I gilet gialli sono il primo movimento del XXI secolo. Intervista a Christophe Guilluy

19 gennaio 2019
Intervista Open Society
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Nato nella roccaforte operaia di Montreuil, cresciuto a Belleville nel cuore della Parigi multietnica e laureato in geografia alla Sorbona, sulla carta Christophe Guilluy ha il pedigree del cosmopolita. Invece, nel 2017 ha firmato una piattaforma su «Le Figaro» intitolata La sovranazionalità ha fallito, fidiamoci delle nazioni, con Michel Onfray e alcuni politici di centro-sinistra tra gli altri. «Libération» si è ispirato a questo evento quando lo ha definito ll Michel Onfray della geografia (non è un complimento), e più di recente si è chiesto se è ancora legittimo discutere le tesi di questo geografo, considerato un esponente “sinistra reazionaria”, che i sociologi della rivista «Métropolitiques» accusano di «contribuire a diffondere una visione ansiogena della società» e che altri, in modo meno sfumato, ritengono apertamente l’ideologo del Rassemblement National (ex Front) di Marine Le Pen.

Nel suo libro molto discusso No Society. La fin de la classe moyenne occidentale (che uscirà in primavera in Italia per LUISS University Press), Guilluy ha creato il concetto di “Francia periferica”, contrapposta a quella metropolitana, ritenendo che la globalizzazione e i suoi addentellati (come la gentrificazione) abbiano causato una frattura economica e culturale insanabile nei paesi occidentali. Una frattura che si distribuisce geograficamente tra gli abitanti delle grandi città in cui c’è il lavoro, il potere politico ed economico e una vitalità culturale, da un lato, e il resto del territorio (dalle città medie alle campagne) in cui tutto questo manca dall’altro. Denunciando insieme il conformismo della politica e della classe accademica, Guilluy sostiene che esistono ultimi “più ultimi” dei migranti che vivono nei quartieri popolari delle metropoli, di cui si parla da decenni dopo le rivolte delle banlieue: sono i redditi bassi dell’entroterra francese, che sono stati a lungo invisibili alle cronache e che adesso stanno “emergendo”, con indosso il gilet giallo.

“Questo è il primo movimento senza sponde intellettuali o nel mondo dello spettacolo”, sostiene come riprova della sordità del “mondo di sopra”, come lo chiama, rispetto alle “classi popolari”. E da questa situazione trarrà vantaggio solo il Rassemblement national. Mentre a sinistra del Partito socialista (e anche in una parte del mondo accademico, a dire il vero) si continua a discutere della legittimità del sostegno ai gilet gialli, abbiamo intervistato Christophe Guilluy.

 

Chi sono per lei i gilet gialli?

Il movimento dei gilet gialli ha la stessa cartografia della Francia periferica che ho teorizzato. I gilet gialli sono emersi dalle zone rurali, dalle città di piccole e medie dimensioni. Come dico sempre, questo movimento è una “sociologia” che ci dice che, da vent’anni a questa parte, le categorie popolari sono sempre meno integrate nel sistema economico e nella vasta categoria di classe media. Soprattutto, sono sempre meno integrate culturalmente, meno visibili nelle narrazioni sociali. Il punto comune di questi territori è che lì c’è pochissimo lavoro, perciò le persone hanno molta ansia e guardano il futuro con angoscia.

 

La bandella dell’edizione francese del suo libro sulla scomparsa della classe media la presenta come “un autore visionario”. Oggi, dopo due mesi di movimento dei gilets jaunes, dobbiamo forse cambiarla e dire “un autore premonitore”?

Per me il movimento dei gilet gialli è una visualizzazione del mio lavoro, l’incarnazione della Francia periferica. Questo movimento rende visibili persone che fino a ieri non lo erano, e che oggi lo diventano infilando un gilet giallo. Per questo, secondo me, il movimento dei gilet gialli è interessante: perché è un movimento esistenziale, un movimento che dice “noi esistiamo, non vogliamo morire e siamo potenzialmente la maggioranza della società francese”. È interessante vedere la reazione a tutto questo dell’intellighenzia, della classe politica e accademica, quello che chiamo “il mondo di sopra”. Sono rimasti tutti sgomenti di fronte ai gilet gialli, e questo mi ha sorpreso perché da anni sostengo che prima o poi sarebbe esploso un movimento sociale dalla Francia periferica. Vent’anni fa si pensava che un nuovo movimento sociale sarebbe venuto dalle banlieue. Io non ero d’accordo, perché perché è la Francia maggioritaria è quella periferica, quella delle classi popolari. Lo sgomento dell’intellighenzia francese rispetto ai gilet gialli ricorda peraltro lo sgomento dell’intellighenzia britannica di fronte alla Brexit. La cosa veramente interessante è che oggi la contestazione politica scaturisce ovunque dai territori periferici, con una geografia comune. Il voto per Trump è espressione dell’America periferica, il voto per la Brexit è espressione della Gran Bretagna periferica. Ogni volta emergono le stesse categorie di persone che fino a ieri erano parte integrante del modello economico occidentale e che oggi non contano più niente nel modello economico globalizzato. Il movimento con cui abbiamo a che fare è culturale, perché reclama la volontà di tornare a far parte della società. C’è un aspetto molto positivo di questo movimento che è il fatto che le persone stanno mettendo in primo piano il collettivo: le persone vogliono fare società, vogliono essere integrati nella società, non vogliono rimanere esclusi.


