13 settembre 2019

Perché far scattare le clausole di salvaguardia e far aumentare l’Iva non è affatto il peggiore dei mali per l’Italia

Una delle priorità fondamentali del nuovo governo italiano è quella di evitare che scattino le cosiddette “clausole fiscali”. Un incremento delle aliquote Iva, però, potrebbe essere un’opportunità piuttosto che un pericolo da evitare.

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Una delle priorità fondamentali del nuovo governo italiano è quella di evitare che scattino le cosiddette “clausole fiscali”, cioè l’incremento automatico delle aliquote Iva che s’innescherebbe nel caso i conti pubblici non fossero riequilibrati in altro modo. Un incremento delle aliquote Iva, però, potrebbe essere un’opportunità piuttosto che un pericolo da evitare.

Prima di tutto, va osservato che un aumento dell’Iva avrebbe un impatto negativo sulla domanda aggregata soltanto se non fosse accompagnato da altre misure, per esempio da un aumento della spesa o da una riduzione di altre imposte. Un qualche aumento di spesa potrebbe essere effettivamente giustificato, ma solo se destinato alle infrastrutture e non  ai trasferimenti sociali. Un’altra opzione sarebbe quella di combinare l’aumento dell’Iva con un alleggerimento dell’imposizione fiscale sul reddito o con una riduzione del cuneo fiscale. Ciò potrebbe essere attuato a saldi di finanza pubblica invariati. L’impatto sulla domanda, in questo caso, sarebbe all’incirca nullo. Una combinazione “neutrale” di questo tipo, risultato di un’Iva maggiorata e di un cuneo fiscale ridotto, è chiamata “svalutazione fiscale”. L’aumento dell’Iva ricade su tutti i beni e i servizi consumati nel Paese, incluse le importazioni. Tuttavia l’Iva sulle esportazioni è rimborsata. Ciò implica che gli esportatori non sarebbero colpiti da un eventuale aumento dell’Iva, mentre allo stesso tempo le loro imprese e i loro lavoratori trarrebbero giovamento dalla riduzione delle imposte dirette. Di conseguenza gli esportatori dovrebbero essere avvantaggiati da una manovra simile.

Oggi in Italia esistono le condizioni affinché una svalutazione fiscale possa avere successo. Le esportazioni infatti costituiscono circa un terzo del Pil. Un incremento delle stesse, dunque, avrebbe un impatto significativo sulla crescita. Inoltre gli stipendi sono quasi stagnanti e ciò difficilmente potrà cambiare fino a quando il mercato del lavoro rimarrà debole.

Di primo acchito, un aumento delle aliquote Iva sembrerebbe regressivo, colpendo in particolare le famiglie più povere che, rispetto a quelle più ricche, destinano ai consumi una parte maggiore del proprio reddito. Tuttavia la prima impressione, in questo caso, è quella sbagliata. L’aumento delle aliquote Iva è spalmato sull’intera popolazione e quindi riguarderà tutti i consumatori, mentre i benefici che discenderebbero da maggiori esportazioni e occupazione sarebbero destinati perlopiù ai lavoratori e agli attuali disoccupati. Una ricerca svolta dalla Banca centrale europea ha dimostrato che complessivamente gli effetti della combinazione di Iva maggiorata e imposte sul lavoro ridotte non sono necessariamente regressivi.

La ricerca empirica ha dimostrato che in generale le svalutazioni fiscali possono funzionare. Nel passato le svalutazioni fiscali sono state prese in considerazione soprattutto come strumento per accelerare gli aggiustamenti interni all’Eurozona. Ciò a prima vista non sembra più necessario oggi, visto che la maggior parte dei Paesi che soffrono di problemi di competitività ha già ridotto i propri salari medi rispetto alla Germania e sta accumulando surplus della bilancia dei pagamenti. Quest’ultima tendenza si sta verificando anche in Italia, Paese che da alcuni anni ha raggiunto un avanzo del conto corrente della bilancia dei pagamenti pari all’incirca al 2-3% del Pil. Tuttavia l’Italia è uno dei pochi Paesi in cui si può sostenere che, alla luce del tasso di disoccupazione ancora elevato, il surplus esterno sia dovuto più al declino in corso della domanda domestica che non all’accresciuta competitività. Inoltre un surplus delle partite correnti duraturo nel tempo è particolarmente importante per il Paese, considerati l’elevato debito pubblico e il deficit pubblico pur sempre presente. Maggiore infatti è la quota del debito pubblico che può essere finanziata dai risparmi domestici, minori saranno le possibilità di una crisi finanziaria.

È probabile che l’impatto di una svalutazione fiscale sulle esportazioni nette e sulla bilancia dei pagamenti sia limitato nel tempo, perché gli stipendi dovrebbero crescere una volta che il tasso di disoccupazione fosse sceso. Ciò è stato confermato da un gruppo di economisti che hanno analizzato l’efficacia di una svalutazione fiscale alcuni anni or sono. Tuttavia questo non dovrebbe costituire un motivo per non tentare di attuare una politica simile. Nel lungo periodo, l’obiettivo principale sarebbe quello di ridurre il differenziale tra il costo del lavoro per le imprese e lo stipendio netto dei lavoratori. E questo è un problema strutturale decisivo che deve comunque essere affrontato. Un aumento significativo delle aliquote Iva potrebbe dunque fornire l’occasione per avviare un ribilanciamento del sistema fiscale a vantaggio del lavoro.

L’autore

Daniel Gros

Daniel Gros è direttore del Centre for European Policy Studies (CEPS), Senior Fellow della LUISS School of European Political Economy e Member dell’Advisory Board del LUISS Center of Italian Mezzogiorno Studies


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