Dixit algorithmi. Breve storia del nostro futuro

23 gennaio 2019
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Viviamo in un mondo dominato dagli algoritmi, e gli algoritmi regolano oramai, spesso anche a nostra insaputa, molte delle nostre azioni quotidiane. La mattina il nostro telefonino ci dice quanto tempo impiegheremo per raggiungere l’ufficio, ci suggerisce di partire prima in caso di traffico, consigliandoci anche percorsi alternativi e chiedendoci se desideriamo attivare il navigatore satellitare. Strano. Noi non abbiamo mai detto al nostro telefonino dove abitiamo o dove si trova il nostro luogo di lavoro. In qualche altra occasione, il telefonino sembra sapere molte altre cose di noi, tanto da suggerirci qualche evento a cui potremmo essere sinceramente interessati, come ad esempio il risultato della partita di calcio della nostra squadra del cuore, oppure la visita dei luoghi più fotografati nelle vicinanze del luogo in cui ci troviamo.

Nessuno di noi ama ricevere pubblicità, ma se navighiamo sul web, o utilizziamo qualche app su un dispositivo mobile, non riusciamo proprio a farne a meno. E la pubblicità che riceviamo spesso è attentamente profilata su di noi e sui nostri comportamenti. Anche se il mio giovane collega Fabio ed io leggiamo lo stesso quotidiano online, Fabio riceve pubblicità relative ad automobili sportive, mentre io ricevo pubblicità relative a station wagon o al massimo SUV. Gli algoritmi sono spietati e si accorgono che non hai più l’età per una macchina sportiva. Molte delle nostre relazioni sociali e professionali si svolgono sui social network, come Facebook, Twitter o LinkedIn. Ancora una volta, i social network utilizzano algoritmi molto sofisticati per decidere cosa farci vedere nei loro news feed, in base a quello che sanno di noi. Anche Amazon o Netflix ci suggeriscono libri, film o altri oggetti che potrebbero piacerci, e molto spesso conoscono i nostri gusti molto meglio dei nostri vecchi amici.

Ma che cos’è esattamente un algoritmo? Il termine deriva dal nome del matematico persiano Abū Jaʿfar Muhammad ibn Mūsā al-Khwārizmī, nato nel 780 circa e autore di numerosi trattati scientifici. Un libro di al-Khwārizmī, tradotto in latino molti anni dopo, cominciava con le parole “Dixit Algorithmi”. Il nome dell’autore era stato evidentemente latinizzato, e da qui ebbe origine il termine algoritmo. Intuitivamente, un algoritmo è un insieme di istruzioni, definite passo per passo, in modo tale da poter essere eseguite meccanicamente, e tali da produrre un determinate risultato. Gli algoritmi non sono ristretti soltanto all’informatica, e sono esistiti da molto tempo, ancor prima che si coniasse un termine speciale per indicarli. In un certo senso, anche
una ricetta di cucina è un algoritmo. Ci dice quali sono gli ingredienti necessari per preparare un determinato piatto, e quali passi seguire nella sua preparazione. Uno degli algoritmi più antichi è l’algoritmo di Euclide, che abbiamo probabilmente imparato a scuola, e che serve a calcolare il massimo comun divisore tra due numeri interi. Gli algoritmi di oggi sono molto più sofisticati di una ricetta di cucina o dell’algoritmo di Euclide, ma si basano tendenzialmente sugli stessi principi.

Anche se probabilmente hanno accompagnato la razza umana lungo tutta la sua storia, con le tecnologie digitali gli algoritmi stanno entrando sempre più prepotentemente nelle nostre vite, anche quando meno ce l’aspettiamo. Ricordo ancora di quando mio figlio Giovanni, più o meno a cinque anni, stava giocando con un suo amico della scuola materna. A un certo punto, gli disse con grande entusiasmo: “Lo sai? Mio padre sa tutto!” Ovviamente, provai una grandissima emozione e guardai mio figlio con malcelato orgoglio. Ma la nemesi storica è sempre in agguato. Suo fratello Manfredi oramai gira da tempo per casa con lo smartphone o il tablet della mamma o di qualche fratello e, tramite i comandi vocali di Google Now chiede quanto è alto il Monte Everest, come si chiamano le merendine di cui è golosissimo Doraemon, o se domani pioverà a Roma perché vuole andare a giocare al parco. Qualche mese fa, anche qui più o meno a cinque anni, si è seduto vicino a me sul divano, e dopo avermi guardato dritto negli occhi, con l’aria di chi vuole fare una grande confidenza, mi ha detto: “Papà, lo sai? Google sa tutto!” Nonostante la sua innata curiosità, Manfredi non si è chiesto come fa Google a sapere tutto. E io, forse anche perché un po’ sminuito nel mio ruolo paterno, non ho neanche provato spiegargli che se “Google sa tutto” è proprio per via dei suoi sofisticati algoritmi.

Google, Facebook, Twitter, Amazon e Netflix non sono le uniche aziende a basare il loro successo e il loro fatturato sugli algoritmi. Molte altre aziende stanno nascendo o si stanno velocemente trasformando in “aziende algoritmiche”. Qualcuno ha già battezzato il nuovo corso dell’economia come l’Economia degli Algoritmi (The Algorithms Economy). Anche aziende dei settori più tradizionali, come ad esempio General Electric, stanno usando sofisticati algoritmi di predizione (advanced analytics) per sapere quando i prodotti che hanno venduto ai loro clienti avranno bisogno di manutenzione. In un mondo che produce e offre sempre più dati e informazioni, si sta creando un problema di abbondanza. Cosa si può offrire a un cliente o a un utente che ha già accesso a tutto? Oggi sono proprio le aziende che rispondono a questo problema di abbondanza con gli algoritmi ad avere un chiaro vantaggio competivo. Al di là di importanti considerazioni sull’intrusività e sulla privacy, che meritano un discorso a parte, il futuro sembra andare sempre più nella direzione degli algoritmi. Utilizziamo e utilizzeremo sempre più algoritmi sofisticati (in particolare advanced analytics) anche per le applicazioni più disparate, come ad esempio assicurare un trasporto pubblico efficiente, prevenire eventi catastrofici, combattere le organizzazioni criminali e curarci meglio e a costi più contenuti. C’è chi sostiene che tutte le organizzazioni e persino le nazioni dovranno essere in grado di diventare più “algoritmiche”, e di cambiare il loro modo di operare e di prendere decisioni.

In questo momento il gap tecnologico tra i vari paesi si sta sempre più trasformando da digital divide in algorithmic divide. Con il cloud computing, possiamo affittare, e a costi molto contenuti, piattaforme hardware e software molto sofisticate, colmando di fatto il gap digitale. Ma un paese che non coltiva il talento e la capacità di creare e gestire algoritmi sofisticati sarà sempre meno competitivo. Non potrà certo comprare questi asset all’estero, soprattutto se è all’estero che i suoi giovani più brillanti vanno a lavorare. Se ne è preoccupato anche Eric Schmidt, CEO di Google, quando ha dichiarato che ai giovani italiani manca una formazione digitale. Ipse dixit, o meglio “Dixit Algorithmi”. E affermare che magari un ragazzo italiano sa meno di informatica ma più di storia medievale, non è certamente la risposta.

 

L’articolo proposto è apparso in precedenza su Formiche.it. Si ringrazia l’autore per la gentile concessione.

L'autore

Giuseppe Francesco Italiano insegna Computer Science alla LUISS. Formatosi tra l’Università La Sapienza e la Columbia University, ha collaborato con i laboratori di ricerca T. J. Watson Research Center dell’IBM


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