Eppure i movimenti sociali che rivendicano maggiori diritti per alcune categorie attraversano regolarmente le democrazie occidentali. Meno di un anno fa la Francia era bloccata dagli scioperi contro la riforma del trasporto ferroviario e dal movimento studentesco contro la riforma dell’università. Cos’ha di diverso questo movimento, per lei?

Per me questo movimento non assomiglia a nessun movimento sociale che abbiamo conosciuto finora, né l’anno scorso, né nel ‘68. Non assomiglia neanche alla rivoluzione francese. Questo perché, storicamente, tutti i movimenti sociali sono in qualche modo connessi con un’intellighenzia, con forme di rappresentanza politica e sindacale, insomma con il “mondo di sopra” che si organizza con quello di sotto per creare un movimento sociale. Il movimento dei gilet gialli non è un movimento tradizionale, è un movimento del XXI secolo, perché nasce da una particolare condizione in cui è venuta meno ogni connessione tra mondo di sopra e mondo di sotto, la condizione che io chiamo “no society”. Non è solo la classe politica a essere sconnessa da questo movimento, ma anche il mondo intellettuale, accademico e culturale in generale. Questo mi colpisce molto perché è la prima volta nella storia che assistiamo a un movimento sociale che non è sostenuto (o quasi per niente) né dagli intellettuali, né dal mondo della cultura e dello spettacolo. Per questa ragione sostengo che questo movimento è il segno di un momento storico in cui le classi popolari non hanno più rappresentanza, né politica né intellettuale, né culturale e in cui si è prodotta una frattura fondamentale tra l’alto e il basso. È un problema democratico che investe la Francia e tutti i paesi occidentali. Non si tratta di un fenomeno congiunturale, ma di un processo lungo che è l’effetto della globalizzazione.


Tuttavia, quando devono manifestare i gilet gialli vanno a Parigi o nelle grandi città e la loro protesta assume forme già viste nei movimenti sociali, come quelle della violenza di strada…

La connessione tra metropoli e movimento è molto labile o inesistente, e questo per una ragione molto precisa. Come spiego nel mio libro, le metropoli sono diventate i nuovi castelli del XXI secolo, cioè si sono arroccate e hanno chiuso le porte a tutte le categorie popolari. Non c’è più alcuna connessione possibile tra gli abitanti delle metropoli e le gli abitanti della Francia periferica, la frattura geografica è molto netta. Quando il movimento arriva nelle grandi città si verifica una forma di recupero del movimento da parte della politica. E questo si vede anche sul piano della violenza, che è agita da gruppi di estrema sinistra o di estrema destra.

Ma si deve anche riconoscere che la violenza è ormai un fenomeno inerente praticamente a tutti i movimenti sociali. Innanzitutto, non dimentichiamoci che resta un fenomeno minoritario e che la stragrande maggioranza dei gilet gialli sono pacifici. Detto questo, però, esiste un piano di strumentalizzazione della violenza che è tipico dei movimenti sociali del XXI secolo. Le persone hanno capito che per avere le prime pagine dei giornali è necessario che si verificano scontri sugli Champs-Élysées, per esempio. I movimenti hanno capito, da molto tempo in realtà, che la violenza fa parte della visibilità e qui risiede ovviamente l’ambiguità dei manifestanti rispetto alla questione: le persone sanno che senza violenza non c’è rappresentazione mediatica. Del resto, questo l’avevano capito già gli abitanti delle banlieue 20 anni fa: le telecamere arrivano quando ci sono gli scontri, altrimenti non i movimenti non vengono rappresentati.


