Dai campi sterrati dell’Africa agli stadi d’Europa: la costruzione delle stelle del calcio

1 agosto 2019
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Diawandou Diagne era partito con un ottimo scatto, e le sue braccia e le sue gambe ossute pompavano furiosamente. Ben presto la fronte del giovane giocatore si è imperlata di goccioline di sudore che hanno cominciato a colargli sul volto. Il calore del sole pomeridiano era implacabile, ma lui ha mantenuto il ritmo. Diawandou era determinato a sfruttare al massimo il provino di Football Dreams che si teneva quel pomeriggio nella sua città natale, Thiès, la terza più grande del Senegal. Fin da bambino sognava di diventare un calciatore professionista come suo padre. C’era solo un problema. In quel momento non si trovava al provino. Era in ritardo. In quello stesso giorno Diawandou aveva un esame e sapeva che suo zio l’avrebbe ucciso se l’avesse saltato.

Non sempre questo genere di minaccia era sufficiente a dissuaderlo dal marinare la scuola per giocare a calcio. A volte nascondeva gli scarpini sotto i libri nello zaino e faceva una doccia a casa del suo migliore amico, in modo che suo zio non si accorgesse che aveva giocato. Ma l’inganno non funzionava sempre. Lo zio di Diawandou, Cheikh Gueye, era molto più interessato alla sua istruzione che alla sua carriera calcistica, e aveva perfino pagato la sua iscrizione in una piccola scuola privata di Thiès chiamata Mababa. Era un’iniziativa piuttosto modesta. La scuola aveva solo una manciata di aule piene di banchi di legno graffiati, lavagne rovinate e pavimenti di cemento nudo. La vernice si era scrostata dalle pareti. Ma era pur sempre migliore delle scuole pubbliche della città, e Gueye dava a Diawandou una bella ripassata ogni volta che scopriva che saltava le lezioni. Un giorno, dopo aver scoperto che il ragazzo era andato a giocare a calcio invece di fare i compiti, colpendolo si era perfino fatto male a un polso. Alla fine Diawandou ha capito il messaggio e non ha osato saltare l’esame il giorno del provino di Football Dreams, anche se sapeva che sarebbe stato difficile arrivare in tempo dopo la scuola. La sua unica possibilità era correre, e così non appena l’esame è finito si è subito scaraventato fuori dal cancello.

Gueye si era assunto la responsabilità di allevare Diawandou da piccolo, quando i suoi genitori avevano divorziato e se n’erano andati da Thiès. La madre, Khadidiatou Gueye, era andata a vivere con il nuovo marito in Costa d’Avorio, dove gestiva un ristorante tradizionale senegalese. Il padre, che in passato era stato un calciatore professionista a Thiès, si era trasferito nella città costiera di Mbour per lavorare nelle ferrovie. Diawandou era rimasto a vivere nella grande casa della famiglia materna con lo zio e decine di altri parenti. La sconnessa casa di cemento era stata costruita in origine dal nonno di Khadidiatou, il gioielliere più affermato di Thiès, una città con più di 600.000 abitanti. Anche le generazioni successive della famiglia avevano prosperato nella città. Il padre di Khadidiatou era il direttore generale di una grande tipografia e suo fratello Cheikh aveva studiato architettura in un’università di Saint Louis. Anche molti altri membri della famiglia hanno frequentato l’università, un risultato straordinario dato che meno della metà della popolazione del Senegal sa leggere. Lo zio di Diawandou non si è mai laureato perché alcuni problemi familiari l’hanno costretto a tornare a Thiès, dove ha finito per dirigere una società edile. Ma ha continuato a credere nell’importanza dell’istruzione e ha vigilato sulla famiglia come un severo preside.

Nel corso degli anni questa prosperità ha consentito alla famiglia di allargare la casa fino a una dozzina di stanze, costruite intorno a un cortiletto piastrellato all’ombra di un grande albero di fico. Tuttavia la loro ricchezza aveva dei limiti. Con il passare del tempo la vernice bianca sui muri dell’edificio principale si è sbiadita e annerita per il sudiciume, e alcune delle nuove aggiunte avevano un aspetto incompiuto. Ma la casa era di gran lunga più grande delle altre che costeggiavano il mosaico di strade sterrate dell’affollato quartiere di Bayal. Molti erano edifici a un piano costruiti con rudimentali mattonirossi assemblati con il calcestruzzo. Altri erano semplici capanne di canne sormontate da lamiere arrugginite fissate con pietre. Il quartiere sorge nei pressi di una trafficata strada pavimentata in cui automobili e motociclette sgomitano per passare insieme a un flusso di pedoni e cavalli che trainano carri di legno. La strada è tutta un mormorio di piccolo commercio, un ronzio comune in tutta l’Africa. I commercianti vendono la mercanzia all’esterno di palazzi di cemento crepati e di baracche di legno improvvisate e precarie. Ci sono una drogheria con spezie essiccate che penzolano dal soffitto dentro bustine di plastica, un negozio straripante di vecchie stampanti che arrivano fino alla strada e un sarto che possiede un’unica macchina da cucire in una stanza grande come uno sgabuzzino. Uomini vestiti di bianco affluiscono da una piccola moschea di cemento dopo le preghiere, una scena che in Senegal si ripete cinque volte al giorno, dato che la maggioranza della popolazione è musulmana. Non lontano, un fornaio vende baguette avvolte in carta da giornale, un ricordo della colonizzazione francese, iniziata nel Diciassettesimo secolo.

