La crisi mistica della SPD e il virus dell’immobilismo che affligge la politica in Germania

5 giugno 2019
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Andrea Nahles, la prima donna al vertice della socialdemocrazia tedesca, ha annunciato le sue dimissioni lo scorso 2 giugno. Da allora la SPD (Sozialdemokratische Partei Deutschlands, ovvero il Partito Socialdemocratico) è considerata in crisi mistica, la continuità del governo della Grosse Koalition (detta “GroKo”) con la CDU (Christlich Demokratische Union Deutschlands) che fu di Angela Merkel ed è ora della signora Annegret Kramp-Karrenbauer (detta “AKK”) è messa in dubbio e tutto il discorso e il dibattito pubblico su questo evento è dominato dalla preoccupazione che qualcosa nella politica tedesca possa cambiare, che i pilastri della stabilità possano crollare e che il Paese possa scivolare in chissà quale orribile abisso di disordine politico, a maggior ragione considerato che i dati economici cominciano a mostrare qualche tendenza verso una nuova recessione.

Paura del cambiamento. “Occhi chiusi e avanti cosi”, sperando che il peggio passerà prima o poi e la crisi si risolve da sola: questo è il metodo più caratteristico della politica tedesca. Immobilismo allo stato puro, nel tentativo di farsi roccia in mezzo alla tempesta. Se solo un ciottolo si stacca dalla roccia però, essa rischia di disintegrarsi del tutto e di essere travolta dalle intemperie. E così le dimissioni della signora Nahles sono percepite come un ciottolo di questo tipo, un elemento che potrebbe travolgere non solo il suo partito, ma tutta la politica tedesca, tutto il Paese, e tutta l’Europa. La SPD potrebbe lasciare il governo (catastrofe!), si potrebbero rendere necessarie nuove elezioni (apocalisse!). Ma dopo il tonfo storico della socialdemocrazia alle elezioni europee dello scorso 26 maggio, dopo l’ennesima sconfitta elettorale del partito (che quel giorno ha perso anche il governo della città di Brema dopo 73 anni!), le dimissioni di un capo partito non erano invece un passo dovuto?

Gli errori di Berlino rispetto al progetto europeo

La vera catastrofe tedesca invece è in atto da anni, ed è proprio quell’immobilismo del Paese di fronte alle sfide di questi tempi. La prima sfida è salvare l’idea dell’Europa cambiando dalla base le fondamenta di una Unione che ha dimostrato di non essere preparata a trovare soluzioni coese per i problemi del mondo post-Guerra fredda. La Germania dovrebbe – se vuole adempiere a quel ruolo di guida dell’Europa che per potenza economica, demografica e posizione geografica è chiamata ad esercitare in modo naturale – diventare il Paese da cui provengono le idee nuove che convincano i cittadini in tutto il continente che esiste un motivo perché una integrazione europea sempre più stretta sia un obiettivo per cui vale impegnarsi. Invece, cercando di imporre il suo modello economico e morale, ha fatto alienare buona parte dei cittadini degli altri Paesi dell’UE, ma anche una parte della sua propria popolazione, dall’utilità del progetto e dall’identificazione con esso.

Per anni, sin dal 2005, la socialdemocrazia si è resa complice dello stallo merkeliano che ha portato all’apparenza un alto livello di benessere alla Germania ma che, per le vecchie paure di cambiamento del Paese, ha fallito nel rinnovare la Germania e nell’adattarla all’evoluzione in atto, ben visibile già prima della crisi dell’Euro e dell’immigrazione. La Grande Coalizione con la CDU avrebbe dovuto essere per la SPD soltanto un’opzione di emergenza, da escludere nel momento in cui in Parlamento fosse esistita un’alternativa, anche solo in teoria, di un governo da parte di forze democratiche. Questa alternativa esisteva nel 2005 quando la SPD post-Schroeder, invece di entrare nella Grande Coalizione, avrebbe dovuto andare all’opposizione e costringere i democristiani a cercare un’intesa con i Liberali e i Verdi. Oppure avrebbe potuto superare il suo rifiuto nei confronti della sinistra radicale (la “Linke”) per formare un governo spostato a sinistra, che all’epoca avrebbe avuto una maggioranza. Nel 2009 la SPD già ha pagato il prezzo di questa scelta della paura con il suo primo crollo elettorale. Nel 2013 ci sarebbe stata l’opzione di un governo tra CDU e Verdi, oppure di nuovo un governo di sinistra a guida SPD e che comprendesse la Linke. Ma nel pieno della crisi finanziaria è mancato alla socialdemocrazia il coraggio per tentare il nuovo che – troppo facilmente – poteva essere dipinto da destra come un’opzione distruttiva per l’economia tedesca.

