Dentro i flussi elettorali: da Salvini e Zingaretti una tenaglia per il Movimento 5 Stelle?

29 maggio 2019
Editoriale Europe
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Ci sono dei numeri particolarmente importanti per capire l’evoluzione della politica italiana. I primi, come abbiamo già visto, sono 1,5, 2 e 3, ovvero per quanto si moltiplicano i voti della Lega rispettivamente al Nord, al Centro e al Sud. Ma ce ne sono altri forse anche più importanti, che vengono da un’interpretazione più approfondita dei flussi elettorali, ovvero delle stime dei movimenti di voto tra diversi partiti. Abbiamo già presentato, come altri istituti, diverse analisi di flusso (tra politiche 2018 e europee 2019); tuttavia – soprattutto quando ci sono tanti numeri – per trarne delle conclusioni utili bisogna individuare il filo in grado di sintetizzarli.

Nel caso dei flussi, un criterio abbastanza semplice e relativamente parsimonioso è quello di: 1) analizzare il tasso di fedeltà dell’elettorato di ciascun partito, che è un indicatore importante del suo stato di salute, e quindi di attrattività e competitività; 2) per i vincitori, analizzare le provenienze dei voti che hanno guadagnato; 3) per gli sconfitti, analizzare dove si sono dispersi i loro voti. Adottare questi semplici criteri permette di sintetizzare le informazioni anche di varie città in modo efficace.

Il tasso di fedeltà: quali partiti sono in salute?

Nelle analisi di flusso, il tasso di fedeltà a un partito (percentuale dei suoi elettori che conferma il voto) è un indicatore importante di salute e attrattività di un partito. Storicamente, nelle elezioni politiche in Italia si tratta di un indicatore che distingue in modo netto i vincitori dagli sconfitti: i primi tendono ad avere valori di fedeltà intorno al 75%, mentre i secondi raramente superano il 60% (De Sio e Schadee 2018). Ecco dunque che diventa questo un primo aspetto da valutare: quant’è il tasso di fedeltà di ciascun partito nelle varie città che abbiamo analizzato? Con un’avvertenza: nelle elezioni europee, che vedono sempre una partecipazione più bassa rispetto alle politiche, difficilmente ci si possono aspettare valori così alti. Ma vediamo i dati: in questo caso relativi, per brevità, a sole quattro città, ma con tendenze simili a quelle delle altre.

La Tabella 1 ci dice qualcosa di atteso e qualcosa di sorprendente. In primis, come atteso, la Lega vanta tassi di fedeltà molto alti (68% a Genova, 70 a Torino, 78 a Padova – pur con il solo 46 di Napoli), addirittura vicini a quelli di un vincitore in un’elezione politica: il che testimonia che Salvini è riuscito a mobilitare i suoi elettori con grande forza. Parallelamente vediamo la debolezza del M5S, che ha tassi appena vicini al 40%, e un fenomeno analogo per FI, con tassi ancora più bassi (intorno al 30%). Questi partiti appaiono davvero in crisi, così come LeU, il cui elettorato si è riversato su La Sinistra in misura davvero minoritaria. Ci sono invece due dati inattesi: anzitutto FDI, che – a fronte di un quasi raddoppio elettorale – trattiene in realtà solo circa un terzo dei suoi elettori, mostrando quindi un ricambio molto forte. Ma soprattutto c’è il PD, che presenta tassi di fedeltà altissimi (tra il 75 e l’80%) che sarebbero tipici di un vincitore in un’elezione politica. Questo testimonia da un lato la capacità di mobilitazione del partito di Zingaretti, ma anche – interessante – la capacità di trattenere elettori nonostante il profilo programmatico di Zingaretti sia un po’ diverso rispetto a quello di Renzi e Gentiloni. Di conseguenza questo indicatore mostrerebbe davvero una buona performance per il Pd.

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Da dove vengono i voti dei vincitori?

