Brexit. E se la terza volta fosse quella buona? Perché il piano May, già bocciato due volte, potrebbe (forse) alla fine passare

15 marzo 2019
Editoriale Europe
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Lo scorso 15 gennaio la Camera dei Comuni aveva sonoramente bocciato il deal che Theresa May aveva contrattato con l’Unione Europea. Ne era seguito l’impegno del Primo Ministro a riaprire la trattativa con Bruxelles, al fine di strappare quelle modifiche circa il futuro assetto del confine nord-irlandese, ritenute necessarie per ricompattare la propria maggioranza parlamentare e convincerla a votare a favore del deal così aggiornato. Martedì 12 marzo la Camera dei Comuni ha sonoramente bocciato anche la nuova versione dell’accordo. Ciò ha aperto la strada a una seconda votazione, tenutasi nella serata di mercoledì 13. Con essa la Camera dei Comuni ha approvato una mozione con la quale si è detta contraria a una no deal Brexit. La mozione non è vincolante per il governo, ma esprime solo l’opinione della maggioranza della Camera. Essa però rimane un dato politico rilevante, che ha portato il governo a presentare una mozione per il rinvio dell’uscita del Regno Unito dall’UE, prevista per il 29 marzo. Giovedì 14 marzo la Camera dei Comuni ha approvato a larga maggioranza la mozione.

La successione di queste votazioni è stata accompagnata dallo sgretolamento di quel che rimaneva dell’autorevolezza di Teresa May quale Primo Ministro e leader del Partito Conservatore. Il momento più drammatico si è raggiunto il 13 marzo. La mozione sull’ipotesi di no deal era stata presentata dal governo e il Primo Ministro aveva deciso in un primo momento di lasciare libertà di voto ai propri parlamentari. Successivamente, in seguito all’approvazione di un emendamento che modificava il testo della mozione, il Primo Ministro ha ordinato ai deputati conservatori di votare contro la mozione, ottenendo la ribellione di una parte del gruppo parlamentare, di una decina di membri del governo e la finale sconfitta in aula per circa 40 voti.

Per quanto possa sembrare paradossale dopo questo succedersi di eventi, non è ancora da escludersi che alla fine Theresa May riesca a far approvare dalla Camera dei Comuni il deal già bocciato due volte.

Per capire il perché, occorre considerare cinque fattori:

    1. La logica con cui Theresa May ha gestito la vicenda Brexit è dipesa dalla volontà di rispettare l’esito del referendum del 2016 tenendo insieme un Partito Conservatore profondamente diviso dalla campagna elettorale referendaria e dall’esito del referendum stesso. Quanto sia stata in grado di fare ciò è sotto gli occhi di tutti. Ma ciò che più conta in questo momento è che questo approccio ha implicato la volontà della May di prediligere un piano Brexit approvato con i voti della propria maggiornaza senza accordo esplicito con i Laburisti o parte consistente di essi. Ciò ha concesso agli hard Brexiteers una forza superiore alla loro effettiva rappresentatività all’interno della Camera dei Comuni. Le votazioni parlamentari di questi tre giorni avranno anche l’effetto di ridimensionare il peso fin qui esercitato dagli hard Brexiteers.
    2. Gli hard Brexiteers vogliono ovviamente una hard Brexit, ma il loro obiettivo politico principale è conquistare leadership del Partito conservatore. Quello della hard Brexit è il vessillo dietro al quale posizionarsi e intorno al quale radunare una parte consistente della base del partito in visto della lotta per la successione a Theresa May.
    3. Qualsiasi alternativa al deal proposto dal Primo Ministro deve avere una maggioranza parlamentare che la sostenga e fino ad oggi tale maggioranza è riuscita a dire solo ciò che non vuole. Per compattare una maggioranza su una soluzione alternativa a quella di Theresa May, ammesso che sia possibile, occorrerebbe tempo.
    4. La mozione approvata il 14 marzo non comporta l’automatico rinvio della Brexit, bensì che il governo di Londra chiederà a Bruxelles di posticipare la data di uscita dall’Unione. Il rinvio sarà di tre mese, nel caso in cui i Comuni approvino il deal May entro il 20 marzo. In caso contrario sarà necessario andare ben oltre la fine di giugno.
    5. Qualora Bruxelles non concedesse il rinvio, la data per la Brexit rimarrebbe comunque fissata al 29 marzo.

 

Il modo in cui la mozione per il rinvio della Brexit è stata elaborata mira a mettere sotto pressione gli hard Brexiteers, soprattutto qualora Bruxelles, come al momento pare probabile, si dimostrasse disposta ad accordare il rinvio. Allungare i termini delle trattive potrebbe infatti consentire l’emergere di una maggioranza parlamentare favorevole a una Brexit più soft di quella proposta da Theresa May; oppure aprire le porte a elezioni anticipate; oppure rimettere in discussione l’idea stessa della Brexit. In tale contesto, gli hard Brexiteers potrebbero essere propensi a sostenere la linea May, come la meno peggio delle ipotesi realmente sul tappeto. Ciò d’altra parte avverrebbe comunque dopo aver raggiunto un importante risultato: aver sgretolato la leadership del Primo Ministro ed essersi ben posizionati per l’inevitabile redde rationem all’interno del Partito Conservatore. Una volta approvato il deal proposto dalla May, la lotta per la sua successione alla guida del Partito Conservatore entrerebbe nella fase cruciale e gli hard Brexiteers potrebbero finalmente lanciare la loro sfida per la conquista della leadership.

Ma il deal May potrebbe avere qualche chance di essere approvato anche qualora Bruxelles rispondesse negativamente alla richiesta di rinvio della Brexit. I pochi giorni rimasti prima del 29 marzo lascerebbero sul tappeto solo due alternative: l’accordo raggiunto da Theresa May oppure il no deal. In questo caso, pur di scongiurare il no deal, una parte del Partito laburista potrebbe sostenere il piano May, oppure astenersi in un’ulteriore votazione ai Comuni a ridosso del 29 marzo.

 

 

L'autore

Domenico Maria Bruni è docente di History of Political Institutions alla LUISS


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