Come lo Stato può contenere i capitalisti: il modello Cina

25 luglio 2019
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Forse per contenere il potere dei capitalisti c’è bisogno del pugno di ferro. Come sappiamo, Karl Marx teorizzava l’esproprio della proprietà privata e una “dittatura del proletariato” come la fase temporanea sulla strada verso il vero comunismo, ma “esperimenti” di marxismo nel Ventesimo secolo hanno (a ragione) delegittimato quell’opzione. Ci sono comunque altre possibilità. Niccolò Machiavelli è noto soprattutto per la sua cinica proposta di ricorrere ad astuzia e doppiezza nell’arte di governare, ma disprezzava il governo dei ricchi ed era a favore di repubbliche in cui la gente contesta con vigore e contiene la condotta delle élite politiche ed economiche attraverso voti extra elettorali.

Ispirato da Machiavelli, John P. McCormick propone nel contesto americano un corpo cittadino che escluda le élite socioeconomiche e quelle politiche e che accordi a persone comuni scelte a caso una significativa autorità di veto, legislativa e di censura all’interno del governo e sui funzionari pubblici. In teoria, questo tipo di corpo cittadino potente potrebbe contrastare l’influenza sproporzionata esercitata dai ricchi sulle attività governative, ma non è politicamente realistico. Prima di tutto, i ricchi probabilmente non si arrenderebbero senza lottare. McCormick suggerisce una misura per “privare i magnati dei loro privilegi” con il loro consenso: “potremmo considerare di proporre che gli individui che guadagnano di più nelle condizioni presenti, ad esempio 150.000 dollari di reddito, o che appartengono a nuclei familiari con un reddito netto superiore a 350.000 dollari (reddito, proprietà immobiliari e beni), siano sollevati da tutte le imposte come compensazione per rinunciare al diritto di votare e di candidarsi a una carica pubblica, o di contribuire con fondi alle campagne politiche”. Ma anche se i ricchi valutano la ricchezza più di onori o cariche, come riconosce McCormick, non è probabile che “resistano alla tentazione di convertire il loro privilegio economico in potere politico, soprattutto per usare quest’ultimo per gonfiare ulteriormente il primo”.

Ancora più fondamentale, la pratica del suffragio universale è divenuta quasi sacra nelle società democratiche moderne, e qualsiasi richiesta affinché le istituzioni politiche escludano formalmente una classe di persone non sarà probabilmente approvata da un punto di vista morale (per non parlare del problema che tali proposte violerebbero la costituzione statunitense). Non saranno soltanto i ricchi a obiettare alle proposte di privare una classe di uguali diritti di cittadinanza: lo faranno quasi tutti coloro che appartengono alle società democratiche, anche se non è nel loro interesse economico farlo. Perciò, ancora una volta, è meglio guardare a società non democratiche per alternative realizzabili. Le meritocrazie politiche, sgravate dalla necessità di scegliere leader politici attraverso elezioni libere ed eque, potrebbero avere più facilità nel tenere a freno il potere politico del capitale senza sacrificare meccanismi di mercato che sono il fondamento di innovazioni e capacità produttiva. L’ascesa economica di Singapore è stata guidata da leader scelti per merito che hanno costantemente sfruttato i radicali cambiamenti globali. Il governo ha tenuto molto a freno la finanza interna e fatto quel che poteva per invitare aziende internazionali, pur rimanendo al passo con le ricerche delle scienze sociali sui modi migliori di regolamentare la finanza e conservare la capacità di mettere in atto misure necessarie scevre dagli interessi particolari delle lobby. Come osserva The Economist, “le sole persone che hanno letto la pantagruelica legge di regolamentazione finanziaria Dodd-Frank nella sua interezza sono gli accademici americani, che la trovano una gran confusione, e la Singapore Monetary Authority, che ne sta studiando le opportunità”.

La Cina, da parte sua, ha sviluppato un modello di capitalismo statale che mantiene le principali leve di intervento nelle mani del governo. Il modello ha consentito di evitare le grosse crisi finanziarie ed economiche che hanno funestato le democrazie capitaliste negli ultimi trent’anni, di indirizzare lo sviluppo in settori vitali come le telecomunicazioni, i trasporti e l’energia e di mantenere il controllo sugli investimenti stranieri e sulle fluttuazioni finanziarie. Ma la Cina e Singapore non sono messe molto meglio degli Stati Uniti in termini di disuguaglianza di reddito, che è peggiorata negli ultimi vent’anni. Anche se entrambi i paesi hanno livelli elevati di proprietà della casa e bassi livelli di disoccupazione (soprattutto Singapore), che riducono gli effetti tossici della disuguaglianza di reddito, ridurla è un problema sociale e una sfida politica quasi quanto lo è negli Stati Uniti. Quindi che cosa si può fare per tenere sotto controllo questa altissima disuguaglianza di reddito?

Nel caso della Cina, Martin King Whyte sostiene che la leadership deve mettere in atto riforme forti e generali di politica fiscale, nell’ambito dei modelli di investimento, nei prestiti da parte di banche statali, nell’accesso all’istruzione e nel sistema hukou (registrazione dei nuclei familiari). A prescindere dal sistema politico, tuttavia, in società molto diseguali le riforme avranno successo soltanto se i ricchi sono in qualche modo spinti a interessarsi di più agli altri membri della società. E il modo migliore perché i ricchi e potenti si interessino ai meno fortunati non sono argomentazioni razionali, ma piuttosto la creazione di un senso di comunità che emerga dalla comune interazione sociale. Per esempio, non sarebbe troppo difficile per cittadini ricchi giapponesi o svedesi evitare (o evadere) tassi elevati d’imposta e altre misure che abbiano l’intento di ridistribuire la ricchezza, ma si attengono perlopiù alle regole e non soltanto perché devono, ma anche perché provano un senso di solidarietà con il resto della società. Questa volontà di osservanza viene spiegata soprattutto dal fatto che i ricchi non si sono ritirati in loro comunità: i giapponesi abbienti partecipano a rituali comuni e alle attività quotidiane che generano un senso di identità comune.

