Non solo gazebo. Ecco perché il Pd ha interrotto la sua corsa verso il precipizio

4 marzo 2019
Editoriale Open Society
FacebookFacebook MessengerTwitterLinkedInWhatsAppEmail

L’importante affluenza di militanti e simpatizzanti del Partito democratico (Pd) alle primarie per la scelta del Segretario può indicare una nuova tendenza nel panorama politico italiano: il Pd infatti sembra allontanare lo scenario di un proprio tracollo, come quello subito dal Partito socialista in Francia, riuscendo invece a consolidare uno zoccolo duro di propri elettori da cui, potenzialmente, ripartire. È una tendenza, questa, confermata dall’analisi del Centro Italiano Studi Elettorali (CISE) sulle ultime tornate elettorali.

Quanto accade nel Pd è strettamente legato, ormai da qualche anno, all’andamento di un nuovo attore protagonista della scena politica nazionale, cioè il Movimento 5 Stelle (M5s). Prima di arrivare alle tendenze registrate più di recente, dividiamo l’andamento dei rapporti elettorali tra Pd e M5s in tre fasi differenti.


2008-2013: la prima Grande fuga dal Pd (e non solo)

Tra le elezioni politiche del 2008 e quelle del 2013, abbiamo assistito alla prima grande fuga degli elettori del Pd verso il Movimento. Nel grafico qui sotto, dove sono rappresentate le percentuali di voto calcolate sugli elettori (e non sui voti validi), si può osservare che la freccia più spessa è quella in alto a sinistra, che va dal centrosinistra – e in particolare dal Pd – al Movimento 5 Stelle. Si tratta del deflusso principale di elettori dai vecchi partiti al nuovo movimento anti establishment. L’altro passaggio di voti, ma in misura inferiore, si è verificato verso i centristi di Scelta civica, come raffigurato con la freccia in basso a destra.

daly grafico 1

 

 

2013-2018: il “dissanguamento” procede, ma solo a sinistra

Tra il 2013 e il 2018, il deflusso degli elettori del Pd verso il M5s non si ferma, anzi. Tuttavia, mentre nel quinquennio precedente i nuovi arrivati Cinque stelle avevano beneficiato anche di uno spostamento di voti dalla destra, in questi secondi cinque anni è quasi esclusivamente la sinistra a essere “dissanguata” dal Movimento. Le ragioni di tutto questo le abbiamo analizzate, almeno in parte, anche su LUISS Open (leggi: “La crisi della sinistra italiana, spiegata con 10 grafici”).


2018-2019: i Cinque stelle (di Governo) restituiscono i voti

La dinamica dei flussi di elettori tra Pd e M5s sembra essersi invertita negli ultimi mesi. La fuga dal centrosinistra, in particolare, si interrompe. Si prenda quanto accaduto nella città dell’Aquila, in occasione delle elezioni regionali in Abruzzo dello scorso 10 febbraio. Nel grafico qui sotto, a sinistra abbiamo il risultato ottenuto dai partiti nel capoluogo abruzzese alle elezioni politiche del 2018, e a destra il risultato ottenuto dagli stessi alle regionali. Il colore giallo denota i flussi di elettori dal M5s: si tratta principalmente di flussi in uscita, con una diaspora significativa verso la Lega e verso il non voto. Per la precisione quasi il 50% degli elettori che nel 2018 aveva votato M5s alle regionali ha votato il candidato presidente del centrodestra. In particolare quasi uno su tre ha votato Lega, tanto che – fatto 100 l’elettorato aquilano del partito di Salvini – si può dire che il 50% è rappresentato da ex elettori del Movimento.  Qui non c’è invece un significativo flusso di elettori grillini verso il Pd, ma non si nota più un deflusso di elettori del Pd verso il Movimento.

 

daly grafico 2

 

Le elezioni regionali in Sardegna dello scorso 24 febbraio mostrano la stessa tendenza ma con una differenza importante.  Qui è il centrosinistra, e non solo la Lega, a beneficare dei voti in uscita dal M5S. Infatti nel caso della città di Sassari (grafico sotto) si vede bene il flusso di elettori grillini – sempre rappresentati dalla fascia gialla – che si sono spostati dal Movimento verso il candidato del centrosinistra sostenuto dal Pd, Massimo Zedda. Per la precisione, sono il 30% di quelli che avevano votato Cinque Stelle nel 2018. E questa è un’ulteriore dimostrazione del fatto che, in tempi come questi di accentuata personalizzazione della politica  un candidato generalmente apprezzato, espressione della sinistra, può essere attraente  nei confronti della diaspora grillina.

 

grafico daly 3

 

Nel complesso, dunque, ecco i segnali di una tenuta del Pd che sembra non correre più il rischio che correva alcuni mesi fa, quello di una scomparsa in stile Partito socialista francese. L’andamento delle primarie per la segreteria del Nazareno, dunque, è soltanto l’ultima dimostrazione di questa tenuta, a partire dal proprio zoccolo duro di elettori.

Cosa succede al Movimento 5 Stelle, dunque?

La sua forza attrattiva delle origini è stata quella di presentarsi come catalizzatore del malcontento anti-establishment che proveniva da più fronti. Il Movimento, fino a quando è stato all’opposizione, ha avuto infatti la capacità di parlare a tutti, e di far promesse a tutti, sia a destra che a sinistra. Dopo l’insediamento a Palazzo Chigi non è un caso che cominci l’era del deflusso di una parte dei suoi elettori verso altri partiti. Il Movimento restituisce voti perché, da almeno 9 mesi a questa parte, è costretto a fare delle scelte che – per definizione – accontentano alcuni e scontentano altri. Con una constituency fortemente eterogenea, raccolta negli anni dell’opposizione e con un assetto da catch-all party, il Movimento paga il costo del governare. I delusi crescono e il Pd, ma anche la Lega, ne approfittano. Le prossime elezioni europee ci diranno in che misura.

 

L'autore

Roberto D’Alimonte è professore ordinario di Sistema Politico Italiano e Direttore del Dipartimento di Scienze Politiche della LUISS. Dal 2005 dirige il CISE (Centro Italiano Studi Elettorali)


Website
Articoli correlati