Steve Bannon, o quando Evola entrò alla Casa Bianca

22 aprile 2019
Editoriale Open Society
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Alla fine, Donald Trump lo ha messo alla porta, forse geloso della notorietà che aveva acquisito nel frattempo o temendo che potesse metterlo in ombra. Ma le sue idee, dalla Casa Bianca non sembrano essersene mai andate. Quella di cui il giornalista di Bloomberg e analista politico della Cnn Joshua Green ha tracciato il ritratto in un libro cui negli Stati Uniti è stata tributata una larga e meritata attenzione e che viene ora proposto nel nostro paese dalla Luiss University Press – Il diavolo – è forse la figura più significativa a livello internazionale per comprendere l’evoluzione e il peso assunto dalle nuove destre, passate dalla marginalità al potere nel volgere di pochi anni. Ex ufficiale di marina, operatore finanziario, produttore di film contro gli immigrati e a sostegno del Tea Party come di Sarah Palin, star dei nuovi media di destra, alfiere della tradizione anche in campo religioso, «ideologo» del sovranismo, Steve Bannon è uno dei protagonisti, ma soprattutto uno dei simboli più visibili e celebrati, della deriva politica e culturale che attraversa l’Occidente, Un «diavolo», come spiega Green, alle cui idee in molti hanno già venduto l’anima.

Partiamo dall’inizio, prima che Trump lo scegliesse per guidare la sua campagna elettorale nell’ultima fase delle presidenziali, in pochi fuori dagli Stati Uniti avevano sentito parlare di Steve Bannon. Davvero il suo contribuito è stato determinante per l’elezione di «The Donald»?
Trump non sarebbe mai diventato presidente se Bannon non avesse salvato la sua campagna che, a pochi mesi dal voto, non sembrava certo destinata a concludersi con un trionfo. Come c’è riuscito? Il suo contributo è stato decisivo per due ragioni. Da un lato perché già prima di entrare nella «squadra», quando era solo un consigliere informale di Trump, Bannon aveva convinto quest’ultimo che puntare tutto sull’allarme per l’immigrazione clandestina sarebbe servito per conquistare gli elettori repubblicani e assicurarsi le primarie prima e vincere poi in alcuni Stati chiave. Fin dagli anni Ottanta Trump era favorevole al «protezionismo» in campo economico, ma i toni estremi in materia di immigrazione sono comparsi solo dopo il suo incontro con Bannon. L’altro aspetto che ne ha fatto una figura-chiave, è il modo in cui ha aiutato Trump nella sistematica demonizzazione della sua rivale, Hillary Clinton. Fin dal 2012, attraverso il sito Breibart News, Bannon si era specializzato nel sostenere gli attacchi ai Clinton che arrivavano dai repubblicani, pubblicando ogni sorta di dicerie. Quando fu chiaro che Trump avrebbe sfidato proprio lei, Bannon aveva già accumulato una larga esperienza da spendere in quella contesa.

Oltre ad aver sostenuto la candidatura di Trump, si è parlato molto del ruolo svolto da «Breitbart News», sotto la guida di Bannon, nell’alimentare il circuito della cosiddetta alt-right. Di cosa si tratta?
Credo se ne possa parlare come del nuovo volto, giovanile e radicale della cultura di destra negli Stati Uniti. In effetti Breitbart News è stato il principale veicolo di diffusione delle tesi della alt-right nel paese: un percorso che si è compiuto in larga misura intorno alla stessa candidatura di Trump. Bannon ha detto più volte che voleva che Breitbart News diventasse «la piattaforma dell’alt-right». Ed è riuscito a farlo. Nel libro ricostruisco il modo in cui Bannon e i suoi hanno operato, vale a dire intervenendo presso un pubblico talvolta anche molto giovane, in particolare quello che si ritrova nelle bacheche internet dei giocatori online, e indirizzando a questa platea dei messaggi sempre più duri sui temi dell’immigrazione, dell’identità, della difesa delle tradzioni, e contro il politicamente corretto e l’affermazione delle minoranze, fino a trasformarli in attori politici sempre più attivi. Una vera radicalizzazione di segno nazionalista-populista di cui Breitbart News è stato a un tempo la macchina da guerra e la bandiera.

Estimatore del filosofo fascista Julius Evola, critico, da destra, del Partito repubblicano come delle maggiori organizzazioni conservatrici statunitensi, fautore, secondo le sue stesse parole, di una «rivoluzione populista»: come tracciare l’identikit ideologico di Steve Bannon? Siamo o meno nel territorio della destra radicale?
Senza alcun dubbio, Bannon ha un legame morboso, ossessivo con i pensatori nazionalisti degli anni Trenta e Quaranta e modella le sue «crociate» sulle loro idee. È particolarmente interessato a Julius Evola e al modo in cui le idee di Evola sul declino della modernità influenzarono Mussolini e in seguito Hitler. Inoltre, penso che Bannon sia oggi una delle figure più importanti a livello internazionale per comprendere sia le strategie che le idee della alt-right, come delle correnti nazionaliste, anti-immigrati e, in alcuni casi, dei sostenitori della supremazia bianca, che occupano sempre più la scena quasi in ogni paese.

