Natalità e giovani. La lezione di Israele all’Europa in crisi demografica

28 maggio 2019
Editoriale Open Society
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Mercoledì 29 maggio alle ore 11, alla Biblioteca del CNR (Piazzale Aldo Moro, 7 – Roma), sarà presentato il volume “Italiani poca gente” di Antonio Golini e Marco Valerio Lo Prete, pubblicato da LUISS University Press.

Interverranno Corrado Bonifazi (Dirigente di Ricerca IRPPS‐CNR) e Flavia Cristaldi (Prof.ssa Ordinaria Sapienza Università di Roma). Modera Daniele Archibugi, Direttore IRPPSCNR.

 

“Italiani poca gente”, di Antonio Golini e Marco Valerio Lo Prete , è un libro importante, strategico direi. Perché si occupa di uno dei tempi principali che riguardano il futuro di un Paese, eppure così difficile da imporre all’attenzione delle persone e dell’opinione pubblica. Tutti ci accorgiamo se manca il lavoro, ma non se mancano i bambini. Eppure, dalla ricchissima Germania alla ben più povera Grecia, passando per l’Italia, l’Europa è afflitta dalla “peste bianca”. L’espressione fu coniata da un grande storico francese, Pierre Chaunu, in un libro pubblicato da Gallimard del 1976, per dire che oggi la disaffezione a procreare ha, nei Paesi progrediti dell’Europa, conseguenze simili alla peste nera del Medioevo. Il Papa dalla Bulgaria l’ha appena definita “una cortina di ghiaccio”. Se l’Europa in questo è davvero “Occidente”, ovvero la terra del tramonto, c’è un Paese occidentale a Oriente che di bambini ne fa tantissimi, più di tutti gli altri. È Israele.

 

Tutti i record di Israele

Israele può vantare molti record. In trent’anni, il suo Prodotto interno lordo è aumentato del 900 per cento; le esportazioni sono aumentate dell’860 per cento; è passato dal non avere fonti indipendenti di energia al 38 per cento del fabbisogno energetico che proviene dalle proprie fonti; e se trent’anni fa non c’era acqua desalinizzata, oggi oltre il 40 per cento del consumo di acqua proviene da impianti di desalinizzazione. Ma il suo record più grande è quello demografico ed è una delle cause anche della vitalità di quella società, il suo essere una sorta di tigre asiatica, fra i Paesi più innovatori del mondo.

In Israele nasce un bambino ogni tre minuti e nell’ultimo anno sono nati 181.000 bambini. Dal 1995 al 2015, in vent’anni, il numero di nascite fra gli ebrei israeliani è salito del 65 per cento, passando da 80.400 a 132.000 nascite. Il tasso di fecondità degli ebrei in Israele ha compiuto un incredibile balzo in avanti, mentre il tasso di fecondità fra gli arabi, per via della scolarizzazione e modernizzazione, è molto diminuito. Il tasso di fecondità in Israele è oggi di 3,11 figli, più del doppio che in Italia (1,32 figli per donna). È importante tenere presente che non parliamo di un Paese di cultura mediorientale, ma occidentale, che spicca in tutti gli indici di innovazione economica, scientifica, culturale e tecnologica, è la “start-up nation”, l’high tech, i Premi Nobel.

Gli ebrei israeliani hanno oggi più figli, in media, persino dei prolifici vicini egiziani, turchi e libanesi. O dell’Iran, la cui transizione demografica è il più rapido declino del tasso di fertilità mai registrato dall’Onu. L’Iran ha superato anche il calo della fertilità in Cina, ma senza ricorrere alla politica del figlio unico di Pechino. Il suo tasso di fecondità totale probabilmente si aggira intorno a 1,6 bambini per donna, allo stesso livello dell’Europa occidentale, un declino senza uguali da 7 bambini per donna iraniana nei primi anni Ottanta. Mai prima d’ora nella storia la natalità di un grande Paese era caduta così in fretta e così tanto. La popolazione iraniana sta invecchiando più velocemente di quella di qualsiasi altro paese al mondo. Nel 2050, il 30 per cento della sua popolazione avrà più di sessant’anni, lo stesso rapporto che negli Stati Uniti, ma con un decimo del pil pro capite americano.

 

Il Paese rifugio dei profughi, il Paese in guerra e la “superpotenza della fecondità”

Il tasso demografico di Israele è tanto più sorprendente se pensiamo alla storia di questo Paese, un Paese-rifugio per i profughi di tre continenti e dei sopravvissuti della Shoah, un paese che sventa un paio di attentati terroristici al giorno, l’unico Paese democratico dove la guerra non è in tv o nei videogiochi ma entra nelle case basse di pietra bianca e persino nei parchi giochi per i bimbi. “Questa è l’unicità di Israele, che non troverete in nessun’altra società in tutto il mondo”, ha detto Arnon Soffer, professore presso l’Università di Haifa e uno dei maggiori demografi del Paese. Sicuramente questa demografia è legata alla storia ebraica. Una identità opposta a quella che, al tempo, assunse ad esempio l’Impero Romano, che secondo molti studiosi è caduto anche a causa del crollo dei tassi di fertilità. Come ha spiegato Angus McLaren nel suo bellissimo saggio “A History of Contraception” (pubblicato nel 1991), “l’élite romana non gradiva affatto la prospettiva che il suo stile di vita urbano e raffinato potesse essere minacciato da orde di neonati”. Facendo un salto indietro da Atene e Roma fino alla Bibbia, incontriamo un’idea della procreazione piuttosto diversa, perfettamente condensata nella famosa frase del Genesi: “Siate fecondi e moltiplicatevi”. Quando Dio si rivolge a Noè dopo il diluvio, il suo discorso inizia e termina proprio con queste parole, nel primo caso come benedizione divina e nel secondo come comandamento di Dio.

