11 giugno 2019

Cosa resta della “questione morale” a trentacinque anni dalla morte di Enrico Berlinguer

Trentacinque anni senza Enrico Berlinguer. Un ricordo dell’uomo che con la sua “questione morale” fece rientrare nella discussione politica categorie non politiche, universali, antropologiche, anticipando tutta la discussione pubblica italiana da Tangentopoli in poi e captando con antenne sensibili un cruccio e un sentimento degli elettori.

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Oggi ricorrono trentacinque anni dalla morte di Enrico Berlinguer, dopo un malore che lo prese mentre teneva un comizio a Padova. Forse una delle cose per cui Berlinguer è più famoso è l’idea di una ‘questione morale’ in politica. Un comunista (almeno apparentemente) ortodosso improvvisamente fece rientrare nella discussione politica categorie non politiche, universali, antropologiche – recuperando accenti diversi, più tipici della tradizione illuministica che del materialismo storico. Le parole di Berlinguer sono state interpretate, nell’immediato e per molto tempo, in maniere molto diverse e sono state anche aspramente criticate. In un libro dedicato all’etica pubblica, ho proposto l’idea che Berlinguer in realtà abbia intravisto un punto teorico essenziale – la rilevanza della moralità nel giudizio dei cittadini sui comportamenti dei politici, ciò che nel libro definivo il ‘paradigma dell’etica pubblica’ –, in questo modo anticipando tutta la discussione pubblica italiana da Tangentopoli in poi e captando con antenne sensibili un cruccio e un sentimento degli elettori italiani.

Ma l’intervista a Eugenio Scalfari in cui Berlinguer introduce la questione morale rimane un testo criptico, sfuggente e difficile da interpretare. Per esempio, a un certo punto Berlinguer sostiene una tesi quasi antropologica: i comunisti sarebbero immuni dalla corruzione che affligge il personale politico degli altri partiti, e ciò si deve a una loro (presunta) diversità di tempra morale – una superiorità «umana, morale, di carattere», come ha notato Claudia Mancina (Berlinguer in questione. Roma-Bari, Laterza, 2014, p. 87)⁠. Ecco le parole di Berlinguer:

[…] noi dichiariamo di essere un partito “diverso” dagli altri. […] I partiti hanno degenerato, quale più quale meno […], recando danni gravissimi allo Stato […]. Ebbene, il Partito comunista italiano non li ha seguiti in questa degenerazione. […] A noi hanno fatto ponti d’oro, la Dc e gli altri partiti, perché abbandonassimo questa posizione d’intransigenza e di coerenza morale e politica. […] ci hanno scongiurato in tutti i modi di fornire i nostri uomini per banche, enti, poltrone di sottogoverno, per partecipare anche noi al banchetto. Abbiamo sempre risposto di no. Se l’occasione fa l’uomo ladro […], le nostre occasioni le abbiamo avute anche noi, ma ladri non siamo diventati (La questione morale. La storica intervista di Eugenio Scalfari. Roma, Aliberti, 2012, pp. 33–5)⁠.

Secondo Francesco Piccolo (che di Berlinguer parla molto nel suo fortunato Il desiderio di essere come tutti, Einaudi, Torino, 2013), questa visione esprime due atteggiamenti psicologici: il bisogno di purezza e una reazione conservatrice alla modernizzazione della società italiana in corso in quegli anni, che Berlinguer e i suoi sostenitori faticavano a capire. Claudia Mancina parla di «sentimento di estraneità, di disprezzo, di non amore per la società italiana» (p. 93.⁠ (Alessandro Natta, allora vice di Berlinguer, in privato commentò così le parole del segretario: «Le cose sono dette in modo irritante: gli altri sono ladri, noi non abbiamo voluto diventarlo! C’è una verità sostanziale, ma il tono è moralistico, settario, nel senso di una superiorità da eletti, da puri»).

Ma soprattutto, secondo Piccolo, Berlinguer si concentra sull’«etica politica» senza affiancarla alla «strategia politica», bensì sostituendola a essa (p. 155)⁠. Lo stesso giudizio dà Mancina: «l’accentuato moralismo [di Berlinguer] copriva una mancanza di politica. […]. Berlinguer cercava un fondamento etico al di fuori delle procedure» democratiche. […] Di fronte a una difficoltà politica, [Berlinguer] scarta sull’etica (pp. xii, 22, 47)⁠.

Ma in realtà la confusione e l’errore di cui parla Piccolo  sono solo apparenti: c’è un senso in cui l’etica pubblica, la questione morale di cui parla Berlinguer, costituisce un paradigma ragionevole di critica politica, e le critiche mosse in suo nome ai governanti sono perfettamente fondate e significanti. L’etica pubblica, cioè il giudizio morale su certi comportamenti politici, non è necessariamente una fuga dalla strategia politica, o un rifugio in un ideale di purezza che equivale, come dice Piccolo, a «non partecipare al presente», a «non occuparsi più di comprenderlo» (p. 139)⁠. Secondo Mancina, il pericolo è quello di trovare «nella denuncia morale un comodo surrogato dell’iniziativa politica» (p. 108)⁠. ; in realtà, come ho spiegato in Etica pubblica (Luiss University Press, Roma, 2015) l’etica pubblica costituisce una base necessaria della legittimità democratica dei governanti, e quindi un preliminare essenziale di qualsiasi azione e giudizio politici, almeno in democrazia. L’etica pubblica non è dunque una fuga dalla politica, ma uno dei fondamenti della democrazia. Nel momento in cui i cittadini sono responsabili delle azioni di governanti democraticamente eletti, essi sono anche responsabili della loro condotta (al limite anche di parte della loro condotta privata). Se i cittadini pensano che una certa condotta dei politici sia immorale, questo non è base per giudizi penali, come molti credono; ma è base di giudizi politici – giudizi che possono portare a comportamenti elettorali conseguenti. Se mi sento responsabile di una cattiva azione compiuta da un mio dipendente, il minimo che possa fare è rescindere il contratto che ho fatto con lui ed evitare che egli continui a compiere le azioni che ritengo immorali in nome e per conto mio.