Dopo la rottura con Trump, avvenuta, come spiega il suo libro, perché «il consigliere rubava la scena al presidente» -, Bannon si è lanciato in un nuovo progetto europeo, «The Movement», e sembra interessato a quanto accade in Italia, dove ha partecipato anche ad un incontro con alcuni dei vertici della Rai. Quali frutti potrà dare questo attivismo?
Non c’è dubbio che il vostro paese sia ora al centro dell’attenzione di Bannon. «Dipende tutto dall’Italia», mi ha detto quando l’ho incontrato per intervistarlo per il mio libro. Ho capito che guarda al governo tra la Lega e il Movimento cinque stelle come ad una sorta di incarnazione delle sue tesi. Crede che un tale matrimonio tra partiti populisti e nazionalisti possa divenire un modello per il resto dell’Europa. E lui, come ha già fatto con Breitbart News , aiutando Trump a diventare presidente, e più di recente partecipando alla campagna (vittoriosa) di Bolsonaro in Brasile, lavora per questo. Attraverso «The Movement» cerca di federare per quanto possibile i movimenti sovranisti in vista del voto europeo di fine maggio. Lui guarda soprattutto a Salvini e Orbán, ma l’idea è quella di connettere tra loro tutti i movimenti nazionalisti, usando i media e i social come piattaforme per diffondere e amplificare quanto dicono.

La predilezione di Bannon per l’Italia non potrebbe essere dovuta anche ai suoi contatti con gli ambienti conservatori del Vaticano, ostili a papa Francesco, che paiono sostenere, sul piano economico come ideologico i suoi progetti?
A proposito dell’«ateneo di formazione politica» che vorrebbe far nascere nella certosa di Trisulti (nel Frusinate, nda), Bannon mi ha detto testualmente: «Stiamo costruendo una scuola di gladiatori di destra: i soldati delle prossime guerre culturali che dovranno difendere l’Occidente». Sui giornali si è parlato spesso dei rapporti di Bannon con il cardinale americano Raymond Burke e con altri esponenti del Vaticano che si oppongono a Francesco, quello che posso dire è che il diretto interessato mi ha parlato di «una rete di miliardari cattolici conservatori» che in Europa come negli Stati Uniti stava finanziando i suoi sforzi, inclusa la scuola di Trisulti. Non sono mai riuscito a dare un nome a costoro, ma non ho dubbi che le loro risorse vengano usate per contrastare il papa attuale, anche attraverso l’opera di Steve Bannon.

L’onda di destra che ha investito l’America ha cominciato a gonfiarsi durante l’era di Obama, quando a destra sono emersi personaggi come Bannon che hanno abbracciato posizioni radicali quando non apertamente razziste. Il suo libro spiega come «il diavolo» abbia conquistato per questa via prima i repubblicani e quindi la Casa Bianca: cosa resterà del vecchio conservatorismo dopo tutto ciò?
In effetti Bannon sostiene la stessa politica sovranista e anti-immigrazione già da tempo, in ogni caso ben prima che Trump irrompesse sulla scena. Solo che all’epoca il tutto era relegato agli ambienti dell’estrema destra. Pochissimi politici noti condividevano tali posizioni: figure considerate spesso con sospetto anche tra i repubblicani come il deputato Steve King dell’Iowa o il senatore dell’Alabama Jeff Sessions, che poi Trump ha voluto non a caso come ministro della Giustizia fino allo scorso anno, più volte incappati in commenti apertamente razzisti. Poi, è partito l’assalto di Trump, sostenuto dalle posizioni di Bannon, che ha conquistato la nomination del Gop nel 2016, contribuendo a distruggere o quasi il vecchio mondo conservatore e il Partito Repubblicano. Oggi l’unica traccia che rimane dei conservatori è un piccolo gruppo che si è autodefinito come «Never Trumpers» ma di cui si parla davvero poco.

 

Questo articolo è apparso originariamente sull’edizione del 02.04.2019 de “Il Manifesto”. Pubblicato su Open per gentile concessione.

L'autore

è giornalista, scrive per il Manifesto e Micromega. In passato ha collaborato con diverse radio e TV italiane e internazionali.  Ai temi della nuova destra e dell’alt-right ha dedicato diversi saggi e inchieste giornalistiche.


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