L’emergenza migranti come sinonimo della profonda crisi di identità nelle società occidentali

24 maggio 2019
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Nella settimana che precede le elezioni europee, Luiss Open ripropone alcune delle più interessanti riflessioni recenti sul presente e sul futuro dell’Unione.

Il modello occidentale come unica scelta dopo la caduta del muro di Berlino

Poco più di un quarto di secolo fa, nel 1989 – l’annus mirabilis che vide i tedeschi riunirsi sulle macerie del muro di Berlino, e che oggi sembra lontanissimo –, un intellettuale e ufficiale del dipartimento di Stato americano colse in pieno lo spirito del tempo: con la conclusione della guerra fredda, scrisse Francis Fukuyama, tutti i principali conflitti ideologici erano risolti. La contesa era finita, e la storia aveva un vincitore: la democrazia liberale occidentale. Prendendo in prestito una pagina di Hegel, Fukuyama presentò la vittoria dell’Occidente nella guerra fredda come verdetto favorevole consegnato dalla storia stessa. Il  rovesciamento del comunismo era la più bella delle rivoluzioni, non solo perché di stampo liberale e pacifico, ma anche perché si trattava di una rivoluzione del pensiero: “Lo Stato che emerge alla fine della storia è uno Stato liberale,” insisteva Fukuyama “fintanto che riconosce il diritto universale dell’uomo alla libertà e lo protegge con un sistema di legge, e democratico fintanto che esiste solo grazie al consenso di chi è governato”. Il modello occidentale era la scelta ideale – e anche l’unica possibile. Forse, nel breve periodo, alcuni Paesi non sarebbero riusciti a emulare questo modello esemplare: tuttavia, non avrebbero avuto alternative oltre a continuare a provarci.

 

1989-2019: Due crisi dei migranti differenti

Per capire l’attuale crisi dell’UE, dobbiamo riconoscere che il progetto europeo, oggi, è intellettualmente radicato nell’idea della “fine della storia.” L’Unione Europea è la scommessa altamente rischiosa che il genere umano continuerà a progredire procedendo nella direzione di una società più democratica e tollerante. In un contesto ideologico ispirato dalla panacea liberale del miglioramento umano, la crisi dei migranti costringe a mettere ogni cosa in discussione. La crisi dei migranti è una crisi radicale, non perché ci chiede risposte differenti alle domande già poste nel 1989, ma perché cambia le domande stesse. Il terreno intellettuale su cui ci muoviamo oggi è del tutto mutato rispetto a un quarto di secolo fa. Nella cornice concettuale messa a punto da Fukuyama, le questioni che l’umanità avrebbe dovuto affrontare erano molto chiare: cosa doveva fare l’Occidente per trasformare il resto del mondo, e cosa invece spettava al resto del mondo per imitare al meglio l’Occidente? Quali istituzioni e politiche specifiche dovevano essere trasferite e copiate? Quali libri tradotti ristampati? Come espandere le vecchie istituzioni, e quali nuove istituzioni creare? L’inizio della trasformazione di internet in un fenomeno di massa ebbe una profonda influenza sull’impazienza dell’Occidente di confermare la visione del futuro di Fukuyama. La fine del comunismo e la nascita del web sembravano andare di pari passo, nel senso che la fine della storia esigeva che qualcosa di simile avvenisse in ambito politico e istituzionale, e al tempo stesso stimolava l’innovazione in campo tecnologico e nella vita sociale. La stessa parola rivoluzione passò dall’ambito della politica a quello della tecnologia. Il 1989 annunciava un mondo nel quale la competizione globale sarebbe sì cresciuta, ma sarebbe stata una competizione tra aziende e individui, e non più tra ideologie e Stati. Fukuyama immaginava un mercato globale dove idee, capitale e merci avrebbero avuto libera circolazione, mentre le persone se ne sarebbero state a casa loro a democratizzare le rispettive società. Lo stesso termine migrazione, con la relativa immagine di grandi masse che attraversano i confini nazionali, era del tutto assente nel racconto di Fukuyama. Secondo lui, la cosa fondamentale era che le idee viaggiassero indisturbate. Le idee globali, a suo parere, avrebbero avuto la libertà di attraversare i confini: di conseguenza, una visione liberale delle cose avrebbe conquistato tutti. È proprio questa visione del mondo a essere, oggi, in caduta libera, ed è solo contestandone i presupposti fondamentali che possiamo valutare in maniera adeguata il rischio effettivo del disfacimento europeo. Le questioni fondamentali della crisi esistenziale dell’Unione Europea, imposte dalla spirale discendente in cui è avvolto oggi l’ordine liberale, non riguardano ciò che l’Occidente ha fatto di sbagliato nello sforzo di trasformare il mondo. Piuttosto, il problema è come gli ultimi tre decenni abbiano trasformato l’Occidente stesso, e come la sua ambizione di esportare i propri valori e le proprie istituzioni abbia avuto come risultato una profonda crisi di identità nelle società occidentali.

