grande pubblico di cui però tutte le Case si avvalgono”.
A proposito di made in Deutschland, esiste forse una “via europea” alla Open innovation? Secondo alcune ricerche di cui abbiamo dato conto su LUISS Open, “negli Stati Uniti, dalla metà degli anni 80 a oggi, le sole start-up hanno creato circa il 20% di tutti i nuovi posti di lavoro”, mentre numeri simili sembrano ancora irraggiungibili nel nostro Continente. “Sul fronte delle start-up l’Europa è ancora indietro rispetto agli Stati Uniti. Ma nel suo approccio all’innovazione ha una caratteristica sconosciuta all’America, cioè un livello elevato di consapevolezza da parte del settore pubblico. Penso per esempio allo slogan ‘Open innovation, open science, open to the world’ coniato dalla Commissione europea e sulla base del quale sono stati stanziati miliardi di fondi per la ricerca . Gli Stati Uniti, da parte loro, hanno una vitalità unica sul fronte dell’imprenditorialità e soprattutto del ruolo delle università”.

La sfida dell’Open innovation per le università

Chiediamo dunque a Chesbrough quale dovrebbe essere oggi l’atteggiamento di un ateneo che voglia favorire e alimentare i meccanismi tipici dell’“innovazione aperta”. “Cento anni fa, le migliori università per tutto ciò che riguardava scienza e tecnologia erano le università tedesche”, inizia a ragionare l’accademico di Berkeley. “Oggi invece, in quel Paese, le principali innovazioni tecnologiche arrivano dalle aziende. Sempre cento anni fa – continua – le università statunitensi avevano quasi paura di collaborare con le società private, pensavano che una simile collaborazione avrebbe ‘corrotto’ la ricerca della verità cui erano votate. Oggi invece le società private concorrono, non solo finanziariamente, a ricerche di altissimo livello dentro i college a stelle e strisce, a patto magari di dare uno sguardo a svolgimento e risultati di quelle ricerche prima dei concorrenti che non hanno sostenuto lo sforzo. In un’università olandese, all’opposto, è vietato perfino che un professore possa trascorrere i suoi mesi estivi, o un anno sabbatico, all’interno di un’azienda privata per mettere a frutto certe sue conoscenze e per arricchire la propria formazione. In America, ripeto, funziona quasi all’opposto: John L. Hennessy, ex presidente dell’Università di Stanford in California, ha fondato tre diverse aziende private nel settore tecnologico durante tre differenti congedi sabbatici! Le università europee dovrebbero avere il coraggio di evolvere su questo fronte. Qualcosa si sta muovendo nella giusta direzione, tra isole di eccellenza come l’Università di Lovanio sui semiconduttori o Cambridge, oppure in un’Università come la LUISS, coi suoi incubatori di start up e il dialogo continuo e aperto col mondo imprenditoriale. Oggi troppi atenei del Vecchio continente fanno ricerca scientifica di alto livello, ma mediamente non sono motori e generatori di innovazione al livello delle università americane”. Quanto avviene nell’istruzione terziaria è soltanto un esempio di quello che chiamo il “paradosso esponenziale”, dice Chesbrough anticipando a LUISS Open alcuni contenuti del suo prossimo libro in uscita per Oxford University Press: “Lo sviluppo tecnologico su tanti fronti è ‘esponenziale’, ma la produttività media delle nostre economie mature è stagnante e questo ci obbliga a discutere solo di redistribuzione della ricchezza, invece che consentirci di crearne di nuova e in abbondanza. Per superare tale impasse, le istituzioni tradizionali, incluse quelle accademiche, dovrebbero diventare protagoniste di un processo innovativo a tutto tondo. L’innovazione dev’essere generata e diffusa, ma poi deve poter essere anche assorbita e utilizzata da fasce più ampie di popolazione alle quali siano forniti gli strumenti, anche cognitivi, per avvantaggiarsene”, conclude Chesbrough.

intervista a

Henry Chesbrough è un economista e scrittore statunitense. Professore e direttore esecutivo del Garwood Center for Corporate Innovation alla Haas School of Business presso l’University of California a Berkeley. È padre intellettuale del concetto di “Open innovation”.


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