Il cyber spazio come bene comune. Una riflessione sulla internet governance

14 febbraio 2019
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Ad oggi, ancora non esiste una definizione comunemente accettata del cyber space e dei termini che ad esso si riferiscono. Da questa criticità derivano le difficoltà che la comunità internazionale sta incontrando nel delineare una definizione condivisa di “cyber governance” ed è il motivo per cui varie istituzioni, sia nazionali sia internazionali, spesso parlano piuttosto di come governare Internet o l’ICT oppure preferiscono parare di “information security.” Con il termine governance ci si riferisce in genere all’organizzazione e alla regolamentazione coordinata di una particolare questione da parte di numerose, ma separate, entità pubbliche e/o private, al fine di indirizzare norme e discorsi verso un obiettivo politico (Webber et al. 2004). Nel caso dello spazio cibernetico, è complesso definire quali siano le entità preposte a tal fine, poiché risulta di fatto difficile stabilire l’organizzazione e la regolamentazione di un ambiente non fisico e dalle potenzialità pressoché illimitate.

Nel rapporto del Working Group on the Internet Governance (WGIG) del giugno 2005, le Nazioni Unite hanno sviluppato una definizione di Internet governance con cui si vuole indicare “lo sviluppo e l’applicazione da parte di governi, settore privato e società civile, nei loro rispettivi ruoli, di principi comuni, norme, regole, procedure decisionali e programmi in grado di plasmare l’evoluzione e l’utilizzo di Internet”. Si tratta quindi di un processo volto a regolamentare la tecnologia da parte di entità pubbliche ma anche private. Se pare indubbio che i governi debbano tendere la mano ad altri attori per una gestione sicura dello spazio cibernetico, c’è anche chi ha proposto la loro completa estromissione (Barlow 1996). Barlow basa il suo argomento sulla totale novità dell’era di Internet che renderebbe superfluo l’intervento statale per via dell’impossibilità di coercizione in un mondo puramente virtuale. Lo spazio cibernetico non ha confini e non è facilmente assoggettabile al dominio statale, ponendo quindi una sfida esistenziale al concetto di sovranità.

C’è dunque disaccordo sulla stessa desiderabilità di un qualche tipo di regolamentazione di Internet. Quel che è certo è che il cyber spazio è un bene comune che va tutelato e reso sicuro, il che rende necessaria una collaborazione tra vari stakeholder. La molteplicità degli attori della governance cibernetica rimane di assoluta importanza per un settore in cui la sovranità nazionale viene messa in discussione da più parti. Le aziende private sono direttamente coinvolte nella gestione dei sistemi informatici, inclusi quelli di rilevanza strategica. Anche la società civile ha un ruolo di primo piano nella gestione del dominio cibernetico, basti pensare all’importanza di ICANN (Internet Corporation for Assigned Names and Numbers), un ente no-profit di gestione internazionale con sede a Los Angeles che amministra i registri degli identificatori Internet, tra le altre cose assegnando indirizzi IP e gestendo i DNS di primo livello (sia generici del tipo .com e .org sia nazionali come .it).

Inoltre, la società civile cibernetica è animata da un lato da entità progressiste come le organizzazioni per la protezione della privacy degli utenti di Internet (ad esempio l’Electronic Frontier Foundation o European Digital Rights), ma anche da gruppi con obiettivi maligni. Hacker con intenti criminali e terroristici sono una realtà che, come visto, crea sempre più vaste minacce su scala globale. All’interno del più ampio panorama delle organizzazioni internazionali che si occupano di sicurezza informatica, cinque sono quelle che si distinguono maggiormente per offrire un concreto contributo alle problematiche di regolamentazione dello spazio cibernetico ovvero ONU, Consiglio d’Europea, NATO, OSCE e UE.

A livello più generale, il dibattito sulla possibilità e desiderabilità di regolamentare il cyber spazio è intenso e le opinioni sono divergenti. C’è chi dubita che qualunque tipo di patto internazionale possa avere una qualche efficacia dal momento che le armi di una potenziale guerra cibernetica si basano su una tecnologia diffusa che è difficile da mettere al bando (Dipert 2010, Libicki 2009). Altri invece sono più ottimisti sulla possibilità di instaurare una qualche forma di governance che mantenga lo spazio cibernetico libero per tutti (Bendiek et al. 2015).

Anche il settore privato si è schierato in larga parte a favore della necessità di regolamentare lo spazio cibernetico, come sostenuto ad esempio nella proposta avanzata da Microsoft a inizio 2017 di negoziare una Convenzione di Ginevra digitale che protegga diritti civili e infrastrutture private da attacchi cibernetici di matrice statale. Stando a Thomas Rid (2013) la guerra cibernetica non avrà luogo, e tuttavia il dibattito resta aperto, sia su una tale eventualità sia su cosa costituisca un’arma cyber prima ancora che su come si possa regolamentare il cyber spazio.

 

Il pezzo proposto è un estratto del libro Cyber security. Hacker, terroristi, spie e le nuove minacce del web, di Raffaele Marchetti e Roberta Mulas

Cyber security

Hacker, terroristi, spie e le nuove minacce del web

Raffaele Marchetti, Roberta Mulas
LUISS University Press

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L'autore

Raffaele Marchetti è docente di Relazioni Internazionali alla LUISS


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