Tra Est e Ovest del mondo, un incontro/scontro di lunga durata

26 settembre 2019
Editoriale Open Society
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Descrivere il confronto, spesso contraddittorio, tra Est ed Ovest non è semplice. Innanzitutto, perché si tratta di un rapporto di lunghissimo periodo che affonda le sue radici nella civiltà europea e, in secondo luogo, perché implica una serie di precisazioni necessarie per comprendere di quale Occidente e di quale Oriente si sta parlando. Se si dovesse ricostruire, attraverso un percorso diacronico, il lungo confronto tra Est ed Ovest si potrebbe partire dalla lunga lotta intrapresa dal Regno di Persia nei confronti delle libere città greche durante il regno di Dario I il Grande e, successivamente, di suo figlio Serse. Un confronto militare certo, ma che vedeva contrapposti due modelli politici profondamente diversi: da un lato, un grande regno che tendeva ad imporre il proprio controllo egemonico, come avvenne con l’Egitto, e, dall’altro, una libera confederazione di Stati che facevano della democrazia, della democrazia greca ovviamente, il loro punto di forza. Uno scontro che vide la seconda prevalere sul primo e riaffermare i principi di libertà; principi che furono difesi in contrapposizione a coloro che erano estranei agli usi e ai costumi della raffinata civiltà ellenica, ossia i barbari (oi barbàroi).

Questo concetto della barbarie fu ripreso dalla civiltà romana che, domate le popolazioni che abitavano la penisola, si pose l’obiettivo di un confronto che non si limitasse al solo bacino del Mediterraneo, luogo di nascita della koiné europea e punto di incontro tra Occidente e Oriente, ma avesse mire egemoniche ben più vaste di quelle a cui poteva aspirare il mondo greco-ellenistico. Contrariamente all’effimera espansione dell’Impero del re macedone Alessandro Magno, che in poco più di dieci anni conquistò tutto l’Impero persiano, l’Egitto, l’Afghanistan fino all’India settentrionale, Roma costruì passo dopo passo un Impero destinato a durare, il quale all’incirca nel 117 d.C. raggiunse la sua massima espansione. Roma, grazie alla sua superiorità militare, riuscì a unire l’Est e l’Ovest del mondo fino ad allora conosciuto, imponendo loro la propria cultura, la propria lingua e la propria civiltà. Un impero che ribadiva, però, attraverso il concetto del limes, vissuto con orgoglio e preoccupazione al tempo, il confine tra la civiltà e la barbarie, tra l’ordine e il caos.

Questa uniformità culturale, religiosa e politica, come è noto, venne interrotta dall’Imperatore spagnolo Teodosio che al momento della sua morte, avvenuta nel 395 d.C., affidò l’Impero Romano d’Occidente e quello d’Oriente ai figli Onorio e Arcadio. Se l’Impero d’Oriente, con capitale Bisanzio, avrebbe progredito e mantenuto il suo potere fino al suo crollo definitivo sotto l’assedio dell’Impero ottomano nel 1453, l’Impero d’Occidente, più debole e minato da lotte intestine, dovette far ben presto i conti con quelle popolazioni stanziate sul limes orientale, alcune delle quali si erano federate a Roma, che indebolirono e, successivamente, invasero l’Impero, portandolo alla scomparsa nel 476.

Dal 395 d.C., dunque, le vicende dell’Occidente e dell’Oriente presero strade diverse, non raggiungendo più l’unitarietà che avevano ottenuto durante l’apogeo dell’Impero romano, ma percorrend2726o processi politici e culturali differenti che, sovente, li videro contrapposti.

Da Carlo V a Napoleone, i tentativi di ricostruire l’unitarietà dopo le invasioni barbariche

Se si prende in considerazione l’Occidente, esso, dopo le invasioni barbariche e i rivolgimenti politici dell’età medievale, vide la formazione tra il 1400 e il 1500 degli Stati assoluti che, seppur in maniera non uniforme, cominciarono ad avere una dimensione territoriale e “nazionale” ben precisa. Tant’è che si può certamente affermare che con la fine della Guerra dei 30 anni (1618-48) e la pace di Westfalia (Trattati di Münster e di Osnabrück), si cristallizzò quel sistema di equilibrio tra Stati europei che sarebbe durato fino alla prima guerra mondiale. La realizzazione di questo “concerto europeo” non vuol certo dire che mancassero, prima e dopo, tentativi egemonici e pretese di ricostruire quell’unitarietà tra Est ed Ovest.