Lega, FdI e Pd: sono questi i partiti che hanno incrementato (in percentuale) i propri voti rispetto alle politiche del 2018; rispettivamente di 2 volte, di 1,5 (aumento del 50%) e di 1,2 volte (aumento del 20%). Da dove vengono i nuovi voti? Lo mostra la Tabella 2, in cui sono evidenziate le voci prevalenti.

I dati sono molto chiari. L’espansione della Lega viene soprattutto da M5s e da Forza Italia. La mia interpretazione è che questo di fatto corrisponde al consolidamento dell’egemonia di Salvini all’interno del centrodestra. Un percorso partito nel 2014, e che ha visto Salvini puntare nel lungo termine a prendersi la leadership del centrodestra italiano, sapendo che Berlusconi non si sarebbe mai fatto spontaneamente da parte. La sua presenza al governo (solo rappresentante del centrodestra a dover trattare con Di Maio, con Berlusconi rimasto all’opposizione e quindi ininfluente) gli ha permesso di consolidarsi come principale riferimento del centrodestra, e i dati lo confermano: tra il 10 e il 30% dei voti della Lega del 2019 provengono da Forza Italia. A questi vanno sommati quelli in uscita dal M5s (circa un quarto degli attuali voti leghisti). Questo potrebbe sorprendere, data la contrapposizione dei due partiti, ma deve sorprendere solo in parte. Il successo del M5s si è infatti costruito, negli anni scorsi, in un periodo di grave crisi dei partiti tradizionali, e pescando in modo ideologicamente trasversale da entrambi gli schieramenti. Con l’emergere di un nuovo attore in grande forma nel centro-destra (e con il M5S in difficoltà per le sfide del governo) non c’è da sorprendersi che quella parte di elettori centro-destra che aveva sostenuto finora il M5s abbia a questo punto scelto di spostarsi verso Matteo Salvini, che quindi di fatto rappresenta per adesso un chiaro punto di aggregazione di quest’area.

E il tema della gara per diventare il punto di aggregazione di un’area politica riguarda per certi versi anche il PD, che infatti ottiene voti in misura significativa sia tra chi aveva votato liberi e uguali che tra gli altri alleati del PD nelle scorse elezioni. Su scala molto più piccola e senza dubbio ancora insufficiente, ma tuttavia il PD di Zingaretti per certi versi sembra mostrare una dinamica di aggregazione in parte analoga. Con una importante differenza: non cattura ancora niente dal Movimento 5 stelle. Questo è ancora il principale limite del partito di Zingaretti: ma vedremo tra poco quali condizioni potrebbero cambiare la situazione.

Infine la vitalità di FDI è mostrata dalla sua capacità di attrarre voti da vari partiti. Fatti 100 i suoi elettori di oggi, circa 20 vengono da Forza Italia, circa 20 dalla Lega, e a sorpresa un po’ vengono dal Pd. Sono pochi (FDI è un partito relativamente piccolo, quindi parliamo di numeri bassi), ma ci sono: e indicano il profilo di alcuni elettori che avevano votato il Pd nel 2018 e che non hanno invece apprezzato le posizioni di Zingaretti.

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E dove sono andati quelli degli sconfitti?

Veniamo infine ai principali sconfitti, ovvero a Forza Italia e al Movimento 5 stelle. Le destinazioni 2019 dei loro voti 2018 sono mostrate nella Tabella 3. Per quanto riguarda Forza Italia, è chiaramente visibile il continuo declino della leadership di Berlusconi, già visto in precedenza con i bassi tassi di fedeltà, e qui visibile nei flussi davvero consistenti non solo verso la Lega (circa un quarto dei voti del 2018 fugge verso questo partito), ma anche verso Fratelli d’Italia (circa il 15%), partito destinatario evidentemente di quei voti berlusconiani in cerca di una destra più tradizionale. E infine con una consistente smobilitazione (a Napoli addirittura del 44%). Ma il dato ovviamente più importante è quello del Movimento 5 stelle. Di Maio ha attribuito il dimezzamento del partito alla mancata partecipazione. Questa è senza dubbio la voce principale (in generale intorno al 40%!), però non è la sola: perché, come si vede chiaramente, una quota quasi intorno al 20% di elettori pentastellati si è spostata verso la Lega. La mia ipotesi (da verificare con ulteriori analisi su dati individuali) è che si tratti di quella parte di elettori M5s (circa la metà, in base ad analisi precedenti) che ha sempre avuto posizioni di centrodestra, e che potrebbe aver trovato una destinazione forse abbastanza stabile nel partito di Matteo Salvini.

