La tenuta del governo italiano nei sondaggi e il nuovo cleavage della nostra politica. I numeri di D’Alimonte

11 gennaio 2019
Editoriale Open Society
FacebookFacebook MessengerTwitterLinkedInWhatsAppEmail

Roberto D’Alimonte, professore ordinario di Sistema Politico Italiano alla LUISS e direttore del Centro Italiano Studi Elettorali (CISE), è già intervenuto su LUISS Open per condividere coi nostri lettori i numeri e i sondaggi più aggiornati sulla Lega di Matteo Salvini  e sul futuro di Matteo Renzi e del PD. Oggi, ecco alcune sue riflessioni sui sondaggi che riguardano l’esecutivo Cinque Stelle-Lega guidato da Giuseppe Conte. 

Tanto rumore per nulla. Nonostante tutta la bagarre sulla legge di bilancio e i molti passi falsi dei due partiti di governo, la realtà è che a distanza di dieci mesi dalle elezioni e sette mesi dalla nascita del governo Conte il sostegno a M5S e Lega Nord (questo è il partito di cui Salvini è attualmente segretario) è ancora tra il 55 e il 60%. Si tratta di un dato straordinario. Non esiste in Europa Occidentale oggi un governo che può contare su un livello di sostegno simile. Certo, si tratta di intenzioni di voto e non di voti, ma il dato non può essere sottovalutato. La sua stabilità nel tempo denota chiaramente che siamo in presenza di un trend di cui non si vede ancora l’inversione.

In politica è facile scambiare i propri desideri per la realtà. È quello che sta succedendo agli oppositori dell’attuale governo. Ogni motivo di contrapposizione tra Salvini e Di Maio diventa l’occasione per pronosticare la fine della grande coalizione gialloverde. Allo stesso scopo servono le denunce veementi sulla distanza tra le promesse elettorali e le realizzazioni di questo governo. Non c’è dubbio che esistano differenze politiche significative tra Lega Nord e M5S ed è vero che molte aspettative siano andate deluse. Ma resta il fatto che tutto ciò non si è tradotto in una diminuzione del consenso per i due partiti. Almeno fino ad oggi. Ed è questo il fenomeno da spiegare.

La sfiducia degli elettori nelle vecchie classi dirigenti è così diffusa e così profonda da rappresentare ancora oggi un capitale cui M5S e Lega Nord possono continuare ad attingere. E lo fanno dimostrando di andare incontro a quel bisogno di protezione che la gente vuole vedere soddisfatto. Le posizioni politiche di Salvini su immigrazione e sicurezza sono una risposta a questa domanda. E lo stesso dicasi del reddito di cittadinanza. Le critiche, anche fondate, e la gestione per tanti aspetti maldestra di queste politiche, non hanno scalfito l’impressione che i due partiti stiano dalla parte della gente. Arriverà certamente il giorno di un giudizio più severo. In politica la ruota gira. Le circostanze cambiano. Il rallentamento della crescita economica, l’aumento della disoccupazione, o anche solo la mancata crescita dei posti di lavoro, un eventuale nuovo scontro con l’Europa sui conti, l’aumento dello spread sono tutti fattori che possono cambiare il quadro e spostare i consensi. Ma quel giorno non è ancora arrivato. (…)

Leggi qui la versione integrale dell’analisi, apparsa sul Sole 24 Ore

 

L’Huffington Post ha chiesto al prof. D’Alimonte se sondaggi così lusinghieri per l’esecutivo potranno essere scalfiti nel caso in cui alcune promesse elettorali non siano rispettate. Ecco le risposte:

(…) Torno alla sindrome della giustificazione. La mancata piena realizzazione delle promesse viene addebitata a fattori esterni, l’ Europa, i poteri forti, i mercati. Loro ci hanno provato. Ci riproveranno. Intanto qualcosa hanno fatto nella direzione giusta. Questo è l’atteggiamento prevalente. Non durerà in eterno, ma per ora genera consenso.


È dunque un meccanismo emotivo per cui comunque resta l’aspettativa. E un cittadino dice: poco che sia, comunque l’hanno fatto, li voto perché prima o poi arriverà anche a me. Ho banalizzato ma rende l’idea: le contraddizioni politiche non si traduce in automatica perdita di consenso?

È così. Ha ragione. Non è una banalizzazione. Il poco che hanno fatto alimenta le aspettative in un contesto in cui prevale ancora un sentimento di empatia.


Però a Renzi non è successo e l’effetto degli 80 euro si è esaurito nel dopo europee. Ha dato i soldi a chi già lo votava?

In parte è così. Ma sulla caduta di Renzi ci vuole un libro. Sono tanti i fattori che la spiegano ma certamente c’entra il fatto che non sia riuscito a rispondere alle paure, e a quel bisogno di protezione che sono il tratto distintivo di questo tempo. Dopo un idillio iniziale è passato tra i ‘loro’.


Siamo quasi al paradosso, se lo leggiamo con le lenti della “razionalità politica”. Per ora sono i numeri di un allargamento di consenso proprio legato alla finanziaria e non è c’è automatismo che i suoi risultati negativi possano modificare queste opinioni.

Perché la politica non è solo numero. E prevale la percezione che qualcosa stanno facendo. E quello che non sono riusciti a fare viene addebitato ai poteri forti. Per adesso.

 

Leggi qui la versione integrale dell’intervista dell’Huffington Post al prof. D’Alimonte

L'autore

Roberto D’Alimonte è professore ordinario di Sistema Politico Italiano e Direttore del Dipartimento di Scienze Politiche della LUISS. Dal 2005 dirige il CISE (Centro Italiano Studi Elettorali)


Website
Articoli correlati