A ben vedere, ci furono almeno due tentativi che si orientarono in tale direzione, seppur in maniera differente. Il primo fu perseguito da Carlo V e dal figlio Filippo II che cercarono di imporre il sogno imperiale spagnolo al resto d’Europa: Carlo V assommando la corona dell’Impero spagnolo a quella del Sacro Romano Impero e Filippo II cercando di realizzare nei propri possedimenti un’omogeneità culturale e, soprattutto, religiosa che le scissioni del luteranesimo e del calvinismo rendevano ormai impossibile. Se, dunque, il loro progetto egemonico restò confinato solo all’Occidente, è pur vero che essi, grazie alle spedizioni per le Indie sostenute dai sovrani cattolici Ferdinando e Isabella, allargarono il concetto di Occidente che, soprattutto a partire dalla Rivoluzione Americana del 1776, non fu più solamente il continente europeo, bensì anche il mondo anglosassone.

Un altro tentativo, questa volta maggiormente diretto a unificare Est e Ovest, fu quello portato avanti da Napoleone Bonaparte che, dopo l’avventurosa spedizione in Egitto e dopo aver assoggettato tutta Europa, tentò di estendere il proprio controllo a quell’Impero, metà occidentale e metà orientale, che era la Russia zarista. Impresa coraggiosa e azzardata al tempo, che si concluse con la catastrofe della ritirata e con la parabola discendente dell’astro napoleonico, conclusasi a Waterloo nel 1815. Napoleone, però, contrariamente a Carlo V e a Filippo II mirò a unificare nuovamente i due poli, in nome di quei valori “moderni” che erano scaturiti dall’Illuminismo e dalla Rivoluzione Francese.

D’altro carattere fu il progetto perseguito dall’Oriente. Affacciatisi alla storia a partire dal VII secolo d.C. con la predicazione di Maometto e la diffusione del Corano, gli arabi iniziarono una lunga ascesa, politica e culturale, che culminò con la presa di Costantinopoli da parte dell’Impero Ottomano e con un dominio che si estendeva dai territori del Maghreb fino agli Stati che si affacciano sul Mar Rosso, dal Medio Oriente fino alla penisola Balcanica. Un progetto egemonico che, partendo dal bacino del Mediterraneo, puntava alla riaffermazione di un’unitarietà politica e religiosa, attraverso il controllo di vasti territori dell’Europa occidentale, come la Spagna, l’Italia, la Francia e il Portogallo, mirando fino al cuore dell’Europa, come avvenne con l’assedio di Vienna nel 1529. Un dominio che, seppur ridimensionato progressivamente nel corso dell’Ottocento a causa della costruzione degli Imperi coloniali franco-inglesi nella regione del Maghreb, terminerà solo con la sconfitta nella Prima guerra mondiale e con il successivo Trattato di Sèvres (1920), i quali porteranno alla costituzione della moderna Turchia e alla perdita delle ultime propaggini europee dell’Impero. Un tentativo egemonico, dunque, di lungo periodo e che trovava ancora nel bacino del Mediterraneo il suo fulcro: un’area contraddistinta dall’incontro/scontro di culture e di popoli, ancora oggi, come vedremo, al centro dei confronti geopolitici.

