Una storia di fantasmi: origini ed evoluzione della sinistra europea

21 maggio 2019
Editoriale Europe
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Nella settimana che precede le elezioni europee, Luiss Open ripropone alcune delle più interessanti riflessioni recenti sul presente e sul futuro dell’Unione.

Il declino 

Il declino della socialdemocrazia è un dato di fatto in tutta l’Europa occidentale. Il consenso elettorale dei partiti socialdemocratici, o più genericamente di sinistra democratica, è sceso nel corso degli ultimi vent’anni in modo più o meno coerente in tutti i Paesi dell’Unione. Questa tendenza generale è stata interrotta di tanto in tanto da qualche successo momentaneo che però, come ci sembra di aver dimostrato, è da ricondurre soprattutto a specificità nazionali, spesso legate all’impatto di nuovi leader che inizialmente sono riusciti a raccogliere simpatie e speranze. Nessun Paese però dimostra una sostanziale controtendenza. Anche in Portogallo dove la socialdemocrazia (PS) è tornata a guidare un governo relativamente stabile – fatto raro tra i Paesi europei – il suo consenso elettorale è sceso dal 45 a poco più del 30 per cento. Il partito di sinistra democratica di gran lunga più forte d’Europa è oggi il Labour Party inglese dopo l’aumento considerevole nelle elezioni del 2017, ma abbiamo visto che la svolta a sinistra sotto la leadership di Jeremy Corbyn rende piuttosto difficile la comparabilità di quel partito con le altre socialdemocrazie europee.
A livello europeo la socialdemocrazia ha avuto il suo ultimo momento di forza intorno al 2000: dodici tra i quindici Paesi della UE all’epoca erano governati da partiti della sinistra democratica, da soli o in coalizioni di centro-sinistra. Le eccezioni principali erano la Spagna del premier conservatore Aznar e l’Austria del cancelliere Schüssel, unico governo a includere già allora un partito nazional-populista xenofobo e perciò fortemente criticato dalle socialdemocrazie europee che si credevano vincenti. Erano gli anni della “terza forza”, proclamata dal premier inglese Tony Blair, o del “nuovo centro”, nell’accezione del cancelliere tedesco Gerhard Schröder, che nel 1998, dopo sedici anni di governo di centrodestra, aveva vinto le elezioni federali con il significativo slogan “non faremo tutto diverso, ma molte cose meglio”. La SPD, insomma, riconosceva i meriti della politica liberal conservatrice del cancelliere Helmut Kohl, l’icona di una riunificazione tedesca attuata con massicce iniezioni di economia di mercato nell’Est ex comunista, ma voleva rendere il sistema eticamente più sostenibile e più efficiente.

Blair in Gran Bretagna aveva ereditato nel 1997 dal thatcherismo un’economia che andava a gonfie vele e non voleva rischiare di frenarla allentando i cordoni della spesa pubblica, ma voleva aumentare gli investimenti in settori di forte risonanza sociale e progressista come l’ambiente e la scuola. Molti Paesi della UE seguivano su questa strada.

L’ondata di successi della socialdemocrazia alla fine del secolo scorso poteva sembrare a prima vista sorprendente, perché il crollo del blocco sovietico nel 1990 aveva in qualche modo trasmesso il messaggio globale che l’ideale di una società e di un’economia socialista, da sempre fine ultimo delle socialdemocrazie occidentali – depurato dalle storture del socialismo reale dei Paesi dell’Est: la mancanza di democrazia, di libertà individuale e di rispetto dei diritti umani –, era decisamente morto. Se già la crisi economica alla fine degli anni Settanta aveva rivelato i limiti di un eccessivo intervento dello Stato nell’economia, il modello del capitalismo e del libero mercato sembrava ora definitivamente senza alternativa e in definitiva accettato dalla stragrande maggioranza della popolazione in modo trasversale alle diverse fasce sociali. L’unica possibilità di ridare un senso alla socialdemocrazia stava nel proporre un “capitalismo corretto” che introducesse nei meccanismi economici istanze sociali ed etiche, la salvaguardia di un livello accettabile di spesa e di sicurezza sociale – malgrado le necessarie riforme che per sostenere la crescita economica sacrificavano alcuni capisaldi dei diritti dei lavoratori – e una sensibilizzazione verso i nuovi imperativi globali come la lotta contro il cambiamento climatico. È però evidente che così facendo la socialdemocrazia passava definitivamente dall’offensiva alla difensiva, dalla lotta per una società nuova (socialista) alla difesa della società esistente (capitalista), soltanto contrastando gli eccessi del neoliberismo che aveva dominato gli anni Ottanta.

