La forza dello Stato, l’onore delle vittime, la pena del reo: la giustizia e i simboli

16 gennaio 2019
Editoriale Open Society
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La banalità del male di Hannah Arendt contiene un’appendice, nella quale l’autrice discute le polemiche seguite al suo libro. Lì Arendt ricorda che nella sentenza i giudici citarono Grozio, e nello specifico il passo in cui egli «spiegava che le pene sono necessarie “per difendere l’onore e il prestigio di chi ha subito un torto, in modo che la mancanza di una punizione non determini la sua degradazione”». Come racconta  Bettina Stangneth in La verità del male (LUISS University Press, 2017), prima di essere catturato dal Mossad Eichmann aveva trascorso molti anni di relativamente indisturbata latitanza in Sudamerica. Fatte le dovute proporzioni, di fronte alla cattura di Cesare Battisti viene da pensare a quelle pagine di Arendt e alla filosofia della pena che traspare dal passo di Grozio. Eppure non tutto è chiaro come molti entusiasti dell’ultima ora vorrebbero, in questa vicenda. Non è chiaro quali sentimenti, quale giudizio dovrebbe avere sulla cattura di Battisti il cittadino di uno Stato democratico. E in realtà la stentorea soddisfazione di alcuni potrebbe nascondere qualche sinistro scricchiolio nella forza della nostra Repubblica.

Per vedere perché, si debbono mettere da parte gli elementi più controversi, come spesso è necessario quando si voglia pensare con più profondità alle questioni più intricate. Mettiamo da parte le controversie relative al processo Battisti, indiziario come molti processi, basato su pentiti come in molti altri casi. Lasciamo da parte l’eventuale tardiva politicizzazione di Battisti, dopo trascorsi esclusivamente delinquenziali. Mettiamo da parte l’uso di Battisti come parte per il tutto, cioè come occasione per riflettere sugli Anni di piombo e sulle strategie possibili per un giudizio storico e politico su quell’episodio della nostra storia nazionale. Lasciamo da parte, anche, la riflessione sulla spettacolarizzazione della giustizia – e nello specifico della cattura di Battisti e del suo arrivo in Italia.

Se mettiamo da parte tutto questo, che cosa resta? Restano alcuni fatti che riguardano la giustizia, il suo senso e il suo funzionamento nel nostro paese. Battisti è evaso, Battisti è stato ovviamente protetto, all’estero e forse in Italia, Battisti è stato giudicato molti anni fa, ed è stato condannato all’ergastolo. Questi fatti ci dicono che dalle carceri italiane è possibile evadere e trovare protezione, e ci dicono che nell’ordinamento italiano si possono condannare al carcere a vita  le persone che abbiano commesso certi reati. Una contraddizione sembra evidente – la contraddizione fra pene draconiane come l’ergastolo e falle del sistema carcerario o connivenze eventuali.

Ma forse bisognerebbe mettere da parte anche questi fatti. Le evasioni possono accadere anche nei sistemi più sicuri e le connivenze sono naturali e inevitabili.  Forse il fatto su cui riflettere è l’ergastolo, o, più precisamente, l’ergastolo a un uomo di 64 anni, da scontare a tanta distanza dai fatti. Naturalmente, per un uomo anziano anche trent’anni equivarrebbero all’ergastolo. Ma da più parti si è detto che l’ergastolo è la pena necessaria ed adeguata. Ma perché? Un discorso sull’opportunità generale – morale e politica, ma anche giuridica – dell’ergastolo sarebbe lungo, e non è detto che esso possa rendere conto della specificità del caso Battisti, o di casi simili.

La questione interessante è stabilire perché, in questo caso e in casi simili, l’ergastolo – e la pena medesima, dopo anni di latitanza, dopo evasioni chissà quanto fortuite – sia una reazione adeguata, dal punto di vista morale e politico. Le pene possono avere una funzione retributiva, secondo alcuni: è la logica dell’occhio per occhio, dente per dente, un po’ più raffinata. Ma l’ergastolo di Battisti può restituire i propri cari alle vittime? Anche la pena di morte, se si vuole essere rigorosi, non vale a riportare in vita la vittima. L’idea della retribuzione è piuttosto strana: bisognerebbe ripagare il reo della stessa moneta. Ma perché? Semmai bisognerebbe risarcire la vittima, forse. Ma non è affatto detto che ripagare il reo della stessa moneta risarcisca la vittima. Certo, ripaga il suo senso di vendetta, la rabbia naturale. Ma è questo il sentimento più importante e rilevante di cui la società dovrebbe farsi carico?  Mettiamoci dal punto di vista delle vittime. Certo, in loro c’è rancore e desiderio di vendetta. Ma c’è anche dolore, naturalmente, e senso dell’irreparabilità della propria perdita. Perché una società dovrebbe scegliere di rappresentare, tramite le proprie istituzioni giuridiche, i sentimenti di vendetta e di rancore, invece che quelli di dolore o di afflizione? Avere vendetta ripara il dolore?