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E’ interessante notare come il M5s non veda flussi significativi verso nessun altro partito, ivi compreso il Pd. Questo è un dato che appare confermato in varie città, e ha rappresentato senza dubbio finora un limite per l’espansione del Pd (che quindi non attrae elettori M5s); così come – come sostenuto da Di Maio – i voti persi verso l’astensione potrebbero tornare in caso di elezioni politiche. Vero. Tuttavia occorre, per concludere, introdurre un’ultima considerazione: il contesto competitivo delle prossime elezioni.

Salvini e Zingaretti una tenaglia per il Movimento 5 stelle?

Già, perché una cosa sono le europee, e un’altra sono le politiche. Che, con l’attuale sistema elettorale (che prevede oltre un terzo di seggi assegnati in collegi uninominali), già oggi – lo hanno sottolineato molti commentatori – potrebbe permettere a Matteo Salvini di essere competitivo per raggiungere la famosa soglia (informale) del 40/70: 40% di voti popolari e 70% di vittorie nei collegi, in grado di dare la maggioranza assoluta nelle Camere. Oggi Salvini potrebbe arrivarci anche solo con la Meloni (con un’alleanza quindi compatta, omogenea e fatta tutta di partiti nuovi) oppure anche accordandosi con una Forza Italia (ancorché de-berlusconizzata e prevedibilmente in posizione defilata).

Di fronte a questo scenario, è chiaro che gli elettori degli altri partiti non si chiederanno solo qual è il partito o schieramento più vicino alle loro posizioni, ma anche e soprattutto chi sarà in grado di impedire a Salvini di conquistare , con la sua coalizione di destra, la maggioranza del Paese. In altre parole potrebbe riemergere il problema del voto utile.

Ecco quindi che è importante capire chi emergerà come attore più attrezzato come principale avversario di Salvini. Fino a prima di domenica questo ruolo non poteva che essere dal M5s, forte del suo 33% alle politiche (e quindi – tra l’altro nel contesto proporzionale delle elezioni europee), ma in caso di elezioni politiche? Il M5s è oggi al 17%, ed è dietro al Pd di Zingaretti di quasi 6 punti. Pd che potrebbe tentare di ricostruire una qualche forma di alleanza in grado di puntare a superare il 30% (ad esempio accordi di desistenza per candidati comuni con gli altri attori del variegato arcipelago del centrosinistra, e forse magari – da quella base – corteggiare in modo discreto gli elettori delusi dal Movimento 5 stelle. E per questi ultimi (quelli non passati a Salvini, quindi verosimilmente più di centrosinistra) potrebbe quindi tornare il terribile dilemma del voto utile: restare fedeli al M5s (verosimilmente perdente in quasi tutti i collegi), o cedere alla tentazione di votare candidati (o addirittura partiti) di un’alleanza di centrosinistra potenzialmente più competitiva (e soprattutto non più fondata sull’odiato Renzi ;))?

Si tratta ovviamente di uno scenario ipotetico che si basa su molte variabili. Tuttavia la possibilità che si realizzi potrebbe configurare una micidiale tenaglia di Salvini e Zingaretti per il Movimento 5 stelle: il che ci fa capire quanto sono delicate oggi le scelte strategiche del partito di Di Maio. Stiamo a vedere.

L'autore

Lorenzo De Sio è professore ordinario di Political Science alla LUISS. Già Campbell National Fellow alla Stanford University, è coordinatore del CISE (Centro Italiano Studi Elettorali)


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