30 luglio 2019

La crescita in Germania sta frenando? Daniel Gros spiega perché l’economia tedesca era sopravvalutata

Ecco da dove arriva l’inatteso rallentamento della prima economia dell’Eurozona. I consumi deboli, il ruolo dell’immigrazione, la produttività stagnante e gli esportatori diventati timorosi. E se l’economia tedesca fosse “stabile” più che “dinamica”? L’analisi di Daniel Gros per Luiss Open

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Le notizie che giungono dall’economia tedesca non sono incoraggianti. Vari sondaggi d’opinione dimostrano che le aspettative nel Paese stanno peggiorando, e scendono a livelli che non si vedevano da anni, mentre il tasso di crescita nell’ultimo trimestre è stato appena superiore allo zero.

La Germania in teoria dovrebbe rappresentare la potenza economica d’Europa per eccellenza. Uno si aspetterebbe dunque che “ogni volta che la Germania starnutisce, il resto d’Europa si prende un raffreddore”. Tuttavia non è quanto sta accadendo. La maggior parte delle altre economie europee oggi rallenta meno dell’economia tedesca. L’eccezione, ovviamente, è l’Italia; ma il rallentamento italiano ha molte ragioni interne, indotte dalla politica.

Perché i consumi tedeschi non rilanciano il Pil? C’entra l’immigrazione

La domanda interna, in Germania, è stata solida ma non spettacolare, contribuendo all’incirca per l’1,5-2% alla crescita del Pil, mediamente, negli ultimi anni. Una componente chiave della domanda domestica è quella dei consumi interni che costituiscono la parte principale della crescita della domanda domestica. Le altre componenti della domanda interna, cioè la spesa pubblica e gli investimenti, sembrano essere piuttosto stabili. A sorprendere è che il contributo alla crescita generato dai consumi privati sia diminuito negli ultimi tempi (2018/19).

Ciò è difficile da spiegare, in un contesto caratterizzato da occupazione e salari che aumentano stabilmente. Negli Stati Uniti, che hanno anche un mercato del lavoro in fase di forte espansione, il contributo dei consumi privati alla crescita del Pil è il doppio che in Germania. Una ragione della relativa debolezza dei consumi privati potrebbe discendere dal fatto che una parte importante dell’occupazione aggiuntiva generata in Germania è stata destinata agli immigrati. Nel 2018, più della metà di tutti i nuovi posti di lavoro creati è stata destinata a persone straniere. Soltanto una piccola parte di questi posti era destinata ai rifugiati, i quali si stanno lentamente integrando nel mercato del lavoro. La maggior parte dei lavoratori stranieri sono oggi cittadini dell’Ue, provenienti in particolare dall’Europa orientale e meridionale, attratti nel Paese dall’elevato numero di occasioni lavorative alle quali i tedeschi, il cui numero sta declinando, non possono fare fronte.

Un livello così elevato di mobilità del lavoro ha due effetti macro-economici. Innanzitutto esso diminuisce la pressione sul mercato del lavoro tedesco, riducendo così gli aumenti salariali. Ma c’è un secondo effetto: la maggior parte di coloro che sono arrivati da poco nel Paese ha una bassa propensità a spendere, o perlomeno una bassa propensità a spendere in Germania. Molti lavoratori di nazionalità europea oggi in Germania non hanno portato subito con sé la famiglia – comprensibilmente, tra l’altro, considerate la situazione del mercato immobiliare; con tutta probabilità, dunque, questi lavoratori tendono a risparmiare una grossa fetta del loro reddito e a mandarne una parte significativa a casa, sostenendo in questo modo la domanda nei loro Paesi d’origine.

La produttività tedesca? Proverbiale ma sempre più in panne

Un’altra ragione dello scarso vigore dei consumi in Germania potrebbe essere la debolezza della crescita della produttività. Negli ultimi anni l’occupazione nel Paese è aumentata grossomodo quanto il Pil. Ciò si traduce in un mercato del lavoro in buone condizioni e in un gettito fiscale crescente, ma implica pure che le aspettative di crescita future debbano essere limitate, considerato che la forza lavoro è ormai quasi completamente occupata. I consumatori, infatti, tendono a spendere di più di quanto attualmente guadagnano solo se si attendono una crescita sostenuta e dunque un reddito futuro elevato. Gli stipendi a loro volta possono aumentare a ritmi sostenuti soltanto se la produttività fa lo stesso. Finché la crescita della produttività non accelererà, anche la domanda domestica probabilmente rimarrà debole.

La Germania comunque non sarebbe sull’orlo di una recessione se questa relativa debolezza dei consumi non fosse stata aggravata dal contributo negativo del settore estero, pari allo 0,7% del Pil quest’anno. La debolezza delle esportazioni tedesche è un’altra ragione fondamentale dell’attuale rallentamento. Tuttavia il commercio globale ha iniziato a frenare già lo scorso anno. L’impatto sull’economia tedesca è stato ritardato da una consistente accumulazione di scorte (del valore dello 0,6% del Pil l’anno scorso). Sembra che gli esportatori tedeschi siano stati troppo fiduciosi lo scorso anno, da qui nasce l’accumulazione di scorte. Adesso gli stessi esportatori rimediano a quell’errore riducendo investimenti e produzione.

Il “divorzio” dei Paesi dell’Est (che accelerano)

In questo quadro complessivo, rimane un elemento che sembra confliggere con la narrazione prevalente, quella che raffigura l’economia tedesca al cuore dell’Europa.

I Paesi nell’Europa centrale e orientale che sono fortemente integrati nella catena del valore industriale tedesca, specialmente nel comparto automobilistico, non stanno mostrando alcun segno di rallentamento. Oggi, anzi, la Repubblica Ceca, l’Ungheria e la Polonia stanno registrando tassi di crescita in aumento. Uno invece si sarebbe atteso che questi Paesi avrebbero rallentato prima della Germania, visto che forniscono gli input intermedi per costruire le automobile tedesche che poi sono esportate come “made in Deutschland” in tutto il mondo, anche se sono in realtà “made in Europe”.

Il fatto che questi Paesi possano continuare a crescere pure mentre la Germania registra alcuni problemi indica che l’industria tedesca ha perso un po’ del suo storico vantaggio. I costi di ogni unità di lavoro in Germania sono cresciuti per molti anni più che negli altri Paesi, mentre la produttività è rimasta stagnante. Non deve sorprendere dunque che l’avanzo delle partite correnti tedesco stia ora calando in maniera continua, scendendo adesso sotto il 7% del Pil rispetto a quasi il 10% di qualche anno fa.

Nel complesso, sembra che l’economia tedesca in passato sia stata sopravvalutata. Quella della Germania è un’economia solida, più che dinamica. Rimane la più grande all’interno dell’Eurozona, intendiamoci, e con finanze pubbliche in attivo. Ma la crescita della produttività nel Paese è stata piuttosto contenuta, limitando così il potenziale di crescita di lungo termine in assenza di un’immigrazione ancora più massiccia.

L’autore

Daniel Gros

Daniel Gros è direttore del Centre for European Policy Studies (CEPS), Senior Fellow della LUISS School of European Political Economy e Member dell’Advisory Board del LUISS Center of Italian Mezzogiorno Studies


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