Quanti passi falsi da parte della SPD

Ancora peggiore è stato lo spettacolo di totale incoerenza e di paura del cambiamento di cui la SPD è stata protagonista nel 2017/18. Dopo una disastrosa campagna e la conseguente sconfitta elettorale, il leader Martin Schulz annunciò che si sarebbe passati all’opposizione, logica conseguenza – finalmente – di una débacle senza precedenti. O almeno così si credette. Nonostante l’ingresso in forza in parlamento della nazional-populista AfD, esisteva un’alternativa democratica: la coalizione “Giamaica”, ovvero un governo di CDU, Liberali e Verdi (come già nel 2005), e stavolta i tre partiti iniziarono davvero a negoziare. Tuttavia i negoziati fallirono, e a quel punto la SPD commise il peccato originale, il suicidio politico per eccellenza: invece di andare a nuove elezioni anticipate – troppo costose, si argomentava (certo, Paesi come la Grecia o la Spagna possono permettersi di votare anche due volte in un anno, mentre in Germania mancano i soldi per farlo) – dopo poche settimane i socialdemocratici decisero di ripensarci e negoziare con la CDU per un rinnovo della Grande Coalizione. Anche “la base”, i membri del partito, approvarono il nuovo patto che prolungava l’anomalia democraticida che ha governato la Germania per ben dieci degli ultimi quattordici anni.

La ragion d’essere di un partito politico è l’esercizio del governo, a tutti i costi, anche al costo del proprio naufragio. O almeno così ragionano i partiti in Germania. Maliziosamente si potrebbe anche parlare di una “smania per la poltrona” nascosta dietro la finta retorica di un altruistico senso di responsabilità: sacrificarsi per il bene comune, per lo Stato, per la società e i cittadini. Oggi, come già nel 2017 e nel 2005, ogni “aspirazione” all’opposizione, più che comprensibile dopo pesanti sconfitte elettorali, viene subito castigata come irresponsabilità tale da destare sospetti di secondi fini chissà quanto rivoluzionari, destabilizzanti e sovversivi. La SPD dovrebbe cercare la sua unica salvezza – e la salvezza della cultura democratica, quindi del bene comune – nell’opposizione che le darebbe la chance di ripensare il suo ruolo nell’assetto politico odierno e futuro, di capire “chi” e “che cosa” è, e in che modo possa di nuovo guidare e plasmare il Paese. Invece si fa suggestionare troppo facilmente dal discorso della stabilità. Se poi l’unica proposta per un rinnovamento, fatta dal giovane Kevin Kuhnert, contiene la parola “socialismo” – origine ideologica della SPD, ricordiamoci – allora suona il campanello d’allarme degli ideologi che non hanno mai smesso di pensare con le categorie della Guerra fredda e del capitalismo come religione, inclusi tanti “compagni” socialdemocratici.

La “Alternativlosigkeit”, o “mancanza di alternative”, come ragion d’essere

Di conseguenza le dimissioni della signora Nahles sono percepite dai politici tedeschi come una mezza catastrofe. Invece chi ha un qualche interesse che la Germania rimanga una democrazia funzionante anche tra dieci e tra vent’anni, capace di rappresentare il punto di riferimento per il progetto europeo, dovrebbe ringraziarla, e augurarsi che anche la signora Merkel, per quanto meritevole in molti sensi nonostante i pessimi servizi resi alla democrazia tedesca, si ritiri presto – e magari non per far spazio ad AKK, ma a qualcuno che abbia capito i bisogni intimi di una democrazia funzionante. Si potrebbe tornare così a un nuovo regime democratico che non faccia della “Alternativlosigkeit” (cioè della “mancanza di alternative”) la propria ragion d’essere, ma offra ai cittadini opzioni vere e chiaramente distinguibili. Il socialismo – privato dal manto ideologico che ancora lo avvolge, lo offusca e lo compromette ricordando passati fallimenti – può ben essere una delle alternative e la SPD farebbe bene a ricordarsi da dove viene per essere di nuovo riconoscibile e avere un futuro. Altrimenti dovremo forse constatare davvero che l’era della socialdemocrazia è finita.

L'autore

insegna Storia contemporanea e Storia dei sistemi politici alla Luiss. Esperto di partiti e movimenti politici europei e storia politica italiana e francese, è commentatore di attualità politica europea per tv e radio internazionali. “Sinistra. Una storia di fantasmi” è il suo primo libro in italiano, edito da Luiss University Press.


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