Chernobyl: una serie che ci racconta il nostro bisogno di verità, scienza e formazione

2 agosto 2019
Editoriale Open Society
FacebookFacebook MessengerTwitterLinkedInWhatsAppEmail

Si è da qualche settimana conclusa la miniserie televisiva Chernobyl”, che ha già ricevuto 19 candidature al Premio Emmy (equivalente dell’Oscar per la televisione) e che vanta, mettendo d’accordo i principali siti specializzati del settore, il più alto indice di gradimento nella storia dei prodotti seriali televisivi. La trasmissione ha fatto infuriare parte dell’establishment russo che ha accusato la produzione HBO di aver “trasformato la tragedia in un mezzo di manipolazione ideologica” e “demonizzato il regime sovietico e il popolo sovietico”. Non solo. Si pensa di realizzare una contro-produzione russa sul tema. A seguito, poi, della messa in onda della miniserie, le prenotazioni per visite turistiche a Pripyat (città ormai fantasma e all’interno della “area di alienazione”) e nella zona della centrale nucleare sono – angosciosamente, visti i rischi permanenti – aumentate del 40 percento.

La miniserie fa ovviamente riferimento al tragico incidente avvenuto all’1 e 23 del 26 aprile 1986 presso la centrale nucleare V.I. Lenin, nell’Ucraina allora Sovietica, quando, durante un test di sicurezza che portò all’aumento incontrollato della potenza e del calore, esplose il nocciolo del reattore 4. Una nuvola di materiale radioattivo fuoriuscì allora dal reattore e ricadde su ampie aree attorno la centrale, contaminandole profondamente e rendendo inevitabile l’evacuazione e il reinsediamento in altre zone di circa 336.000 persone. Nubi radioattive raggiunsero – senza badare a confini umani di sorta, come spesso gli eventi ambientali si “permettono” di fare – l’Europa orientale e la Scandinavia e anche, con livelli di contaminazione via via inferiori, l’Europa centrale e meridionale, fino a porzioni della costa orientale del Nord America. Le vite umane perdute – dalle morti accertate coinvolte direttamente nell’esplosione sino a quelle derivanti da tumori più o meno riconducibili alla catastrofe – avrebbero superato le migliaia: 4.000 secondo l’ONU, dalle 30.000 alle 60.000 secondo il Parlamento Europeo, ben 6 milioni secondo le associazioni antinucleariste più pessimiste.

Oggi come allora, il racconto sul disastro di Chernobyl si sviluppa necessariamente su più dimensioni: quella scientifica, che affronta questioni come il fallimentare design del reattore e le conseguenze del disastro, e quelle politica e mediatica, dalle quali non può, però, essere separata. La miniserie, infatti, mostra il rapporto tra potere e (dis)informazione nei confronti del pubblico ed è stata trasmessa in un momento storico in cui la cronaca di quella notte e i successivi sviluppi hanno una eco simbolica nella nostra quotidianità. Infatti, in epoca di fake news, di rigurgito di ideologie concentrate solo sul “nazionale” e di un’Europa di nuovo divisa, la ricostruzione di un abuso di potere da parte di autorità che decisero, deliberatamente, di mentire al proprio popolo e al resto del mondo, dovrebbe allarmarci tutti. Allo stesso tempo, attraverso principalmente il personaggio realmente esistito dello scienziato Valerij Legasov, “Chernobyl” racconta le storie di donne e uomini (stra)ordinari che sacrificarono la loro vita in nome della possibilità del futuro altrui. L’elogio del sacrificio di comuni cittadini che si dedicarono alla limitazione dei danni – spesso a costo della loro vita – e rimasti nell’anonimato per oltre trent’anni, evidenzia la contrapposizione tra le azioni peggiori e migliori di cui l’uomo può essere capace.

Quella di Legasov, interpretato da un ispirato Jared Harris, è una ricerca della verità appassionata e dolorosa, a tratti straziante. Nella sua lucida e fredda accusa all’approccio “qual è il problema?” dell’URSS nelle ore successive all’esplosione, Legasov spiega senza orpelli che “ogni atomo di uranio è come un proiettile che attraversa tutto, non solo la carne”. Chernobyl, chiarisce, “significa tre trilioni di quei proiettili nell’aria. Alcuni di loro esploderanno ancora per 50.000 anni”. Ed è una ricerca penosa perché fa breccia non solo nella fallibilità umana, ma anche e soprattutto in un sistema fatto di menzogne, repressione e segreti a favore del potere.

Da qualche anno poi, si parla molto del ritorno degli animali a Chernobyl. L’«area di alienazione», che si estende per 30 chilometri intorno ai resti della centrale, sarebbe diventata un vero e proprio paradiso naturale, nonostante le radiazioni. Peter Hayden, un documentarista neozelandese, nel 2007 è entrato nell’area avvelenata, dove dal 1986 non vivono più esseri umani, e ha testimoniato in un documentario intitolato Chernobyl Reclaimed: An Animal Takeover la presenza di diversi animali e di una vegetazione lussureggiante. Lo stesso ha fatto tre anni fa un inviato del National Geographic raccontando del proliferare della vita animale intorno alla centrale che tuttora emette radiazioni.

