Il rischio politico: quando gli eventi politici influenzano gli investitori

24 luglio 2019
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Il rischio politico potrebbe essere definito come la proba­bilità che la redditività di un investimento possa essere influenzata ne­gativamente da circostanze imputabili a cambiamenti imprevisti avver­si (come le rivoluzioni, anche se legate a processi di democratizzazione o allo scoppio di conflitti tribali/etnici) nell’arena politica nazionale o in­ternazionale, o alle scelte politiche governative che riguardano i diritti di proprietà di un investitore internazionale. In entrambi i casi, l’anali­si del rischio dovrebbe essere condotta esaminando attentamente la di­mensione politica nazionale da una parte e i fattori internazionali dal­l’altra. In particolare, il ruolo e l’operazionalizzazione del secondo aspetto meritano uno sguardo più attento. Infatti, mentre alcuni hanno concettualizzato la dimensione “esterna” o internazionale delle pubbli­che relazioni in termini di “cattivo vicinato”, è sicuramente necessaria un’ul­teriore riflessione per raggiungere una comprensione più approfondita di tale dimensione.

Appare evidente che il rischio politico sorge dall’inte­razione tra le specificità di un’azienda con le specificità di un Paese ospi­tante. Questo non vuol dire che le multinazionali siano attori passivi nei rapporti con i governi stranieri. Al contrario, come generalmente rico­nosciuto dagli studiosi di relazioni internazionali (come ad esempio Nye, 1974), ci sono casi in cui le multinazionali sono in grado di influenzare la politica nazionale, almeno in una certa misura, poiché la loro crescente importanza “limita il controllo statale sull’economia domestica” (Kobrin, 2001, p. 190). Tuttavia, si dovrebbe anche notare che normalmente l’oriz­zonte temporale per il cambiamento delle strutture politiche interne è molto più lungo di quello degli attori aziendali. Quindi, è ragionevole adot­tare un punto di vista analitico in base al quale l’obiettivo primario è la politica e le politiche che influenzano le azioni delle multinazionali piut­tosto che il contrario.

Anche elementi come le dimensioni di un’azienda o il settore in cui opera hanno un impatto fondamentale rispetto al calcolo del rischio. Men­tre un’azienda manifatturiera alla ricerca di nuove opportunità può ave­re numerose opzioni in termini di mercati di riferimento, in altri casi la libertà di scegliere un mercato meno piuttosto che più rischioso potreb­be essere limitata. Ad esempio, le scelte delle imprese nel settore estrat­tivo in termini di posizione sono ovviamente limitate dall’esigenza di si­tuarsi vicino ai giacimenti di materie prime. Anche alcune caratteristi­che dell’impresa, come la sua nazionalità, meritano attenzione in quan­to gli effetti del “Paese d’origine” (Noorderhaven e Harzing, 2003) in­fluenzano in modo decisivo l’esposizione al rischio dell’azienda stessa. Come afferma un analista senior, la percezione del rischio di un’azien­da varia a seconda di dove desidera investire: se la società intende investire in un mercato altamente regolamentato, il punto di vista che adotterà sarà probabilmente lo stesso che se l’azienda provenisse da quel mercato. D’al­tra parte, ci sarà una differenza tra quando un investitore proveniente da un mercato meno regolamentato investe in un altro mercato non rego­lamentato e quando un investitore proveniente da un mercato altamente regolamentato investe in un mercato non regolamentato (Intervista, 2015l). Come sottolineato da Pauly e Reich (1997, p. 4), la nazionalità non deriva necessariamente dall’ubicazione della sede aziendale o del­la residenza dei principali azionisti, ma dipende piuttosto dall’esperienza storica e dai retaggi istituzionali e ideologici. A questo proposito, va no­tato che anche nel diritto pubblico internazionale esiste una tendenza ver­so il riconoscimento di criteri sostanziali quando si tratta di determina­re la nazionalità di un’impresa (ad esempio l’esistenza di una vera con­nessione tra un dato Stato e l’impresa medesima), oltre ai parametri di riferimento formali, vale a dire il luogo di costituzione della società. In­fatti, anche se studiosi appartenenti alla tradizione liberale hanno so­stenuto che nell’era della globalizzazione l’identità nazionale delle multinazionali perde importanza (si veda ad esempio Omahe, 1990; Reich, 1990), un altro filone di letteratura suggerisce che, al contrario, l’iden­tità nazionale dell’impresa conta e ha un impatto sia sulle sue scelte or­ganizzative interne che sulle strategie di investimento.

Jones (2005), ad esempio, sostiene che all’inizio del XXI secolo “la proprietà, l’ubicazione e la geografia contavano ancora enormemente ne­gli affari internazionali […] per certi aspetti […] più che in passato” (p. 29), mentre Pauly e Reich (1997) mostrano che le istituzioni e la tradi­zione nazionali hanno un impatto sostanziale sulle imprese multinazio­nali in termini di modelli di governance interna divergenti, strutture fi­nanziarie a lungo termine, approcci a ricerca e sviluppo, nonché inve­stimenti esteri e strategie commerciali intra-aziendali.

