Haçienda: un disastro economico e un capolavoro culturale

1 agosto 2019
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I lavori all’Haçienda proseguivano. Kelly gestiva le aspettative dei dirigenti della Factory godendosi la libertà offerta dalle indicazioni che gli avevano dato: “Bar grande, bar piccolo, cibo, palco, pista da ballo, balconata e cocktail bar nel seminterrato”. Kelly ha poi dichiarato di essersi ispirato all’edificio stesso e alla “mia arroganza nel pensare di sapere che aspetto dovesse avere un club progettato per la Factory e i New Order”. Saville, intanto, era d’accordo: l’idea era che fosse una manifestazione tridimensionale della Factory Records, disse. Di conseguenza, l’Haçienda avrebbe sfoggiato la stessa dedizione alla funzionalità con tocchi artistici, la stessa attenzione ai dettagli.

Tutto questo costava vagonate di soldi, che provenivano da…? Il primo album dei New Order, Movement, l’ultimo prodotto da Hannett, era uscito alla fine del 1981, e i singoli Ceremony, Everything’s Gone Green e Temptation erano pilastri delle classifiche indie. Eppure i membri della band non vedevano i frutti della loro fatica. I soldi stavano sparendo in quello che Hannett
avrebbe poi descritto come “un buco nel terreno chiamato Haçienda”. Ed era un grosso buco. Anche se il budget iniziale era stato ingenuamente stimato a circa 70.000 sterline, il costo finale avrebbe superato le 340.000 sterline. Le spese furono divise tra la Whitbread Breweries, che ne versò 140.000, i New Order/Joy Division, ai quali ne furono chieste inizialmente 35.000 ma che in realtà ne investirono più di 100.000, e la Factory, che ci mise il resto. Howard Jones, incaricato di trovare i soldi per coprire i costi della visione di Ben Kelly, ricorda di aver avuto “discussioni infuriate” con Wilson per ragioni economiche, anche se finivano sempre con Wilson che staccava un altro assegno. “A Tony piaceva chiedermi continuamente se sapevo quanta pressione stavo mettendo addosso alla Factory Records in quanto società per realizzare FAC 51” ha raccontato.

Senza che lo sapessimo cominciarono a ristrutturare gli interni, e il budget era arrivato a 155.000 sterline. Fu in quel periodo che Rob smise di consultarci riguardo ai soldi. Come se l’ambizioso progetto di Ben non bastasse, a quanto pare non seguirono neanche il regolamento edilizio locale. Presentarono progetti in cui veniva mantenuta la balconata in legno esistente, che in sé non era una cattiva idea, perché ci avrebbe fatto risparmiare i soldi che avremmo dovuto spendere per costruirne una nuova. Il problema era che ci dissero che non rispettava le norme antincendio. Per cui dovettero ricostruirla, aggiungendo circa 45.000 sterline al conto finale. Pensate un attimo: costruire l’Haçienda costò nel 1981 344.000 sterline. Equivalgono a circa tre milioni di adesso. Se oggi spendeste tre milioni di sterline per un club la gente penserebbe che siete pazzi. Con i New Order ce ne stavamo lì a ridere dei casini e dei budget sforati, oppure non ce ne interessavamo. Se ci avessimo fatto attenzione sarebbe stato sconvolgente guardare qualcuno sperperare tutti quei soldi quando noi vivevamo con venti sterline a testa alla settimana. Già, sembravano i soldi di qualcun altro. L’unica volta in cui chiesero la nostra opinione fu quando ci coinvolsero nella discussione su dove collocare il palco: dovevano metterlo in fondo, sul lato opposto del bancone principale, o nel mezzo? Lo volevamo tutti in fondo, e indovinate dove lo misero? Nel mezzo. Sono sicuro che l’abbia chiesto Tony, anche solo per fare il bastian contrario. Il mio input più importante fu la decisione su dove mettere il palco e la pista da ballo. Non volevo che il palco fosse in fondo perché avrebbe dominato il locale rendendolo uno spazio per performance, invece l’idea di base era che fosse una discoteca. Sono stato io a dire che la pista da ballo doveva andare nel mezzo e il palco dove si trova. Non domina il club, ma i gruppi che hanno grossi impianti di illuminazione non possono suonarci, quindi in passato mi hanno criticato molto per quella scelta.