In buona sostanza, l’assenza dell’uomo in quella sciagurata area – turisti coraggiosi (o incoscienti) invogliati dalla miniserie a parte – ha significato non solo la scomparsa di cacciatori, ma anche dei gas di scarico, dei pesticidi e di ogni altra forma di inquinamento, migliorando drasticamente le opportunità di vita vegetale e animale, tranne che per un “piccolo” dettaglio: la radioattività, comunque eredità di attività umane. Gli studiosi non hanno una interpretazione certa, ma l’ipotesi più probabile è che la speranza di vita degli animali sia troppo breve per permettere lo sviluppo di cellule tumorali, inoltre, gli animali si riproducono molto più velocemente di noi e dunque, in assenza della pressione antropica, ristabiliscono senza difficoltà l’equilibrio eventualmente intaccato da morti premature. Ciò non significa che l’ecosistema non sia stato intaccato dalla radioattività e per chissà per quanti decenni ancora.

Tornando alla miniserie, la prima considerazione da trarre è che sarebbe un errore guardare a “Chernobyl” come semplice “propaganda” contro la Russia (potrebbe anche esserlo, ma non è questo il punto), così come sarebbe uno sbaglio, ancora più grande, considerarla solo la cronaca di un disastro che fa parte del nostro passato e basta. Analizzato lucidamente e metabolizzato alla debita distanza di decenni, l’evento di Chernobyl viene riletto dalla miniserie come una tragedia e come un inquietante monito. In concreto, questo rischio esiste – vedasi il più recente disastro di Fukushima, certo maturato in un contesto diverso e con esiti meno catastrofici in termini di vite umane – e costituisce una reale minaccia per il futuro del genere umano, come sapientemente illustrato dal prof. Jared Diamond in una delle sue lezioni presso la Luiss. Probabilmente non riusciremmo a distruggere l’ambiente e la vita sul pianeta in maniera permanente, come dimostra il ritorno di fauna e flora a Chernobyl, ma sicuramente riusciremmo a decimare la nostra specie, per esempio in un conflitto nucleare generalizzato.

La seconda più profonda considerazione da tenere a mente è quella del più ampio rischio ambientale, meno rapido di un disastro nucleare ma più veloce di quanto si pensi. Dal 29 luglio viviamo a debito ecologico: sono cioè terminate le risorse che il Pianeta mette a disposizione in un anno, ne consumiamo cioè più di quanto il Pianeta riesca a produrne. Prima degli anni Settanta non c’era alcun debito ecologico. Negli anni Novanta il giorno del consumo totale di risorse annue cadeva in dicembre, per arrivare al 2 agosto del 2017 e al 1° agosto del 2018. E nello stesso 29 luglio, l’astronauta Luca Parmitano ha dichiarato di aver visto negli ultimi 6 anni nelle foto dallo spazio “i deserti avanzare, i ghiacci squagliare. Per cui spero che le nostre parole, la nostra visione e il nostro sguardo possano essere condivisi per allarmare davvero la gente verso quello che è il nemico numero uno oggi: il riscaldamento globale”. In realtà, rischio nucleare, esaurimento delle risorse e cambiamento climatico sono facce della stessa medaglia che ci dicono di come tutti noi stiamo continuando ad avvelenare la nostra casa e privare i nostri figli di un futuro.

Abbiamo, dunque, bisogno di responsabili politici che affrontino i reali problemi del Pianeta senza più rifiuti di realtà inconfutabili, rimandi a tempi successivi che non abbiamo o, peggio, menzogne sulla reale consistenza dei fatti. La sequenza di parole che rimbombano in voice over per tutta la durata della miniserie: “What is the cost of lies?”, ossia “qual è il costo delle menzogne?”, questione che lo scienziato Valery Legasov – che sarà trovato impiccato in casa sua due anni dopo la catastrofe, proprio per le menzogne che dovette combattere – pone in maniera retorica, evidenzia il fatto che ogni menzogna che diciamo ci fa contrarre un debito con la verità. E “presto o tardi quel debito va pagato” annuncia Legasov di fronte ad una gremita aula di tribunale nell’episodio conclusivo. Abbiamo anche bisogno di scienziati intellettualmente onesti che, come Legasov, ricerchino sempre la verità e di un sistema di comunicazione libero e coraggioso. Abbiamo bisogno di una educazione “life large learning” allo sviluppo sostenibile che fornendoci una conoscenza ampia, sistemica e concreta della realtà, ci permetta di oltrepassare creativamente i nostri ristretti limiti geografici e di riflettere sulle esperienze del passato come sulle prospettive del futuro. In fondo, essendo cauti ottimisti e citando ancora il prof. Diamond: “se siamo stati capaci di produrre quei problemi, allora siamo in grado, impegnandoci, di risolverli.

L'autore

Alfonso Giordano è professore di Geografia Politica alla LUISS e Responsabile delle relazioni internazionali della Società Geografica Italiana


Website
Articoli correlati