L’analisi fin qui condotta ha consentito di ricostruire, per grandi linee, quei progetti politici che in epoca moderna e contemporanea hanno avuto l’obiettivo, più o meno dichiarato, di ricostruire quell’unità politica, culturale, religiosa e linguistica che si era scissa nel 395 d.C. Con una sostanziale differenza: mentre a partire dalle guerre di religione del Cinquecento l’Europa non riuscì più ad avere una religione condivisa, iniziando a sviluppare la religione laica dei diritti universali, l’Impero Ottomano si impose come un Impero multietnico ma all’interno del quale la religione era un fattore omologante e unificante. Se in Occidente, dunque, iniziava quel processo di secolarizzazione e di rottura del connubio tra la dimensione politica e quella religiosa, nell’Oriente arabo-mussulmano tale dimensione religiosa era riaffermata con vigore e utilizzata per contrastare il dominio occidentale sugli ex territori del Sultanato.

La svolta socialista del 1917 a Est e l’egemonia anglosassone a Ovest

La precisazione di Oriente arabo-mussulmano non è casuale: come nel corso del XVIII secolo apparve un nuovo Occidente, così negli stessi anni si palesò un altro Oriente, quello del mondo slavo. Non che fino a quel momento non ci fosse stato un Oriente rappresentato dall’immenso colosso russo. Anzi, il contrasto tra mondo germanico e slavo era stato uno dei leit-motiv delle vicende nell’Europa danubiano-balcanica e, al di là della capitale San Pietroburgo, ben poteva applicarsi alle vaste steppe russe il concetto romano di limes, ossia di confine tra la civiltà e la barbarie. A partire dal 1917, però, non ci si trovò più in presenza dei tentativi di San Pietroburgo di forzare il Bosforo e arrivare al Mediterraneo oppure di ingrandirsi a spese del Regno polacco; bensì si stava compiendo una rivoluzione di stampo socialista di proporzioni mai viste, che avrebbe segnato il confronto tra Occidente ed Oriente fino al 1989. Una contrapposizione politica, sociale, economica, militare e ideologica a tutto campo, che avrebbe annullato e congelato tutte le altre linee di frattura esistenti; ma con una differenza tra Est e Ovest ben precisa. Nel periodo 1917-1945 mentre l’Oriente slavo si presentò compatto e permeato dal modello totalitario comunista, l’Occidente palesò quella cesura tra mondo anglosassone, liberal democratico, e mondo continentale, autoritario/totalitario, che avrebbe caratterizzato tutto il periodo tra le due guerre mondiali. La sconfitta durante la Seconda guerra mondiale dell’Occidente continentale avrebbe segnato la sua definitiva subalternità e inglobamento nell’Occidente anglosassone. Parimenti, la vittoria sovietica avrebbe proiettato, attraverso un rinnovato cordone sanitario imposto da Mosca, il proprio modello totalitario nel cuore dell’Europa. Il limes dei due mondi, dunque, non si collocava più geograficamente a Oriente, ma veniva posto a metà dell’Occidente continentale: i barbari rischiavano di abbeverare i loro cavalli nelle fontane di San Pietro.

Lo scontro tra Occidente anglosassone e Oriente slavo non si consumò solo nell’Occidente continentale, ma si impose a livello globale, proponendosi come un confronto tra due modelli di società che entrambi cercarono di espandere e di sostenere in quei continenti dove il crollo della centralità europea aveva favorito il processo di decolonizzazione e l’emersione di Stati e Nazioni che, a lungo, erano stati ai margini della storia. In questo processo di espansione dei modelli politico-economici, il comunismo ottenne degli indubbi successi nei paesi africani, asiatici e sud americani in via di decolonizzazione, riuscendo a strappare al controllo statunitense la Cina. Questa, proclamatasi Repubblica popolare nell’ottobre 1949, rappresentò una netta sconfitta per gli Stati Uniti e, nel contempo, ampliò il concetto di Oriente, aggiungendosi a quello arabo e slavo uno cinese; un Oriente che, da quel momento in poi, avrebbe cominciato la sua lenta, accidentata, contradditoria, ma perentoria ascesa.

Se la forte ideologizzazione dello scontro Est-Ovest nel periodo 1945-1989 congelò la normale dialettica tra Occidente ed Oriente, ciò non vuol dire che alcune trasformazioni non fossero in essere nel periodo storico considerato. La nascita e il rafforzamento, tra alti e bassi, della Cee; il lento progredire del colosso cinese; l’affacciarsi dell’Africa sullo scenario internazionale: sono tutti fattori che per manifestarsi apertamente avrebbero dovuto attendere la caduta del Muro di Berlino.