Tony Wilson, cit. in The Haçienda Must Be Built!, a cura di Jon Savage, International Music Publications, Londra 1992

Poi, quando i lavori stavano per terminare, divenne chiaro che ci sarebbe stato un buco, così per finirli prendemmo in prestito i soldi dalla Whitbread. È una cosa piuttosto comune in Gran Bretagna. Chiedi un prestito ma devi firmare un contratto in esclusiva con il produttore di birra, e una volta che lo ottieni perdi qualsiasi potere contrattuale sul prezzo a cui rivendere le birre che acquisti. Ecco qual era l’accordo. Il birrificio ci disse: potete prendere in prestito i nostri soldi, ma rinunciate a qualsiasi sconto su quello che acquistate finché il debito non sarà ripagato. Non capimmo l’importanza di tutto questo finché non aprimmo il locale. Quel contratto ci intrappolò in una situazione di perdita da cui non ci saremmo mai ripresi. Alla fine eravamo tra quelli che vendevano più birra nel Nordovest dell’Inghilterra ma grazie a quell’accordo non ne abbiamo mai ottenuto un profitto. Un pub piccolissimo di Levenshulme magari pagava dieci pence a birra alla Whitbread, ma l’Haçienda, che avrebbe dovuto ricevere uno sconto quantitativo, spendeva una sterlina per una pinta. Non guadagnavamo né con la birra alla spina né con quella in bottiglia e dopo un po’ il gestore cominciò a sgattaiolare da Makro per comprare birra a buon mercato da rivendere dietro il bancone e fare un po’ di soldi per tenere in vita il locale. (In realtà non eravamo i migliori venditori di birra di Manchester: l’onore spettava all’Old Monkey di Portland Street, un pub della Holt che la vende a una sterlina alla pinta. Ha sempre vinto).

Un altro grave errore che commettemmo, di nuovo per via dell’inesperienza, riguardava l’acquisto dell’edificio. I proprietari, che si sarebbero rivelati dei veri bastardi, ci chiesero un lease di venticinque anni. Lo accettammo. Ci fecero anche il trucco più vecchio del mondo, il “ci sono altre persone molto interessate, dovete sbrigarvi!”. E indovinate un po’? Ci siamo cascati. E siamo diventati gli orgogliosi proprietari di un club costosissimo con un lease di un quarto di secolo. (In Gran Bretagna il lease su un immobile è un acquisto a tempo determinato, in cui si possiede il diritto di occuparlo per un periodo prefissato, mentre la proprietà del suolo resta del freeholder, il proprietario effettivo).

Poi la band commise un errore. Ripensandoci, forse il peggiore errore possibile. Ci convinsero a firmare garanzie personali per la banca, i locatari, il birrificio, in pratica a fare un patto col diavolo, per cui eravamo tutti responsabili a livello individuale di tutti i debiti. Prima eravamo soci di una società per azioni e i nostri beni personali erano protetti. Ora se il club fosse fallito prima che avessimo ripagato i debiti, saremmo stati tutti perseguibili/fottuti:

la banca sarebbe stata libera di prendersi le nostre case, le nostre auto, i nostri primogeniti – tutto quello che avevamo a nostro nome – e di rivenderli per rifarsi delle perdite. Per Rob, un giocatore d’azzardo incallito, si trattava di un rischio accettabile. Quando le potenziali conseguenze sono diventate evidenti siamo rimasti terrorizzati, e per anni hanno continuato a incombere sulle nostre teste come una spada di Damocle. Almeno Rob era coinvolto insieme a noi. Anche lui aveva firmato una garanzia personale, e per questo più di una volta nel corso degli anni aveva quasi perso casa sua. Ovviamente la perdita economica era cominciata subito, quando avevamo ingaggiato il nostro architetto.

Una volta qualcuno mi ha chiesto chi fosse responsabile, secondo me, del fallimento dell’Haçienda. All’epoca la risposta era Ben Kelly. Oggi la penso diversamente, è ovvio: mi rendo conto che nessuno di noi era senza colpa. Ma fu Ben che – giustamente, per un architetto – pose le fondamenta.
Tutto quello che ha fatto per noi, a partire dall’Haçienda e poi il nostro bar, il Dry; l’ufficio della Factory Records; e persino l’appartamento di Tony Wilson, erano enormemente fuori budget. I responsabili diedero a Ben totale libertà di fare quello che voleva e lo incoraggiarono a esagerare. È una persona simpatica, ma non aveva mai lavorato a un club prima di allora, e lo aveva ammesso. Quando finì, l’Haçienda era al cinquemila per cento esagerata per il suo pubblico. Entrando, l’impressione iniziale era sempre “Wow”, ma alla fine chi va a sentire un concerto non si interessa dello stile architettonico dei locali, vuole solo vedere suonare le band senza delle cazzo di travi in mezzo e un’acustica di merda. In seguito, durante l’era acid house, la gente si divertiva ballando in cessi di locali che non erano costati niente tanto quanto si divertiva all’Haçienda, che ci era costata una fortuna. Quindi si può discutere di quanto il successo dell’Haçienda dipendesse da Ben.
Detto questo, è indubbio che ideò un design unico, emblematico, che ha retto alla prova del tempo. Questo bisogna riconoscerglielo. È ancora un monumento, un classico.

 

 

 

 

 

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Haçienda

Come non si gestisce un club

Peter Hook
Luiss University Press

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