 

Il vecchio continente tra nuovo disordine mondiale e modello per l’ordine liberale 

Il fatto che tantissimi europei considerino il flusso dei migranti come segno del fallimento della democrazia è sintomatico: solo una radicale reinterpretazione degli effetti indesiderati avuti dalla guerra fredda può aiutare a comprendere perché oggi i populisti arrabbiati vincano le elezioni in tutto il mondo occidentale, e perché la nozione liberale di tolleranza, volgarmente ridotta al caricaturale concetto di “correttezza politica”, è oggi vista come il nemico del popolo. Più che le idee, che Fukuyama vedeva come il motore del progresso che avrebbe modellato il futuro, a dar forma all’Europa del Ventunesimo secolo sono oggi i milioni di persone che, legalmente o meno, arrivano nel territorio dell’Unione. In altre parole, i migranti sono gli attori della storia che determineranno il destino del liberalismo europeo. La centralità della crisi dei migranti nella crisi politica europea, però, ci costringe non solo a immaginare diversamente il futuro, ma anche a interpretare nuovamente il passato. Proprio mentre Francis Fukuyama proclamava la fine della storia ricevendo l’entusiastico plauso delle élite politiche occidentali, un altro scienziato politico americano, Kenneth Jowitt della University of California, Berkeley, suggeriva un’interpretazione radicalmente diversa del finale della guerra fredda. Secondo Jowitt, la conclusione della guerra fredda non rappresentava per niente un momento di trionfo, anzi, era piuttosto l’inizio della crisi e del trauma, il fondamento di quello che Jowitt chiamava “il nuovo disordine mondiale”. Jowitt, un rispettato sostenitore della guerra fredda che aveva dedicato la carriera a studiare il modo in cui i regimi alla periferia dell’impero sovietico – per esempio, la Romania di Ceausescu – mutavano il modello sovietico, mise in discussione la tesi di Fukuyama secondo la quale la fine del leninismo era “una sorta di intervento chirurgico che aveva lasciato in gran parte inalterato il resto del mondo”. Secondo Jowitt, la fine del comunismo “dovrebbe essere paragonata a una disastrosa eruzione vulcanica che, nell’immediato, colpisce solo gli ‘ecosistemi’ politici circostanti (per esempio, gli altri regimi leninisti), ma i cui effetti, con ogni probabilità, sono destinati ad avere un impatto globale sui confini e le identità che per mezzo secolo hanno definito e ordinato il mondo dal punto di vista politico, economico e militare”. Secondo Fukuyama, il mondo venuto dopo la guerra fredda era ancora regolato da un ordine formale, con confini tra Stati che sarebbero rimasti, anche se non avrebbero più conferito potere né incentivi a provocare guerre e conflitti. Fukuyama immaginava il diffondersi di un’idea post-moderna di Stato, nella quale i valori fossero molto più importanti degli interessi, un “sovrastato” che, ovviamente, era perfettamente incarnato nella struttura dell’Unione Europea. La visione di Jowitt, al contrario, era molto più squallida: confini ridisegnati, identità rimodellate, proliferare di conflitti e incertezza paralizzante. Jowitt vedeva il periodo del post-comunismo non come un’èra di imitazione di modelli virtuosi con qualche residuo evento drammatico qua e là, ma come un tempo doloroso e pericoloso, pieno di regimi mutanti, distopici e imprevedibili. Fukuyama immaginava l’Europa come modello per l’ordine liberale globale in arrivo. Per Jowitt, invece, il Vecchio continente sarebbe stato l’epicentro del nuovo disordine mondiale. In effetti, Jowitt concordava con Fukuyama quando diceva che non sarebbe arrivata nessuna ideologia universale a sfidare direttamente la democrazia liberale, ma ciò che lo preoccupava era la politica post-ideologica: se Fukuyama non riteneva fosse suo compito rispondere alle “sfide lanciate al liberalismo dai tanti messia pazzi del mondo” o agli strani pensieri illiberali della “gente in Albania o in Burkina Faso”,17 Jowitt era di diverso avviso. Egli prevedeva il ritorno delle sommerse identità etniche, religiose e tribali. Secondo lui, la fine della storia avrebbe inaugurato un’epoca di risentimento. L’assenza di un’ideologia universalista abbastanza potente da sfidare il liberalismo non significava di per sé la fine delle rivoluzioni, quanto piuttosto l’innesco per le rivolte contro l’idea stessa di universalità e contro le élite cosmopolite occidentalizzate che la difendevano. Jowitt prediceva che, in un mondo esaltato dalla connettività ma segnato da disparità economiche, politiche e culturali, avremmo dovuto prepararci a esplosioni d’ira e all’emergere di “movimenti ispirati dalla rabbia” che sarebbero spuntati dalle ceneri degli Stati-nazione indeboliti. L’ordine mondiale che sarebbe seguito alla guerra fredda avrebbe somigliato a un locale per single, diceva Jowitt: “Un gruppo di persone che non si conoscono e che chiacchierano, si rimorchiano a vicenda, vanno a casa, fanno sesso, e che poi non si vedono più, non ricordano i nomi degli altri, tornano al bar e conoscono altra gente. In pratica, si tratta di un mondo fatto di disconnessioni”.Un mondo, in altre parole, che ha tanta esperienza ma proprio non riesce a consolidare identità e stabili rapporti di alleanza.