Secondo altri, le pene debbono invece avere una funzione preventiva e rieducativa – debbono impedire che reati simili vengano commessi e debbono indurre nel reo una riflessione sui suoi misfatti e un cambiamento. Da questo punto di vista, il caso Battisti genera due riflessioni. In primo luogo, l’ergastolo è per definizione non rieducativo: se la rieducazione deve tendere al reinserimento del reo nella società (e a che altro dovrebbe mirare?), sembra assurdo tenerlo a vita in carcere. In secondo luogo, da un lato non è chiaro quanto il carcere prevenga – le percentuali di recidiva di chi ha passato periodi in carcere sono alte, e molti dicono che il carcere è una scuola di criminalità (e Battisti, se veramente si è politicizzato in carcere, potrebbe essere un caso rilevante di questa dinamica); dall’altro, se il problema è la prevenzione e il danno che proviene dalla ripetizione del reato, bisognerebbe considerare tutti i crimini – e allora parrebbe che le pene più draconiane dovrebbero essere comminate non tanto, o non solo, agli omicidi, ma anche a chi perpetra reati a danno diffuso, come molti colletti bianchi. Insomma, è ovvio che un assassino è un pericolo da cui dobbiamo difenderci. Ma anche un corrotto, o chi distrae fondi pubblici, crea danni: e spesso questi danni sono talmente pervasivi che potrebbero sopravanzare il danno di un omicidio. Per fare un esempio volutamente estremo: come dovrebbe essere punito chi è responsabile del crollo di un ponte e delle sue vittime? Non sono vittime anche quelle?

Forse, però, ha ragione chi sostiene che la pena abbia innanzitutto un valore espressivo – e questo sembra essere il punto di vista di Grozio, in realtà. Indipendentemente dalla sua funzione repressiva o retributiva, secondo questo modo di vedere la pena esprime un significato, comunica un messaggio – la condanna della società e la partecipazione al dolore delle vittime. Forse è per questo che una pena ci vuole, ed è per questo che la pena ripara, in un certo senso, l’onore delle vittime.

La giustizia, in questo senso, è sempre anche giustizia simbolica. Ma, se le cose stanno così, di nuovo si capisce molto poco il senso di un ergastolo tardivo e dell’accanimento spettacolare contro un uomo in fuga, ammalato e in tarda età. Se guardiamo a che cosa tutto questo esprime, potremmo addirittura averne paura. Davvero il terrorismo estremo di sinistra è ancora così temibile? Davvero Battisti può ancora nuocere? Davvero il nostro Stato democratico è così debole da dover rincorrere con mezzi sofisticati un uomo e festeggiarne la cattura con clamore un po’ sguaiato e con noncuranza nei confronti dei diritti alla riservatezza stabiliti da norme del codice?

La cattura di Battisti e la gioia espressa da alcuni fa pensare, e fa anche paura. Per esempio, induce a pensare che tutte le strumentazioni sofisticate che hanno permesso di scovare l’ex-terrorista non funzionano all’interno del nostro territorio nazionale, dove un capomafia come Matteo Messina Denaro forse si aggira indisturbato. E il valore espressivo di tutto questo diventa pauroso, per il cittadino democratico – perché esprime la debolezza del nostro Stato, non la forza tranquilla di una democrazia avanzata.

Tra il settembre del 2009 e il dicembre del 2014, in vari luoghi, vittime e responsabili degli Anni di piombo si sono incontrati, senza clamori, grazie all’impegno di un gesuita, Guido Bertagna, di un criminologo, Adolfo Cerretti, e della giurista Claudia Mazzuccato. Alcuni frutti del loro dialogo compaiono ne Il libro dell’incontro (il Saggiatore, 2015). Nel prologo di quel libro, i curatori dicono: «all’inizio […] del nostro percorso sapevamo unicamente […] da che cosa volevamo fuggire. Detto senza paura: dall’idea, di cui abbiamo constatato il fallimento, che un’esperienza di giustizia significhi per i responsabili soltanto “pagare” le proprie colpe con anni di carcere; e per le vittime e i loro parenti trovare invece conforto e soddisfazione, in primo luogo, nell’espiazione di quella pena».

La maggior parte dei nostri connazionali è ferma a quest’idea da cui i mediatori dell’incontro fra vittime e responsabili degli Anni di piombo volevano fuggire – per molti italiani i rei debbono pagare con la galera e le vittime trovano conforto e soddisfazione vedendoli soffrire. È un’idea naturale, forse: è radicata nei nostri sentimenti di animali aggressivi e rabbiosi. Ma non può essere l’idea espressa da uno Stato democratico forte e dai suoi cittadini. Una democrazia forte, una democrazia che ha sconfitto il terrorismo, non ha bisogno che nessuno “marcisca in galera”. Una democrazia forte non “butta via la chiave”. Una democrazia forte sa gestire la carica simbolica della giustizia – e comunica la sua forza tranquilla, non le paure dei più inermi fra i suoi cittadini.

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L'autore

Gianfranco Pellegrino è Ricercatore al Dipartimento di Scienze Politiche della Luiss


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