Ascesa e declino dell’euro: la moneta che doveva unire e invece divide

20 maggio 2019
Editoriale Europe
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Nella settimana che precede le elezioni europee, Luiss Open ripropone alcune delle più interessanti riflessioni recenti sul presente e sul futuro dell’Unione.

 

Le premesse di un Europa unita

La visione più ambiziosa dell’unità europea fu concepita in circostanze molto più drammatiche rispetto a quelle che la stanno mettendo alla prova oggigiorno. La primavera del 1941 era il momento più tragico per le sorti dell’Europa, e le forze di Hitler sembravano invincibili. L’Unione Sovietica era ancora alleata della Germania nazista, e gli Stati Uniti restavano ai margini del conflitto che insanguinava l’Europa.

Per credere che l’Europa potesse superare le divisioni nazionali ci sarebbe voluta una straordinaria fede nell’umanità – o una grande ingenuità – soprattutto nei campi di concentramento e nelle prigioni che ospitavano gli oppositori e le vittime dei regimi totalitari continentali. Eppure proprio in quel momento nella piccola isola italiana di Ventotene, dei confinati antifascisti stavano mettendo a punto un programma per l’unione politica dell’Europa dopo la sconfitta dei nazisti. Uno di loro era Altiero Spinelli, che tempo dopo sarebbe diventato Commissario europeo, membro del Parlamento europeo e leader del Movimento federalista europeo. Nel “Manifesto di Ventotene”, scribacchiato su cartine di sigarette e fatto arrivare clandestinamente ai movimenti di resistenza di tutta l’Europa, Spinelli e i suoi compagni di prigionia negavano la rilevanza delle vecchie divisioni tra destra e sinistra. Dopo la guerra, il futuro padre dell’Unione Europea scrisse che la linea di demarcazione tra le forze del progresso e della conservazione avrebbe tagliato trasversalmente i partiti tradizionali e messo quelli che miravano a restaurare la sovranità nazionale contro quelli che aspiravano a un’Europa federale:

Il problema che in primo luogo va risolto, e fallendo il quale qualsiasi
altro progresso non è che apparenza, è la definitiva abolizione della
divisione dell’Europa in Stati nazionali sovrani.

Il Manifesto di Ventotene non accennava esplicitamente all’abolizione delle monete nazionali. Ma di tutte le iniziative intese a smantellare i confini eretti tra i paesi d’Europa da due guerre calde e da una guerra fredda, l’euro è
la risposta più radicale all’invito di Spinelli a mettere fine allo Stato-nazione. Non si è quasi mai vista una cessione volontaria di sovranità nazionale più ampia dell’Unione economica e monetaria (UEM) europea, creata con
la promessa di maggiore prosperità e di maggiore stabilità, e di una convergenza tra status e destino. Non c’è prova più attendibile del successo o del fallimento dell’UEM per il progetto di Spinelli secondo cui per l’Europa sarebbe stata preferibile un’unione ancora più stretta.

 

Uno sguardo al passato per comprendere il futuro 

A fronte della crisi del debito che affligge l’eurozona, i leader dell’UEM hanno scelto di mettere in comune ancora più sovranità. Hanno messo insieme risorse finanziarie in fondi di salvataggio per i governi a corto di liquidità;
hanno centralizzato il controllo sulle politiche tramite le condizioni imposte per la messa a disposizione dei fondi comuni; hanno sottoposto le loro banche alla supervisione della BCE. Ma tra i cittadini dell’Europa, queste mosse hanno prodotto nel migliore dei casi una rassegnata accettazione, e nel peggiore un netto rifiuto, anziché un entusiasmo come quello che animava Spinelli per la maggiore integrazione. Gli oppositori della linea integrazionista sono molto più numerosi dei suoi sostenitori. Coloro che non si fidano dell’UE sono molto più numerosi di coloro che si fidano. L’appoggio alla moneta unica si è indebolito con la crisi economica. E si è indebolita anche la legittimazione democratica dell’Europa. La maggior parte degli europei sono convinti che la loro voce non conti affatto nell’UE, specie nei paesi più colpiti dalla crisi. Solo il 16% degli europei dicono di fidarsi dei partiti politici; e la sfiducia è massima nei paesi colpiti dalla crisi dell’eurozona. L’euro avrebbe dovuto rafforzare l’unione tra gli Stati nazionali europei consentendo ai paesi “periferici” più poveri di colmare il divario con il nucleo originario dei più ricchi, facendo aumentare la prosperità per tutti e incanalando in permanenza la forza crescente di una Germania riunificata in un destino comune europeo.