Ma il crollo del comunismo non ebbe il significato di inaugurare il secolo dell’Occidente anglosassone. Volgendo lo sguardo agli anni Novanta, solo superficialmente potremmo dire che furono gli anni della supremazia statunitense. In quegli anni, infatti, si venne sempre più affermando l’Unione Europea sia come realtà politica sia come potenza economica in grado di sfidare l’egemonia finanziaria statunitense. Un ritorno, dunque, di quell’Occidente continentale che sembrava, dopo il 1945, completamene riassorbito in quello anglosassone.

Nel contempo, se l’Oriente slavo sembrava ritirarsi su se stesso, traumatizzato dal crollo dell’ideologia comunista e indebolito da convulsioni interne, erano l’Oriente arabo e quello cinese che riprendevano vigore e cominciavano a delineare tutto il loro potenziale politico, economico e militare. L’11 settembre del 2001 non è stato solo un vile attacco terroristico, ma l’avvertimento che l’Occidente non era più al sicuro dal terrorismo di matrice islamica e dalla ripresa di un rapporto dialettico e contrastato con l’Oriente arabo; un Oriente che a lungo avrebbe visto sventolare la nera bandiera di Daesh che ha utilizzato l’islamismo nella sua lotta contro l’Occidente. Un Oriente arabo che ha condotto e conduce tale battaglia anche attraverso un profluvio di petrol dollari dirottati verso gli Stati europei, affinché consentano la tutela e il consolidamento di comunità islamiche sempre più forti e ramificate. I casi del Belgio e della Francia sono, a tal riguardo, evidenti.

L’ascesa dell’Oriente cinese

Il 2001, però, non è solo il momento della ripresa del contrasto tra l’Occidente, anglosassone e continentale, con l’Oriente arabo; quell’anno segna anche l’inizio del confronto con l’Oriente cinese, dopo che la Cina venne ammessa al World Trade Organization. Un’ammissione che consentì al colosso cinese di perseguire il suo obiettivo, neanche tanto velato, di inaugurare il secolo del Celeste Impero, inondando i mercati di tutto il mondo con i suoi prodotti, realizzati a prezzi del tutto concorrenziali in considerazione della condizione di semi schiavitù nella quale vivono i propri lavoratori. La crisi economica del 2008, che ha messo in ginocchio l’economia dell’Ovest, ha facilitato il compito del colosso cinese che ha dirottato le sue risorse finanziarie e, soprattutto, le sue masse umane alla conquista dell’Occidente nel suo complesso, ma anche dei suoi due Orienti vicini, quello slavo e quello arabo.

Occidente ed Oriente sembrano destinati, dunque, a scontrarsi in maniera inevitabile anche nella prossima decade? La situazione sin qui descritta più che condurre a tirare delle conclusioni, può far riflettere su alcuni elementi di fatto. L’Ovest nel suo complesso sembra in difficoltà: se l’Occidente anglosassone mantiene ancora una superiorità militare e conferma una ripresa della propria economia, la stessa cosa non può dirsi per l’Occidente continentale che si trova in una situazione finanziaria difficile e senza alcuna garanzia militare che non sia quella fornita dalla Nato. A tal riguardo, solo il rilancio del percorso comunitario in chiave politica e una revisione dei parametri economici fissati nel lontano 1992 potranno ridare fiato al progetto comunitario dell’Occidente continentale.

In secondo luogo, appare evidente la decadenza delle leadership occidentali sia in termini strategici sia in termini di identità. In termini strategici, perché non si ha ben chiaro quale sia l’obiettivo dell’Ovest, chiaramente sulla difensiva di fronte all’azione proveniente da Est; in termini identitari, perché l’Occidente sembra vieppiù interrogarsi su quali siano i suoi valori e, in fondo, il suo compito storico. Ridurre questo solo ai diritti civili e all’integrazione dell’Oriente non sembra sufficiente a ritrovare una propria identità: innanzitutto, perché mancano le risorse finanziarie sufficienti e, in secondo luogo, perché tale richiamo ai diritti è spesso poco credibile e soggetto a interessi, economici e strategici, che sono ben diversi da quelli dichiarati. Da qui, un atteggiamento contraddittorio, pieno di ombre più che di luci, che la dice lunga sull’incapacità di ritrovarsi e, quindi, di avviare un dialogo basato sulla piena consapevolezza di sé. Sempre che il dialogo sia possibile.