L’idea del progresso continuo fu sostituita dall’obiettivo di arginare i danni del regresso, con effetti devastanti sulla psicologia collettiva e individuale dei cittadini. L’individuo non lottava più per raggiungere sempre nuovi orizzonti in un processo espansivo, ma per la salvaguardia di quel patrimonio che aveva ereditato. A lungo “la gente” dei ceti medio-bassi accettava passivamente questa condizione di “schiavi del capitalismo”. La ricetta di camuffare una politica difensiva economico-sociale in una nuvola di valori etico-morali progressisti poteva momentaneamente tirare la socialdemocrazia fuori dall’angolo cieco dello spazio politico, aiutata in questo dal fatto che le forze liberali e neoliberiste, ancora inebriate dalla vittoria nella Guerra Fredda e dal trionfo del capitalismo, non avevano preparato i sistemi economici e sociali a rispondere alle sfide del cambiamento strutturale dell’era post-industriale e a riconoscere in tempo l’impatto di nuove preoccupazioni come quella per l’ambiente, per la precarietà economica e per la crescente percezione di minaccia delle identità culturali e nazionali. Le crisi economiche e finanziarie degli anni Novanta, che per molti aspetti già davano un assaggio di quello che sarebbe stata la crisi del 2008, aiutarono i socialdemocratici a riconquistare al centro parte degli elettori perduti a sinistra negli anni Ottanta, non solo perché i governi prevalentemente di centro-destra in Europa non avevano saputo, o voluto, porre un argine agli interessi privati del capitale in nome dell’interesse pubblico, ma perché le contraddizioni inerenti alla dottrina socialdemocratica post Guerra Fredda non si erano ancora rese evidenti nel confronto con la realtà e in situazioni di crisi. La politica del “capitalismo corretto” iniziò a metà degli anni Novanta in Scandinavia per poi prendere piede nelle maggiori democrazie europee. I successi socialdemocratici furono sostenuti anche dall’impatto di leader carismatici come Blair o il danese Poul Nyrup Rasmussen, o semplicemente, appunto, dalla stanchezza dei cittadini dopo un periodo troppo lungo di governo di centro-destra, come accadde in Germania.

Il rinnovamento

Il cambiamento dell’orientamento politico a metà degli anni Novanta però non è andato solo da destra a sinistra ma anche in senso inverso, da sinistra a destra, come è avvenuto per esempio in Francia, dopo l’estenuante finale dell’era Mitterrand, o in Spagna, dove i governi di Felipe Gonzalez avevano conosciuto una lenta erosione della loro base. C’era quindi una generale voglia di rinnovamento e di adattamento delle società ai nuovi imperativi della globalizzazione, intesa, secondo McCracken “non solo come regime economico, ma come sistema di relazioni sociali radicate nella specifica forma capitalista del potere sociale, concentrato nel capitale privato e nello Stato-nazione”. L’alternanza democratica aveva luogo all’interno di questo sistema che però era governato, al di là dei governi nazionali, dalla logica dei mercati e delle istituzioni create per garantire ai mercati la loro libertà, con l’aiuto strategico dei mezzi di comunicazione e d’interazione globale che sottraevano sempre più i mercati al controllo democratico e alla sfera d’influenza dello Stato-nazione, come osserva McCracken.
La “terza via” insomma, è stata la speranza (o l’illusione?) di una nuova era della socialdemocrazia che avrebbe potuto trasformare il capitalismo “cattivo” in un capitalismo “buono” o, come variamente la si chiamava, in una “economia dinamica di mercato” o “economia del sapere”. Ma questi tentativi non erano riservati soltanto alla socialdemocrazia: anche le forze liberali e moderate, là dove governavano in quegli anni, cominciavano a muoversi in questa direzione. Ben presto l’originalità e il monopolio socialdemocratici delle riforme etico-sociali e dinamiche dell’economia di mercato sono andati persi. Il problema della convergenza di sinistre e destre democratiche verso un centro comune, il crescente ceto medio ormai soggetto ai dettami dell’economia capitalista che entrambe cercano di sedurre, sta nella deideologizzazione di questo nuovo centro che finisce per ridurre o addirittura annullare la differenza tra i messaggi politici che gli vengono rivolti. Ma se i contenuti da destra e sinistra sono ormai troppo simili, bisogna puntare sulla forma comunicativa del messaggio: la competizione politica si riduce alla gara per la strategia di marketing più efficace. Come base elettorale il nuovo centro è perciò meno stabile e affidabile rispetto alle basi elettorali tradizionali che aderivano a un partito per naturale estrazione sociale o per una scelta ideologica di carattere quasi “religioso” e che rimanevano fedeli al loro partito a prescindere dai successi e dagli insuccessi della sua politica. L’elettorato del nuovo centro, invece, soprattutto se si sente minacciato da un arretramento sociale, ha molta meno identificazione e fedeltà verso il partito votato ed è pronto ad abbandonarlo al primo dubbio sulla possibilità che le promesse programmatiche fatte non vengano mantenute.

Il testo proposto è un estratto del volume “Sinistra. Una storia di fantasmi” di Christian Blasberg edito da Luiss University Press.

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