Invece, la periferia si è ritrovata abbandonata dai mercati finanziari ed è precipitata in un buco nero economico. La richiesta di altri finanziamenti tedeschi ha messo Berlino saldamente alla guida delle politiche europee. Nel resto d’Europa, elettori, creditori e debitori si sentono traditi e deprivati del potere. Anziché essere la realizzazione più grande, e il simbolo più glorioso, della riconciliazione europea, la moneta comune è venuta ad assumere i contorni di una palla al piede per il continente.

 

La posta in gioco

C’è in gioco molto più del benessere economico. Se un economista di oggi avesse potuto tornare indietro nel tempo e ricordare ai visionari di Ventotene che forse l’Europa non era una “zona monetaria ottimale”, quella sarebbe stata l’ultima delle loro preoccupazioni. Sette decenni dopo, Angela Merkel, cancelliere tedesco e politico più influente d’Europa, ha definito l’euro “una comunità voluta dal destino” in quello stesso parlamento tedesco che ospitava un tempo i più acerrimi nemici dei prigionieri di Ventotene:

Nessuno dovrebbe immaginare che altri cinquant’anni di pace e di prosperità
in Europa si possano dare per scontati. Non è così. Ecco perché
dico che se fallisce l’euro, fallisce anche l’Europa. Non lo dobbiamo
permettere. Abbiamo il dovere storico di proteggere con tutti i mezzi
a disposizione l’opera di unificazione dell’Europa, che i nostri predecessori
hanno messo in moto più di cinquant’anni fa dopo secoli
di odio e spargimenti di sangue. Nessuno di noi può prevedere le conseguenze
di un eventuale fallimento.
(Angela Merkel, discorso pronunciato al Bundestag, 26 ottobre 2011)

Sarebbe da ingenui pensare che solo dei nobili sentimenti possano ispirare le decisioni dei nostri leader nei momenti di crisi. Ma non dovremmo essere così cinici da derubricare tutta la loro retorica altisonante a vuote chiacchiere. Consapevolmente o meno, gli echi della visione di Spinelli si sono riaffacciati alla mente di alcuni leader quando hanno ceduto sovranità in una misura inimmaginabile solo pochi anni prima. Le prospettive di una maggiore integrazione europea dipendono non solo dal successo concreto dell’euro, ma anche da una contrapposizione più radicata sui suoi meriti politici. Sfortunatamente, le politiche che sono state perseguite, apparentemente per far funzionare meglio l’euro, hanno irritato l’opinione pubblica, il cui appoggio è indispensabile per raggiungere quell’obiettivo. Nessuna cessione di sovranità nazionale può salvare l’euro se i suoi utilizzatori vengono indotti a pensare che non valga la pena di mantenerlo in vita. Da quando è arrivata la crisi, questa battaglia ideologica è stata dominata dagli scettici. Nella visione dei suoi detrattori, l’euro è già stato messo alla prova e ha fallito. Un gran numero di presunti amici della moneta unica hanno rafforzato inconsapevolmente la loro tesi.

Il testo proposto è un estratto del volume “La moneta rinnegata. L’euro, la crisi e i suoi veri colpevoli” di Martin Sandbu edito da Luiss University Press.

L'autore

Martin Sandbu è editorialista del Financial Times. In precedenza, ha insegnato e fatto ricerca a Harvard, Columbia e Wharton School


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