Se la situazione dell’Ovest è questa, quella dell’Est non è meno complessa. Qui tre Orienti si contendono uno spazio geopolitico spesso contiguo e confliggente. E se l’Oriente russo, anch’esso sulla difensiva, si mantiene in sella grazie alla propria forza militare, alle proprie risorse energetiche e a una concentrazione satrapica del potere, pare evidente che i motori propulsori del futuro saranno l’Oriente arabo e quello cinese. Entrambi sono largamente diffusi a livello mondiale e possono contare su un forte tasso di natalità e, dunque, disporre di ingenti masse umane da dirottare nei territori dove fanno affari; entrambi dispongono di un potere pressoché assoluto al proprio interno, avendo azzittito, con mezzi violenti e brutali, il dissenso. Il caso Khasshoggi per quanto riguarda l’Arabia Saudita e i campi di concentramento per ciò che concerne la Cina stanno a dimostrarlo. Entrambi sembrano possedere una leadership consapevole di ciò che vuole e degli obiettivi da perseguire. Con una sostanziale differenza. Se l’Oriente arabo-mussulmano non ha una voce comune e la spaccatura politica e religiosa tra sunniti e sciiti gioca a suo sfavore, l’Oriente cinese possiede una leadership indiscussa, rinnovabile all’interno dei circuiti del Partito, che guida il paese con mano ferma, come un tempo il Grande Timoniere Mao Tse-Tung. Un Oriente cinese che sfida ormai chiaramente l’Occidente nel suo complesso, non solo in termini economico-finanziari, ma anche in termini valoriali, grazie all’assenza degli stessi. L’Oriente cinese non chiede una professione di fede democratica, non chiede il rispetto dei diritti civili, non entra, come fa l’Occidente, in culture altre imponendo il proprio modello etico; l’Oriente cinese punta a un’egemonia economico-finanziaria, a creare dei punti strategici da utilizzare per far fluire i propri prodotti. L’acquisizione diretta o la compartecipazione azionaria dei porti del Pireo, di Valencia e di Marsiglia testimoniano questa strategia. Oggi come allora, dunque, il Mediterraneo sembra essere il luogo di scontro e di incontro tra Occidente ed Oriente, la koiné comune; non un mare largo come il Pacifico con isolotti sperduti, bensì territori fisicamente prospicienti e contigui per usi, costumi, usanze alimentari e lingue.

L’incontro/scontro tra Occidente e Oriente si deciderà nei prossimi anni, dunque, a favore dell’Oriente? E’ difficile rispondere con certezza; molti indicatori, però, vanno nella direzione di un progressivo declino dell’Occidente e delle sue leadership. Un declino economico-finanziario a fronte di un Oriente sempre più aggressivo e competitivo; un declino dei valori dovuto a una polverizzazione degli stessi che, in nome di un surplus di diritti, ha prodotto la perdita di un’identità comune fondata sul Cristianesimo in grado di accettare la sfida di culture e di identità più omogenee e forti. Solo se l’Occidente nel suo complesso saprà ritrovare se stesso potrà sottrarsi a una condizione di subalternità verso l’Oriente; altrimenti bisognerà accettare che Bisanzio, nuovamente, conquisti Roma.

 

Questo saggio è apparso anche su “Le Sfide. Non c’è futuro senza memoria”, rivista trimestrale della Fondazione Craxi (www.lesfide.org)

L'autore

Andrea Ungari insegna Teoria e storia dei partiti e dei movimenti politici alla LUISS, è curatore de “La ricostituzione del Regio esercito dalla resa alla liberazione, 1943-1945” (Rodorigo Editore)


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