Il regno dei metalli rari: storia di tribù africane e multinazionali

2 agosto 2019
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In Asia, in Africa, in America Latina, un forte fenomeno di nazionalismo delle risorse minerarie rende sempre più fragili le posizioni occidentali. La dimensione mondiale di quest’ondata ci si è mostrata con più evidenza nelle regioni più remote dell’Africa. Tre ore di macchina attraverso immense distese di savana alberata permettono di raggiungere da Johannesburg, la capitale economica del Sudafrica, Phokeng, nella provincia del Nord-Ovest. Tutto sembra normale in questa borgata di quindicimila abitanti isolata nel bel mezzo del bushveld, eppure tutto è diverso. Imponenti totem e bandiere multicolori si levano al cielo, ornate dall’emblema ufficiale in cui è rappresentato un coccodrillo. Notiamo un gruppo di uomini in uniforme blu, i membri della Royal Bafokeng Reaction Police Force, che pattugliano strade tenute impeccabilmente.

Nessuna dogana né punto di controllo di frontiera. Nessun cartello indica che abbiamo superato, qualche chilometro prima, il confine invisibile del regno dei Bafokeng, un territorio di duemila chilometri quadrati, grande come il dipartimento francese dell’Essonne. Pur essendo parte integrante della “nazione arcobaleno” il regno ha organizzato un sistema di governo speciale, con la propria ripartizione amministrativa, un’organizzazione in clan, un budget autonomo e un diritto indigeno. Il motivo della visita a questa tribù dall’altra parte del mondo giace a svariate centinaia di metri sottoterra, perché il sottosuolo del regno racchiude favolose riserve di metalli del gruppo del platino: rutenio, rodio, iridio, platino… Questi metalli preziosi e rari hanno diversi sbocchi tra cui la gioielleria, gli equipaggiamenti per laboratori e le marmitte catalitiche delle automobili.

Appena lasciata Phokeng attraversiamo la campagna per raggiungere le miniere di Rasimone alcuni chilometri più a nord. Là il terreno è tumefatto dallo spostamento delle rocce estratte dal sottosuolo e sul paesaggio accidentato si stagliano le raffinerie di platino, immensi mostri di ferraglia perduti in mezzo al bush. Le istallazioni sono servite da un intreccio di linee ferroviarie su cui si muovono container carichi di sassi trainati da locomotive.

“Quando sono arrivato scavavamo su un solo livello, oggi siamo a dieci!” si entusiasma il capo minatore Dirk Swanepoec, un sudafricano bianco che lavora per l’azienda di estrazione mineraria Anglo Platinum. A pochi passi dal suo ufficio decine di minatori in uniforme, casco da cantiere in testa, escono su un tapis roulant sputato fuori da una voragine scavata nella roccia. Hanno fatto dei buchi con i martelli pneumatici e li hanno fatti scoppiare con l’aiuto dell’esplosivo. Il minerale, una volta portato in superficie, sarà frantumato e ridotto allo stato di particelle di roccia contenenti metalli del gruppo del platino che saranno poi immerse in acqua con dei reagenti speciali, decantate, seccate, fuse e purificate per ottenere del platino. “Estraiamo ogni mese 200.000 tonnellate di roccia” afferma Swanepoec “e ogni tonnellata contiene circa da 4 a 7 grammi di platino”.

I Bafokeng sono seduti sulle più grandi riserve mondiali di platino, un tesoro di cui il “popolo della rosa” era ben lontano dal sospettare l’esistenza quando nel Quindicesimo secolo, attirato dalla fertilità delle terre, si stabilì nella regione. Nel 1870, il re Kgosi Mokgatle acquisì i primi 900 ettari dell’attuale territorio grazie a un’ingente fortuna ammassata dai suoi sudditi nelle miniere di diamanti vicino Kimberly. Solo nel 1924, però, il sottosuolo svelò la presenza di metalli.

Dopo la nascita del Sudafrica democratico, i Bafokeng, che erano stati danneggiati dalle normative segregazioniste dell’apartheid che vietavano alle popolazioni indigene di possedere le proprie terre, si lanciarono con successo in una lunga battaglia giudiziaria contro Impala Platinum (Implats), che aveva fino ad allora intascato tutti gli utili dell’estrazione. Ora i Bafokeng raccolgono il 22% delle royalties e sono arrivati ad acquisire il 13% di partecipazione nel capitale della miniera. È la prima volta che una tribù sudafricana vince un braccio di ferro con un’azienda mineraria.

L’operato del giovane kgosi (re) Leruo Molotlegi, al potere dal 2000 e trentaseiesimo monarca della dinastia, è supervisionato dalla regina madre, che ha una funzione simbolica. Semane Molotlegi è una delle ultime regine del continente nero, è quasi invisibile nei media ed è raro che un giornalista straniero possa incontrarla, ma abbiamo avuto l’opportunità di ottenere un’udienza. Ci siamo vestiti al meglio per l’occasione. Davanti a noi c’è una cinquantenne molto bella che parla con tono pacato, avvolta in un elegante vestito tradizionale colorato. Chiamandola rispettosamente mmemogolo (“nonna” in lingua tswana), evochiamo i viaggi attraverso il mondo in cui si sforza di far conoscere il successo del proprio popolo. I Bafokeng hanno in effetti smentito la maledizione delle materie prime, secondo cui le società occidentali arrivano, esauriscono le risorse e se ne vanno. Al contrario sono diventati la tribù più ricca del continente e si proiettano anche al di fuori dell’economia delle miniere.

Hanno attuato una strategia che si potrebbe insegnare in tutti i manuali scolastici: nel braccio di ferro che li ha opposti alle aziende minerarie, la tribù del platino ha fatto valere la preminenza del produttore sul compratore, del proprietario, sovrano sulle proprie risorse, su una clientela sparsa nel mondo. E, cosa inedita, non è uno Stato, ma una “semplice” tribù africana a prendersi una multinazionale… In relazione ai Bafokeng non vogliamo parlare di nazionalismo delle risorse, ma si tratta a pieno titolo di un caso da manuale di riequilibrio, ossia di ribaltamento dei rapporti di forza tradizionali. I gruppi minerari hanno capito che laddove imponevano di solito la propria legge, agendo spesso per conto dei consumatori occidentali, avrebbero più di frequente trovato qualcuno più forte di loro e che di conseguenza avrebbero dovuto adattarsi. Il precedente è tale che l’esperienza dei Bafokeng è stata oggetto di una crescente attenzione internazionale e la Banca mondiale, il Forum economico mondiale, alcune agenzie dell’Organizzazione delle Nazioni Unite (ONU) così come degli universitari americani si sono recati a Phokeng a osservarla dal vivo.

La guerra del metalli rari

Il lato oscuro della transizione energetica digitale

Guillaume Pitron
Luiss University Press

Scheda

L'autore

Guillaume Pitron è un giornalista e documentarista francese, vincitore nel 2017 del prestigioso premio Erik Izraelewicz del quotidiano Le Monde per il giornalismo economico d’inchiesta. Scrive, tra gli altri, su Le Monde Diplomatique e il National Geographic. La guerra dei metalli rari è il suo primo libro.


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