15 marzo 2019

Greta Thunberg, il cambiamento climatico e la lezione di Jefferson sulle generazioni future

La sedicenne svedese Greta Thunberg con i suoi ‘Fridays for Future’ ha dato nuova forza ai movimenti per il cambiamento climatico, oltre che riportare il dibattito sulla fondamentale questione posta già da Thomas Jefferson: una generazione di uomini ha il diritto di vincolarne un’altra?

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Greta Thunberg, la studentessa svedese che ha dato avvio ai Venerdì per il futuro, ha idee politiche molto tradizionali, anche se non sembra. La sua ispirazione, anche se non è detto lei ne sia cosciente, risale nientemeno che a Thomas Jefferson, terzo presidente della storia degli Stati Uniti d’America. A settembre 1789, Jefferson era a Parigi, come ambasciatore dei neonati Stati Uniti. Per una settimana era stato immobilizzato a letto, per una tremenda emicrania. Nei giorni precedenti aveva contribuito alla stesura di un abbozzo della Dichiarazione dei diritti dell’uomo e del cittadino. Da quell’impresa traeva un’idea che era ansioso di comunicare all’amico James Madison, che al di là del mare stava scrivendo la carta costituzionale per il nuovo Stato.

L’idea di Jefferson riguardava la giustizia fra generazioni, o meglio, nelle sue parole, «la questione se una generazione di uomini abbia il diritto di vincolarne un’altra», una questione, insisteva Jefferson, che non può che far parte dei «principi fondamentali di ogni governo». Jefferson sostiene una tesi nettissima: «nessun obbligo si può trasmettere» da una generazione all’altra, perché il pianeta su cui viviamo non è possedimento di una generazione, ma appartiene solo «in usufrutto» a ciascuna singola generazione vivente. Chi muore, secondo Jefferson, deve lasciare le proprie sostanze e non può vincolarne l’uso. Nè, tantomeno, chi muore può trasferire i propri debiti ai successori – perché, se lo facesse, anzi, se a farlo fosse un’intera generazione, essa potrebbe facilmente «fagocitare l’usufrutto delle terre per parecchie generazioni a venire, e allora le terre sarebbero possedimento dei morti, non dei vivi». «Nessuna generazione», conclude Jefferson, «può contrarre debiti maggiori di quelli che può pagare durante la propria esistenza».

La tesi di Jefferson va chiaramente contro il debito pubblico inteso come debito da passare alle generazioni future. Inoltre, essa vincola fortemente la sfera delle decisioni politiche che si estendono nel futuro: è chiaro che le generazioni presenti non possono esaurire le risorse naturali lasciando le generazioni future con minori risorse di quelle che avrebbero potuto ereditare stante il corso naturale delle cose. Jefferson ha prefigurato il principio di giustizia intergenerazionale che John Rawls più tardi chiamerà «principio del giusto risparmio», nonché l’idea di sostenibilità – cioè l’idea che ogni generazione deve garantire che le prossime generazioni possano avere almeno le stesse risorse ed opportunità della generazione precedente.

Thunberg dà voce alle tesi di Jefferson nella maniera più diretta ed evidente. Le generazioni che hanno prodotto i gas a effetto serra causa del cambiamento climatico hanno creato un debito – hanno superato la capacità che il sistema Terra ha di assorbire questi gas senza effetti deleteri e spesso irreversibili. Questo debito non può essere pagato dalle generazioni presenti, perché alcuni effetti delle emissioni sono irreversibili e i decisori politici non hanno saputo sinora organizzare azioni condivise che abbiano efficacia per evitare gli effetti reversibili. Adesso ci troviamo sull’orlo della catastrofe, come ha ammonito recentemente il presidente Sergio Mattarella. Un recente rapporto dell’Intergovernmental Panel on Climate Change ha mostrato efficacemente che un aumento della temperatura di 1,5°C rispetto ai livelli pre-industriali è estremamente probabile nel prossimo futuro (entro il 2040), e che gli effetti che esso avrà sono spaventosi – aumenta il rischio di ondate di calore e piogge intense, con conseguenti alluvioni e frane, aumenta la probabilità di estinzioni di intere specie, di salinizzazione del mare, di erosione incontrollata, di desertificazione. Tutti gli effetti già previsti del cambiamento climatico diventano più probabili. E l’accordo di Parigi, l’unico impegno – peraltro non vincolante – in vigore fra gli Stati prevede sforzi che, anche se avessero successo, si impegnano a contenere l’aumento della temperatura a 2°C.

Il debito che la nostra e le precedenti generazioni hanno fatto non si può pagare e si abbatterà inevitabilmente sulle generazioni future – rendendo il loro mondo più impervio, meno vivibile, e diminuendo i vantaggi e i benefici dell’industrializzazione per chiunque. Questa, come spiega Jefferson, è una ingiustizia evidente. Contro le ingiustizie si deve protestare, ma sino ad ora le generazioni future non potevano protestare – per la semplice ragione che non erano ancora con noi. Greta Thunberg e Sergio Mattarella rappresentano, per la prima volta, la voce delle vittime di questa ingiustizia fra le generazioni.

Madison accolse con un certo scetticismo le idee di Jefferson. In una lettera in risposta, scritta il 4 febbraio 1790, egli poneva due obiezioni. In primo luogo, il principio di Jefferson avrebbe posto limiti troppo stretti all’azione di qualsiasi governo, anche il più benintenzionato. Ogni miglioramento che una generazione potrebbe fare rispetto allo stato in cui ha ereditato il pianeta sarebbe proibito, se ci fosse anche una benché minima probabilità di ledere le generazioni future. Inoltre, e questa è la seconda obiezione di Madison, certi debiti potrebbero essere contratti proprio a beneficio delle generazioni future. Questo sarebbe il caso, ad esempio, se si finanziassero con titoli di debito pubblico le imprese che producono energie alternative, grazie alle quali il tasso di emissioni si potrebbe abbattere nel futuro.

Ragionamenti simili a quelli di Madison sono ripresi nella discussione più avanzata fra gli studiosi del cambiamento climatico. John Broome e Duncan K. Foley, per esempio, hanno sostenuto che bisognerebbe istituire una Banca mondiale del clima, per finanziare con debito pubblico e investimenti privati le ricerche sulle energie alternative. Ma l’atteggiamento di molti è più semplice e diretto: il destino delle generazioni future è semplicemente lasciato fuori dalla discussione e dall’orizzonte. Quel che conta sono gli effetti immediati – i vantaggi a brevissimo termine – delle scelte collettive. La politica di oggi è seriamente ammalata di una sorta di miopia programmatica, che rende invisibile il futuro anche prossimo. Una persona ormai anziana e una persona molto giovane ricordano a chi sta nel mezzo che oltre l’oggi, oltre le piccole beghe quotidiane, c’è una sfera più ampia – l’orizzonte del futuro.

 

L’autore

Gianfranco Pellegrino

Gianfranco Pellegrino è Ricercatore al Dipartimento di Scienze Politiche della LUISS


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