Secondo Piero Craveri, la questione morale rappresenta la comparsa dell’antipolitica «nella scena politica italiana» (“Aldo Moro e Bettino Craxi: due uscite incompiute da una democrazia bloccata dal PCI e dalla DC.” In Socialisti e comunisti negli anni di Craxi, a cura di Gennaro Acquaviva e Marco Gervasoni. Venezia: Marsilio, 2011, pp. 23–37, a p. 31)⁠. In effetti, la critica di Berlinguer si scaglia soprattutto contro i partiti e sembra anticipare discorsi che diventeranno senso comune dopo Tangentopoli. Dice Berlinguer a Eugenio Scalfari:

i partiti hanno degenerato e questa è l’origine dei malanni d’Italia. […] I partiti di oggi sono soprattutto macchine di potere e di clientela […]. Gestiscono interessi, i più disparati, i più contraddittori, talvolta anche loschi, comunque senza rapporto con le esigenze e i bisogni umani emergenti, oppure distorcendoli, senza perseguire il bene comune. La loro stessa struttura organizzativa si è ormai conformata a questo modello, non sono più organizzatori del popolo, formazioni che ne promuovono la maturazione civile e l’iniziativa: sono piuttosto federazioni di correnti, di camarille, ciascuna con un «boss» e dei «sottoboss»[…] (p. 28)⁠.

La connessione fra percezione della corruzione e sentimenti antipolitici nella storia del nostro paese è ovvia – la critica morale dei politici è aumentata esponenzialmente quando i cittadini hanno percepito che i politici non rispettano le regole e usano le proprie funzioni per l’arricchimento personale, non per promuovere il bene comune. Reagendo a questo atteggiamento, molti esponenti della classe politica italiana hanno tentato di separare la critica morale della politica – e gli auspici di una moralizzazione della politica – da sentimenti antipolitici. Alla fine del 2014 l’allora presidente della Repubblica Giorgio Napolitano ha pronunciato queste parole: nella discussione pubblica italiana, sostiene Napolitano,

sono dilagate […] rappresentazioni distruttive del mondo della politica […], analisi unilaterali, tendenziose, chiuse a ogni riconoscimento di correzioni e di scelte apprezzabili, per quanto parziali o non pienamente soddisfacenti. […] Ma così la critica della politica e dei partiti, preziosa e feconda nel suo rigore, purché non priva di obbiettività, senso della misura, capacità di distinguere ed esprimere giudizi differenziati, è degenerata in antipolitica, cioè […] in patologia eversiva. E urgente si è fatta la necessità di reagirvi, denunciandone le faziosità, i luoghi comuni, le distorsioni. […] Fatale è stato […] l’impoverimento morale. Perché la moralità di chi fa politica poggia sull’adesione profonda, non superficiale, a valori e fini alla cui affermazione concorrere col pensiero e con l’azione.

L’intervista di Berlinguer era del 28 luglio 1981. Il 21 agosto esce sull’Unità un articolo per celebrare l’anniversario della morte di Palmiro Togliatti (avvenuta nel 1964). L’autore esorta i comunisti a non abbandonare l’eredità metodologica di Togliatti, che si fonda sull’«analisi differenziata», capace di preservare dal grave errore «di non saper distinguere cose diverse» o di mettere sullo stesso piano forze che occorre «tenere distinte».

L’autore di quell’articolo è Giorgio Napolitano, allora membro della segreteria del Pci, che in questo modo attaccava frontalmente il segretario Berlinguer. Per questa ragione, lascerà la segreteria il 5 ottobre 1981, andando a presiedere il gruppo comunista alla Camera.

Può darsi che, più che la questione morale, il filo conduttore della storia italiana recente sia l’antipolitica e che essa sia una «patologia eversiva», come dice Napolitano. Tuttavia, la crisi della politica degli anni Novanta e l’antipolitica dei nostri giorni si potrebbero leggere anche come segno di una elaborazione difficile dell’idea di etica pubblica – o meglio come affiorare incompreso e inconsapevole di un dibattito sotterraneo sulla possibilità stessa di un’etica pubblica. L’idea che i cittadini siano responsabili di tutte le azioni dei politici da loro eletti non è una forma di antipolitica, ma una interpretazione molto rigorosa del mandato democratico. Ma da quest’idea discende la conclusione che i cittadini potrebbero legittimamente voler ritirare il proprio mandato per ragioni morali, e non solo politiche.

L’eredità di Berlinguer è multiforme, e spetta agli storici ricostruirla – e in parte questo è stato fatto. Ma sicuramente egli ha avuto il merito di attirare l’attenzione sul fatto che politica e morale non sono compartimenti stagni, e non lo sono sopratutto in regimi democratici. I sentimenti morali dei cittadini elettori hanno piena legittimità democratica – e proprio per evitare tirannie della maggioranza e lesioni della libertà essi vanno portati alla luce e inseriti nella discussione democratica, più che lasciati agire sullo sfondo. Un comunista ha avuto il merito di elaborare, pur imperfettamente, un’argomentazione liberale e democratica contro il moralismo nascosto e il realismo  cinico ed esplicito di molte concezioni della politica. Questa eredita di Berlinguer, più di altre, avrebbe forse bisogno di essere raccolta.

 

L’autore

Gianfranco Pellegrino

Gianfranco Pellegrino è Ricercatore al Dipartimento di Scienze Politiche della LUISS


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