A parte il generico rifiuto della classe politica, come ogni movimento anche i gilet gialli esprimono una piattaforma politica. Una delle figure più in vista del movimento dei gilet gialli, Jacline Mouraud, ha perfino lanciato un nuovo partito chiamato “Les émergents”. Qual è la traduzione politica di questo movimento in Francia?

Al momento nessun partito rappresenta la Francia periferica. Sappiamo che allo stato attuale il partito che guadagnerà voti da questo movimento è il Rassemblement National di Marine Le Pen, ma questo è fenomeno in corso da molto tempo. Il partito di Le Pen intercetta una parte del voto della Francia periferica perché il più distante dalla classe politica tradizionale. Ma non dobbiamo dimenticare una cosa, ovvero che per la maggioranza dei gilet gialli l’opposizione tra destra e sinistra non è più rilevante. Non è più possibile rappresentare la Francia periferica e le classi popolari presentandosi come di destra o di sinistra (questo è il motivo per cui i partiti di estrema sinistra non intercettano questo elettorato, peraltro). Del resto, dobbiamo ricordare una cosa. Alle ultime presidenziali francesi i due candidati che sono arrivati al secondo turno erano entrambi né di destra né di sinistra. Cioè, sia Emmanuel Macron sia Marine Le Pen avevano fatto esplodere la distinzione tra destra e sinistra. presentandosi come un movimento di destra, per esempio quella tradizionale di Laurent Vauquiez, si resta minoritari, idem per i movimenti di sinistra. per questo sotengo che questo è un movimento molto nuovo che si iscrive nella disaffiliazione politica delle classi politiche che è in corso da vent’anni. oggi la maggioranza della popolazione nei territori periferici semplicemente non vota più, e questo è molto importante.


Quali sono le domande sociali a cui i partiti non riescono a rispondere?

La richiesta è innanzitutto economica, di lavoro, ma c’è anche una domanda di protezione sociale e culturale. Sono richieste trasversali a tutti gli ambienti popolari. È a questo che i partiti devono rispondere. Il problema delle democrazie occidentali contemporanee è che l’offerta politica non risponde alle richieste delle classi popolari, perciò la questione all’ordine del giorno è adattare l’offerta politica dei grandi partiti di destra e di sinistra a questa nuova domanda che arriva dal basso. È fondamentale che i partiti lavorino in questa direzione perché è in gioco la sopravvivenza della democrazia in quanto tale.


Cosa pensa del referendum di iniziativa popolare proposto nella piattaforma di rivendicazione dei gilet gialli?

È un elemento. Sicuramente c’è bisogno di riattivare la democrazia dal basso. Le persone hanno bisogno di esprimersi e di esprimere domande dal basso  che non sono trattate. è un elemento importante di cui la classe politica deve tenere conto.


Come giudica il tentativo di Emmanuel Macron di incanalare le domande venute dal movimento dei gilet gialli nell’esperimento del Grand débat national, un tour di consultazioni di due mesi tra governo e rappresentanze locali?

Penso che discutere è sempre positivo, però la logica di questa iniziativa mi sembra molto tecnocratica. Si è organizzato un dibattito, ma alla fine si cerca di delimitare i soggetti che possono parteciparvi. Sono molto scettico sulla possibilità che i gilet gialli riescano davvero a partecipare attivamente al Grand débat. Piuttosto, con i suoi cahiers de doléances, questo dibattito mi ricorda gli Stati generali prima della Rivoluzione francese, e sappiamo che è finita molto male per chi li aveva convocati…

Io penso che questa iniziativa sia più che altro di una tecnica di comunicazione del governo per provare a raffreddare gli animi, ma non sono sicuro che i politici abbiano davvero capito la situazione, proprio a causa della frattura ormai insormontabile tra alto e basso di cui parlavo prima.

Quando Macron chiede ai francesi di “fare uno sforzo” e di rimboccarsi le maniche non capisce che sta parlando a una Francia di lavoratori che si alzano presto la mattina e fanno già del loro meglio. Il vero problema è culturale e sarà superato solo quando il mondo di sopra farà la sua rivoluzione culturale. Non parlo solo della classe politica, ma anche del mondo intellettuale e accademico.

 

L’articolo proposto è un’intervista realizzata da Riccardo Antoniucci per Reporter Nuovo, che ringraziamo per la gentile concessione

intervista a

Christophe Guilluy è uno scrittore e geografo francese. È uno dei primi intellettuali ad aver parlato di “frattura sociale”. La sua teoria politica sulla “Francia periferica” lo ha reso famoso in tutto il mondo.


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