Esistono vari esempi di come la nazionalità di un’impresa possa co­stituire una fonte di rischio politico. I ventidue membri della Lega Ara­ba hanno boicottato le compagnie israeliane e le merci Made in Israel sin dal 1948. Sebbene il boicottaggio sia stato in effetti applicato in modo incoerente nel tempo, e nonostante il suo impatto complessivo possa es­sere considerato limitato (Weiss, 2015, p. 2), non c’è dubbio che una po­tenziale iniziativa con un partner residente in uno dei Paesi della Lega Araba spossa essere molto più rischiosa per un’azienda israeliana che, ad esempio, una americana o britannica. Analogamente, a seguito dell’an­nessione della Crimea da parte della Federazione russa nel marzo 2014, l’Unione Europea (UE) ha preso di mira le persone e le entità rus­se con sanzioni economiche intese a costringere le autorità russe a de­sistere nel loro sostegno ai ribelli separatisti nelle province orientali del­l’Ucraina (Giumelli, 2015). Nel 2015, il neo-eletto leader dello Sri Lan­ka, Matripala Sirisena, ha preso una serie di misure per contrastare la cre­scente influenza degli investitori cinesi sull’economia del Paese, inclusa la sospensione dei lavori su un progetto portuale da $ 1,5 miliardi rea­lizzato dalla China Communications Construction Company (Kynge e Wil­dau, 2015). Ancora una volta, la nazionalità e la cultura aziendale di un’im­presa possono costituire di per sé un fattore di rischio, anche quando il mercato di riferimento è apparentemente stabile e generalmente privo di rischi politici “macro”, ma la stessa linea di ragionamento può appli­carsi all’intera gamma delle caratteristiche di un’azienda.

In termini generali, gli investitori provenienti da mercati altamente regolamentati dovrebbero essere più consapevoli del rischio perché i re­golatori sono più severi nel far rispettare lo Stato di diritto e hanno aspet­tative più elevate, nel senso che le sanzioni imposte in mercati altamente regolamentati sono in genere più gravi e più probabili cause di danno re­putazionale per l’investitore. Come evidenziato da un analista senior (In­tervista, 2015l), l’US Foreign Corrupt Practices Act (FCPA) ad esempio mira a prevenire la corruzione di funzionari pubblici all’estero mentre le normative sulla corruzione in Cina si concentrano sulla prevenzione del­la corruzione di funzionari all’interno del Paese: in breve, gli standard normativi possono essere molto diversi a seconda del contesto. Un altro esempio nell’ordinamento statunitense è il principio della proprietà be­neficiaria finale (UBO) in base al quale le aziende sono tenute a conoscere la vera proprietà delle società con cui stanno facendo affari (Intervista, 2015). Il punto è mostrare che le definizioni generali del rischio politi­co, così come gli approcci generalisti ai modelli che si concentrano sul Paese ospitante, tendono inevitabilmente a ignorare le caratteristiche e le percezioni dell’investitore come fattori determinanti del rischio. Per chiarire meglio cosa si intenda per approcci generalisti, è utile fornire un esempio. Tipicamente, agenzie di credito all’esportazione e in generale anche assicuratori privati si occupano di supportare aziende interessa­te a investire all’estero, talvolta in mercati molto rischiosi. Per poter cal­colare i premi associati alle polizze offerte, tali agenzie categorizzano i Paesi di destinazione dell’investimento in base alla rischiosità, anche po­litica, e talvolta costruiscono anche delle mappe del rischio, come la “po­litical risk, terrorism and political violence map” di Aon (2018), oppu­re la “risk map” di SACE (2018) che utilizza un sistema di rating a sei li­velli calcolati su una scala da zero a cento, dove cento rappresenta il li­vello più elevato di rischio, per fornire indicazioni su categorie di rischio quali “esproprio e violazioni contrattuali”, “rischio guerra e disordini ci­vili” o “mancato pagamento controparte sovrana”. Sebbene tali approc­ci generalisti contengano sempre ipotesi implicite su alcune caratteristiche delle località target che sono suscettibili di influenzare “universalmen­te” gli investimenti, i professionisti e gli studiosi dovrebbero sempre ri­cordare che il rischio sorge dall’interazione tra le caratteristiche dell’azienda e l’ambiente del Paese ospitante.

Il rischio politico

Istruzioni per governare l’incertezza

Cecilia Emma Sottilotta
Luiss University Press

Scheda

L'autore

è Assistant Professor of International Relations and Global Politics presso la American University of Rome (AUR), si occupa di rischio politico dal 2008 come ricercatrice e analista. È commentatrice di attualità politica italiana per tv e radio internazionali. È stata visiting research fellow presso il Salzburg Center of European Union Studies (Austria), la Universidad del Norte di Barranquilla (Colombia) e il GIGA German Institute of Global and Area Studies di Amburgo (Germania).


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