Negli Stati Uniti invece si è verificata una riorganizzazione geografica “negli ultimi trent’anni, le comunità sono sempre più segregate non solo per razza, ma anche per appartenenza politica, cultura e reddito. La probabilità anche soltanto di vedere, per non parlare di scambiarsi opinioni, chi non condivide la vostra precisa identità demografica sta divenendo sempre più remota”. Di conseguenza, l’élite ricca americana è incredibilmente indifferente ai grandi problemi della classe lavoratrice, come la disoccupazione, ed è più conservatrice di chiunque altro su un’ampia gamma di questioni economiche. In Cina, le tendenze sono simili (seppur non così estreme): i ricchi popolano città urbane costiere, e vivono all’interno di comunità ad accesso controllato, con il risultato che ci sono meno attività sociali condivise e sempre più alienazione reciproca e incomprensioni tra le classi. Come promuovere allora una maggiore interazione sociale tra classi diverse? È irrealistico aspettarsi che i leader di grandi aziende sviluppino un maggior senso di solidarietà; in un’epoca di globalizzazione, le aziende hanno interessi diversi e in conflitto con quelli della loro “madrepatria”, sia essa democratica o meno. Ma i leader politici possono provare a mettere in atto politiche che mescolino le classi sociali, come quella di leggi sulla zonizzazione che limitano comunità ad accesso controllato per i ricchi. Ugualmente, se non anche più importante, i leader dovrebbero assicurarsi che i fondi per la scuola non dipendano soltanto dalle fonti di reddito locale, in modo da evitare (come è più tipico negli Stati Uniti) di avere scuole di qualità più elevata nei quartieri più ricchi e per i ricchi e scuole di bassa qualità in quartieri poveri e per i poveri.

Negli Stati Uniti, probabilmente, la leadership politica è stimolata a provare a ridurre la disuguaglianza di reddito, ma non ha la capacità di farlo: gli sforzi del presidente Obama saranno con tutta probabilità ostacolati da quelli delle lobby che esercitano pressioni sui membri del Congresso affinché mettano in atto misure a beneficio dei ricchi. Nella politica americana, è difficile fare una cosa e facile bloccarla, e l’ostruzione da parte di interessi specifici è aumentata nel corso degli anni. Operando una grande semplificazione, la Cina ha il problema opposto: la leadership del paese ha maggiore capacità di mettere in atto misure con l’intento di ridurre il divario di reddito (comprese misure per mescolare le classi sociali), ma non ha sufficiente motivazione per farlo. I principali leader cinesi, prima di tutto, tendono a essere o personalmente ricchi o legati a famiglie con possedimenti enormi. Quale sistema potrebbe migliorare? Secondo me, è meno difficile provare a motivare leader in un sistema che in genere consente loro di mettere in atto politiche una volta che hanno deciso di farlo, che cambiare un sistema politico disfunzionale che ostacola leader con buone intenzioni. La chiave per trovare la motivazione è quella di incoraggiare maggiore esperienza diretta con i più sfortunati, in modo da generare sensibilità per il loro destino.

Negli Stati Uniti, si assiste a leader politici progressisti come il presidente Obama che compiono uno sforzo deliberato nel dedicarsi agli svantaggiati in quartieri poveri come parte di un autoimposto programma di educazione politica. Ma gran parte dei leader non avranno tale accortezza. In Cina, al contrario, vi è una crescente consapevolezza della necessità di infrangere le barriere sociali tra le persone. Negli ultimi anni, parte della formazione politica dei quadri del PCC prevede che trascorrano lunghi periodi (di almeno un anno) in comunità rurali povere, e questi leader arriveranno ai vertici del potere nel corso dei prossimi decenni.121 Se è vero che il modo migliore per sensibilizzare le élite potenti alle condizioni in cui versano i poveri è quello di incoraggiare la mescolanza tra classi sociali diverse come parte dell’educazione politica, allora la Cina è dalla parte buona della storia. Il problema negli Stati Uniti (e in altre società democratiche) è che i leader politici vengono scelti dalla gente e non devono avere una formazione che intenda estendere sensibilità di classe; nessuna specie di formazione alla leadership politica può divenire obbligatoria nelle democrazie elettorali. Perciò, per una meritocrazia politica sarà più semplice introdurre una formazione politica obbligatoria per i futuri leader con l’intento che capiscano e si prendano cura degli interessi dei membri meno abbienti della società. Al momento, la “tirannide della minoranza” può avere problematicità simili in Cina e negli Stati Uniti, ma potrebbe essere più realistico aspettarsi dei miglioramenti in Cina.

Il modello Cina

Meritocrazia politica e limiti della democrazia

Daniel A. Bell
Luiss University Press

Scheda

L'autore

è un sociologo canadese. È considerato il maggior esperto occidentale di politica cinese, che ha studiato e conosciuto a fondo in oltre venti anni trascorsi in Oriente. Dirige la School of Political Science and Public Administration della Shandong University e insegna filosofia alla Tsinghua University. Il modello Cina è il suo primo libro tradotto in italiano.


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