Ma sorprendentemente, questo baby boom israeliano oggi sta avendo luogo soprattutto tra gli ebrei laici o moderatamente religiosi. Negli ultimi dieci anni, i tassi di fecondità sono diminuiti invece nella comunità ultraortodossa per gli stessi motivi per cui sono scesi fra gli arabi. A differenza di venti anni fa, quando gli ebrei laici nell’area metropolitana di Tel Aviv potevano avere 1-2 bambini, oggi il loro numero è cresciuto fino a 3-4. Se i tassi demografici rimarranno inalterati, Israele avrà una popolazione più grande della Polonia nel 2085. Ancora più notevole è che Israele avrà in assoluto più giovani rispetto all’Italia o alla Spagna e un numero pari a quelli della Germania alla fine del secolo, se il tasso di incremento della fertilità rimarrà invariato. Oggi Israele fa più figli di qualunque altro paese Ocse. Per usare le parole del dottor Arnon Wiznitzer, direttore dell’ospedale israeliano Beilinson, “siamo la superpotenza della fertilità”.

E tutto questo è legato all’identità. Come dimostrarlo? Con l’esempio degli ebrei russi. In Unione Sovietica, gli ebrei avevano un tasso di fecondità pari a 1, comune a tutti gli altri in quel Paese. Oggi l’aumento della fertilità per gli ebrei di Israele si deve non soltanto agli “yuppie di Tel Aviv”, ma anche proprio agli immigrati dall’ex Unione Sovietica, che di figli ne fanno in media 3. In Russia gli ebrei avevano uno dei tassi di natalità più bassi al mondo, ma quando gli ex ebrei sovietici sono arrivati in Israele, i loro figli hanno subito assunto le abitudini demografiche israeliane. Che la natalità eccezionale di Israele nasca dall’identità di quel paese è spiegato anche dall’enorme contrasto con i tassi di fecondità ebraici negli Stati Uniti. Come gruppo, gli ebrei americani mostrano la fertilità fra le più basse tanto che Alan Dershowitz, il giurista e avvocato di Harvard, ha intitolato un suo libro “The Vanishing American Jew”. “L’ebreo americano in via di estinzione”. Anche il compianto premio Pulitzer Charles Krauthammmer, forse l’editorialista ebreo più rispettato e influente d’America, scrisse: “Come fa una comunità a decimarsi nelle condizioni benigne degli Stati Uniti? Facile: bassa fertilità. In tre generazioni, la popolazione ebraica si sarà dimezzata”.

Cosa ci dice tutto questo? Io che sono scettico sull’idea che maggiori incentivi economici, più welfare, un migliore gettito fiscale, siano la chiave di volta della demografia di un intero paese, ne traggo la conclusione che a sostenere la fertilità ci sia una sorta di visione delle cose, della vita, un forte senso dell’identità, un ottimismo, che forse non abbiamo più in Europa. Israele negli indici dell’Onu è sempre più felice di quasi tutti i paesi europei. Israele appare come l’unico paese occidentalizzato che è riuscito a tenere in equilibrio ricchezza economica e materiale e una cultura favorevole al ricambio generazionale, che non si è mai inceppato a differenza dell’Europa.

 

“Un bambino senza genitori è un orfano, ma una nazione senza figli è un popolo orfano”

Vorrei concludere citando un articolo pubblicato lo scorso autunno sul Wall Street Journal da un pediatra americano, Robert Hamilton: “Mi stavo dirigendo verso il mio volo per Tel Aviv, quando accadde qualcosa di curioso. Mentre attraversavo l’aeroporto di Bruxelles, venni raggiunto da altri viaggiatori. Uomini con la kippah dalle valigette pesanti, giovani coppie con zaini ricamati con la Stella di David, anziani rabbini che assomigliavano a Mosè, famiglie con i passeggini e molti bambini sulle spalle – eravamo tutti diretti nello stesso posto. Mi sentivo come a una festa in famiglia. All’inizio, l’aeroporto era silenzioso e grigio, uno spazio progettato per l’efficienza, utilitaristico, se non nichilista. Al gate, ho trovato una scena vibrante e caotica, piena di colori, rumori e bambini. Mi sono rilassato. Da pediatra, ho riconosciuto il disordine; lavoro in quell’universo ogni giorno. La mia esperienza ha mostrato chiaramente come due paesi, Belgio e Israele, vedono i bambini. Israele li custodisce. Secondo un rapporto del 2018 dell’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico, il tasso di fecondità per le donne israeliane si attesta su un robusto 3,1, il doppio della maggior parte delle nazioni europee. Il tasso di fertilità belga è 1,7, ben al di sotto del tasso di sostituzione di 2,1. Le convinzioni collettive sulla vita, la libertà e la ricerca della felicità animano le scelte personali di ogni cittadino, e inevitabilmente influenzano la demografia della nazione. Le nazioni che non riconoscono i bambini come centrali per una buona vita dovranno affrontare gravi conseguenze economiche. Questi problemi attendono non solo il Belgio, ma anche il Giappone, la Cina, la maggior parte dell’Europa e persino gli Stati Uniti. La mia esperienza a Bruxelles è stata un’anteprima del domani. Nonostante le sfide politiche che Israele affronta, sono ottimista sul suo futuro. Vi si celebra la vita. Il Belgio, d’altra parte, sembra vecchio e sbiadito. Come disse un saggio ebreo: ‘Un bambino senza genitori è un orfano, ma una nazione senza figli è un popolo orfano’”.

L'autore

Giornalista del quotidiano “Il Foglio”, autore di numerosi saggi – tradotti anche in inglese – su Israele e sulla demografia


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