I francesi hanno portato con sé anche il calcio, e i negozi disseminati nel quartiere di Diawandou vendono palloni di gomma a buon mercato, appesi al soffitto dentro una rete rossa, e copie di scarpe Adidas colorate sospese dalle stringhe. Diawandou aveva cominciato a giocare a calcio con i cugini nel cortile di casa, per poi spostarsi sulle strade sterrate della città. Giocava tre contro tre con il suo migliore amico, Baye Laye, e altri ragazzini del quartiere, a volte per soldi. Era magro come un chiodo, ma presto il suo talento era emerso. E anche i suoi piedi. Moltiragazzi giocavano scalzi o con sandali di plastica, ma la famiglia diDiawandou ha potuto permettersi di comprargli delle scarpe da calcio sin da quando era piccolo. Ancora oggi, è convinto che le sue gambe sarebbero più forti se fosse stato costretto a giocare scalzo come gli altri ragazzi. Queste partite di quartiere non solo hanno affinato le sue capacità, ma gli hanno anche fatto ottenere la sua prima occasione, quando aveva circa dieci anni. È stato allora che Bousso Ndiaye, allenatore di una scuola calcio del posto, lo ha notato perla prima volta mentre giocava per strada. “Quando ho visto Diawandou, ho capito che aveva talento” ha raccontato Ndiaye. L’allenatore viveva nel quartiere e spesso vagava perle strade in cerca di giovani giocatori da reclutare per la sua scuola, il Centre National d’Education Populaire et Sportive, diretta dal governo. Il CNEPS, com’è noto, era molto diverso dalle accademie gestite dai principali club europei, ma all’epoca era considerato uno dei migliori del Senegal. Due dei tre campi della scuola erano in erba, una rarità per il Paese. Inoltre la scuola possedeva alcuni edifici che potevano ospitare i giocatori, anche se la maggior parte dei ragazzi era di Thiès o aveva parenti in città, e normalmente non viveva nell’accademia. Di solito si allenavano il pomeriggio dopo la scuola. Quando Ndiaye ha notato Diawandou, gli ha chiesto perché stesse giocando per strada quando avrebbe potuto allenarsi al CNEPS. Diawandou gli ha risposto che doveva chiedere il permesso alla sua famiglia. Di solito non era troppo difficile per Ndiaye convincere i genitori a dire di sì. Quasi metà della popolazione senegalese vive con meno di uno o due dollari al giorno e molti ragazzi considerano il calcio la loro occasione più ghiotta per avere una vita migliore, anche se soltanto una minuscola percentuale realizza davvero il sogno di giocare in Europa. Questo vale anche per molte altre parti dell’Africa, e uno dei problemi è che iragazzi abbandonano la scuola proprio perché sperano di diventare giocatori professionisti. A volte i genitori appoggiano addirittura questa decisione o semplicemente non hanno i soldi per continuare a pagare le rette scolastiche. Sono pochi quelli che ce la fanno, ma chi ciriesce spesso proviene da famiglie relativamente povere.

Questi ragazzi hanno poche altre opportunità, pertanto finiscono per giocare a calcio migliaia di ore, cosa di certo utile ma non sufficiente per avere successo. Le dinamiche sono le stesse in molte altre parti del mondo in via di sviluppo. Rasmus Ankersen, l’autore di The Gold Mine Effect, ha scoperto che il 90 per cento dei top player brasiliani è cresciuto in povertà. È meno comune che un ragazzino comeDiawandou, che proviene da una famiglia relativamente benestante e ha frequentato una scuola privata, punti a diventare un calciatore professionista e si impegni nell’allenamento necessario per avere una possibilità diriuscirci. Lo zio di Diawandou voleva che un giorno andasse all’università. Ecco perché Ndiaye ha dovuto fare un’opera di convincimento quando si è presentato a casa di Diawandou a chiedere il permesso della famiglia perché il ragazzo frequentasse la sua accademia. Non è stata l’unica volta che qualcuno è andato a parlare con Gueye del talento calcistico di Diawandou. Il direttore della scuola privata frequentata dal ragazzo una volta si era presentato a casa e Gueye pensava che fosse lì per lodare le prestazioni scolastiche di Diawandou. Invece il preside aveva chiesto a Gueye di permettere al ragazzo di giocare nella squadra di calcio della scuola. “Gli ho chiesto: ‘Diawandou va a scuola per studiare o per giocare a calcio?’” ha raccontato Gueye. Ma alla fine aveva acconsentito, e i funzionari scolastici ricordano ancora con nostalgia i tanti trofei vinti grazie a Diawandou. Il giovane calciatore aveva colpito anche i suoi compagni palleggiando con dei limoni raccolti da un albero nel cortile della scuola. La passione di Diawandou era evidente. Neanche dopo essersi fratturato due volte una gamba il suo amore per lo sport è diminuito. Così Gueye ha acconsentito alla richiesta di Ndiaye di far frequentare al ragazzo la sua accademia, anche se ha continuato a dargli il tormento sulla scuola.

Tag Africa, calcio

Fuori casa

L’Africa, il Qatar e la costruzione delle stelle del calcio

Sebastian Abbot
Luiss University Press

Scheda

L'autore

Sebastian Abbot è un giornalista e scrittore statunitense. È stato per oltre dieci anni corrispondente dell’Associated Press al Cairo e Islamabad.


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