Città fluide e monopattini elettrici: ecco come l’innovazione tecnologica può cambiare (in negativo) la nostra vita

25 giugno 2019
Editoriale Open Society
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Ricorderemo l’industria del digitale degli anni ‘10 per la sua capacità di sfruttare in modi sempre più raffinati quell’arma implacabile che possiamo definire politica del fatto compiuto. Due fattori contribuiscono a questo primato. Innanzitutto l’assunto per cui ogni nuovo sistema tecnico basato essenzialmente sull’elaborazione di dati in tempo reale e sull’interconnessione tra le persone sia sinonimo di iniziative apparentemente virtuose. In secondo luogo, l’opinione generalizzata secondo la quale l’ambito economico digitale incarni il senso della storia e quindi, come tale, nulla dovrebbe opporvisi.

Il fascino di questo universo imprenditoriale popolato da giovani che danno continuamente mostra della loro “agilità” e dicono di voler “rendere il mondo un posto migliore” ha fatto presa sui leader politici, immersi dal canto loro in una temporalità alternativa fatta di verifiche, contrasti e decisioni. L’idea di fondo, più o meno consapevole, è che i giovani attori del digitale si trovino in una posizione più favorevole per farsi carico di molti ambiti della gestione degli affari individuali e collettivi.

Con questo particolare combinato disposto si spiega, per esempio, la rapida espansione di società come Uber o Airbnb, che hanno minato le basi del settore dei taxi e degli hotel senza incontrare mai alcun freno esterno.

Più di recente, le metropoli mondiali sono state invase da un dispositivo che sulla carta si presenta come un modo fluido e veloce di viaggiare in città: il monopattino elettrico. Non è un caso che la produzione industriale di massa di questo oggetto sia stata lanciata da alcune start-up della Silicon Valley. Il monopattino richiama lo spirito del surf californiano: l’idea di scivolare sulle onde, l’emancipazione individuale vissuta in solitaria tra le acque tonificanti dell’oceano.

Nelle nostre città sempre più congestionate vige il presupposto che tutto ciò che appare leggero e flessibile rappresenti una soluzione particolarmente appropriata. Il problema è che gli spazi urbani non sono oceani lisci, ma superfici striate composte da una miriade di corpi e da una pletora di obblighi e di regole, scritte o implicite, che ne determinano le possibilità di movimento.

È a questo punto che emerge l’inevitabile divario tra la rappresentazione fantasmatica e la crudele realtà. I monopattini si sono moltiplicati in modo estremamente rapido, lasciando i residenti sconcertati di fronte alla quantità di problemi che causano ogni giorno. Le persone in monopattino hanno cominciato a monopolizzare i marciapiedi, privilegiando le loro traiettorie a zig-zag rispetto a quelle dei pedoni e provocando tamponamenti e lesioni alle persone. Che diavolo, in quest’epoca di nomadismo digitale sono i passanti, così ancorati al vecchio mondo del passeggio, a dover cedere il passo!

Abbiamo assistito a una serie di inciviltà di ogni tipo, tra cui spicca il parcheggio selvaggio, a dimostrazione di una chiara indifferenza per i possibili disagi arrecati agli altri. Improvvisamente, la legge dell’individuo ha preso il sopravvento sul bene collettivo.

Questi corpi dritti come su un piedistallo che sfrecciano in modo imperioso con lo sguardo fisso davanti a loro: potremmo considerare questo fenomeno come l’incarnazione di un’epoca, la nostra, dove la questione centrale non sono tanto le fake news, quanto l’avvento di una verità costruita unicamente a partire da se stessi e dalle proprie idiosincrasie.

L’antitesi a questo modo di essere è la bicicletta, mezzo di trasporto che usa di preferenza le strade e raramente i marciapiedi e che incarna da sempre lo spirito dell’alternativa. Il monopattino elettrico, invece, nella sua attuale configurazione generale deriva implicitamente dalla negazione di qualsiasi altra modalità: è un ordine sostitutivo.

Non è un carattere intrinseco al dispositivo in quanto tale, ma dipende dal fatto che è stato introdotto in modo brusco e senza preparazione. I politici e gli amministratori avrebbero dovuto organizzare delle consultazioni popolari, commissionare studi di fattibilità e d’impatto. Invece i comuni hanno dato prova di grande irresponsabilità e oggi sono colpevoli di non aver organizzato in precedenza corsie di traffico dedicato e parcheggi, di non aver definito una normativa di riferimento se non addirittura imposto una formazione obbligatoria per gli utenti.

E così è successo che di fronte a un’ondata di malcontento popolare, che in certi casi si è spinta fino alla distruzione di monopattini, le amministrazioni in preda al panico hanno deciso di sanzionare l’uso dei marciapiedi da parte dei mezzi a due ruote. Adesso c’è chi propone di introdurre limiti di velocità o un tetto al numero di operatori sul mercato. Ma siamo davvero così ottusi da non capire che nessuna di queste soluzioni rabberciate dell’ultimo minuto rappresenta una soluzione praticabile?

In realtà, il buon senso ci dice che esistono soltanto due strade: o il divieto assoluto, come accade per esempio a Barcellona, oppure la creazione di infrastrutture dedicate ma costose e dispendiose in termini di tempo. Qualsiasi altra opzione è fumo negli occhi e finirebbe male.

Per mettersi in pace con la coscienza alcuni amministratori “ecologici” hanno cominciato a parlare di “mobilità sostenibile”, mentre altri, come il consigliere comunale di Parigi Thomas Lauret, sostengono senza imbarazzo che “i monopattini rappresentano comunque un progresso, un mezzo di trasporto pulito e silenzioso”. Contro questa grottesca neolingua “verdastro-liberale” è davvero necessario ricordare che le batterie del monopattino sono fatte di litio e che i vecchi modelli vanno smaltiti e demoliti? Bisogna essere ciechi, inoltre, per non vedere che questo modello sta portando alla diffusione silenziosa di condizioni di lavoro degradanti. Basti osservare le manovre rocambolesche e pericolose di quei lavoratori che quotidianamente si occupano di spostare blocchi di monopattini da un luogo a un altro.

È arrivato il momento di capire che gli effetti negativi dell’innovazione digitale non minacciano soltanto la vita privata (limitare la preoccupazione alla sfera della persona è, del resto, un segno dei tempi), ma attentano alle condizioni stesse della convivenza, calpestata in nome degli imperativi superiori della mercificazione indiscriminata e dell’utilitarismo sempre più diffuso.

Allora, laddove i politici non propongono altro che un’indegna rassegnazione, spetta a noi attuare una politica quotidiana per difendere instancabilmente la tutela delle forme di vita e dei principi che ci stanno a cuore. Come quello di passeggiare liberamente e pacificamente tra i propri simili. Pur avendo il torto di non far ruotare nessun ingranaggio del capitale, questa attività rappresenta comunque uno di quei rari momenti in cui si può vivere la realtà nella pienezza dei sensi e in cui, incontrando per caso uno sguardo benevolo o un gesto inaspettato di cortesia, potersi dire che qualcosa di simile a una società può ancora esistere.

 

Quest’articolo, tradotto per Luiss Open da Riccardo Antoniucci, è apparso per la prima volta sul quotidiano francese Libération, l’11 giugno 2019. Pubblichiamo per gentile concessione dell’autore.

 

 

L'autore

scrittore e filosofo, è considerato tra i maggiori e più sensibili critici della rivoluzione digitale. È autore di numerosi libri sugli effetti nascosti dello sviluppo tecnologico, tra cui La siliconizzazione del mondo (Einaudi, 2018) e Critica della ragione artificiale (Luiss University Press, 2019).


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