 

Cosa indebolisce i regimi democratici

Non è perciò sorprendente che una delle possibili reazioni all’incertezza portata dalla globalizzazione sia il ritorno delle barricate come confini desiderati per persone e Stati. Jowitt, usando una metafora suggestiva, ha detto che “una barricata è un matrimonio cattolico: ti sposi, non puoi divorziare”. È proprio la transizione dal mondo disconnesso degli anni Novanta a quello pieno di barricate che sta emergendo oggi a indebolire i regimi democratici: la democrazia, una forma di governo che favorisce l’emancipazione delle minoranze (sfilate gay, manifestazioni femministe, iniziative contro la discriminazione), è soppiantata da un regime politico che rafforza i pregiudizi delle maggioranze, e la forza che determina la transizione è data dallo shock politico causato dal flusso di rifugiati e migranti. Demos, un think tank londinese, ha effettuato uno studio che, già molto tempo prima della Brexit e della vittoria di Donald Trump alle presidenziali americane, mostrava come i partiti populisti di destra fossero caratterizzati dall’opposizione alle politiche migratorie liberali. Il fallimento liberale nell’affrontare il problema dei migranti spiega la rivolta dell’opinione pubblica molto meglio di quanto non facciano la crisi economica o la crescente disuguaglianza. L’incapacità o mancanza di volontà delle élite liberali di discutere di migrazione e confrontarsi sulle sue conseguenze, e l’ostinazione nel sostenere che le politiche esistenti sono sempre a somma positiva (ossia sono di tipo win-win), sono ciò che hanno reso il liberalismo un sinonimo di ipocrisia per tantissime persone. La rivolta contro l’ipocrisia delle élite liberali sta rimodellando dalle fondamenta il panorama politico europeo. Così come la libera circolazione delle idee contribuì a seppellire per sempre il comunismo e, con esso, la guerra fredda, il flusso di persone che attraversano i confini dell’UE e degli Stati Uniti ha sepolto l’ordine post-guerra fredda. La crisi dei rifugiati ha svelato la fragilità del paradigma emerso e, in particolare, l’incapacità delle istituzioni e delle regole risalenti all’epoca della guerra fredda di affrontare i problemi del mondo contemporaneo. La Convenzione sui rifugiati del 1951 è uno dei più spettacolari esempi di questo fallimento.

 

Il testo proposto è un estratto del volume “Gli ultimi giorni dell’Unione. Sulla disintegrazione europea” di Ivan Krastev edito da Luiss University Press.

L'autore

Ivan Krastev dirige il Centre for Liberal Strategies dell’Università di Sofia ed è Permanent Fellow dell’Institute for Human Sciences di Vienna. I suoi editoriali appaiono sul New York Times e sul Guardian. Gli ultimi giorni dell’Unione è il suo primo libro tradotto in italiano


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