Politici 2.0: come Internet ha cambiato definitivamente il modo di fare politica

3 ottobre 2019
Intervista Open Society
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Quali sono le principali evidenze empiriche che emergono dalla sua ricerca volta a delineare l’influenza di Internet nell’ambito delle scelte politiche?

La nostra analisi in una prima fase si concentra sugli effetti di Internet nell’ambito della partecipazione elettorale nel breve periodo, quindi negli anni subito successivi all’introduzione di Internet a banda larga, quando Internet ha iniziato ad essere fruibile al largo pubblico. Quello che abbiamo osservato confrontando le elezioni “pre-ADSL”, quindi quelle degli anni 1996-2001, con quelle tenutesi “post-ADSL”, dopo che i cittadini avevano iniziato ad usare queste tecnologie, quindi negli anni 2006-2008, è che c’è stata una diminuzione della partecipazione elettorale. A prima vista questo dato si potrebbe interpretare come un effetto negativo di Internet: molte teorie suggeriscono che questo sia dovuto nello specifico al fatto che Internet offra nuove forme di distrazione e di intrattenimento, in primo luogo i social network quali YouTube e Facebook, e che quindi l’elettorato abbia nel complesso ridotto la fruizione di contenuti politici, divenendo semplicemente più disinteressato alla politica, cioè meno informato e partecipativo. Ed infatti alcuni studi precedenti al nostro condotti in altri paesi arrivano proprio alla stessa conclusione.

Tuttavia, non completamente convinti che fosse questa la spiegazione della diminuita partecipazione elettorale, abbiamo condotto una ricerca più approfondita. Per prima cosa, abbiamo cercato di determinare quale fosse stata la tipologia di elettori per i quali si è registrata questa diminuzione della partecipazione elettorale. Quello che abbiamo osservato è che gli elettori che non hanno votato nelle elezioni 2006-2008 sono stati quelli che in precedenza avevano dato il cosiddetto “voto di protesta”, quindi gli elettori dei partiti più marginali, al di fuori delle principali coalizioni di centrodestra e di centrosinistra, i quali, subito dopo l’introduzione dell’ADSL, hanno sostituito il voto di protesta con una apparente disaffezione che si è manifestata nell’astensionismo. Altri dati mostrano però chiaramente che questi elettori non sono affatto elettori disinteressati, ma al contrario, proprio perché esprimono un voto di protesta, votando per partiti più estremisti o comunque al di fuori dalle principali coalizioni, sono elettori interessati alla politica tanto quanto gli elettori dei partiti tradizionali, se non di più.

Questo ci ha indotto ad andare ancora più a fondo, muovendoci su due linee per le quali la nostra analisi è innovativa rispetto alla letteratura precedente sull’impatto delle nuove tecnologie sulla partecipazione elettorale. La prima cosa che abbiamo fatto è stata quella di estendere la nostra attenzione a forme di partecipazione politica non tradizionali, cioè diverse rispetto alla partecipazione diretta alle elezioni, e quindi vedere quali fossero nello specifico le nuove forme di partecipazione politica che l’accesso a Internet forniva alle persone. Da questo punto di vista, un caso molto interessante è quello della piattaforma Meetup.com, utilizzata per la prima volta negli Stati Uniti da Howard Dean, candidato alle primarie democratiche nel 2004, e che in Italia è stata usata da Beppe Grillo e dal Movimento 5 Stelle nelle sue fasi iniziali. Quello che abbiamo osservato è che, in effetti, negli stessi anni in cui si registrava questa diminuzione della partecipazione elettorale cresceva invece grazie a Internet la partecipazione in questi Meetup. Quindi quello che in realtà è accaduto è stato che Internet ha diminuito la partecipazione elettorale non tanto creando disinteresse, quanto piuttosto spostando la partecipazione da offline a online, favorendo sia la creazione sia la crescita a livello locale di forme alternative di partecipazione politica.

In secondo luogo, abbiamo voluto analizzare gli effetti dell’introduzione di Internet nel lungo periodo, guardando nello specifico ai risultati delle ultime elezioni del 2013, anno in cui si ferma la nostra analisi. Ebbene, abbiamo rilevato che l’effetto negativo rilevato inizialmente, per cui Internet fino al 2008 aveva diminuito la partecipazione elettorale, nel 2013 si annulla. Questo dato suggerisce che quegli elettori disincantati ma politicamente impegnati che con l’avvento dell’ADSL si erano momentaneamente spostati verso forme di partecipazione politica online, siano successivamente riemersi, “rimobilizzati” in qualche modo da nuovi attori politici – nello specifico, dall’esperienza del Movimento 5 Stelle – che li hanno riportati alle urne, quindi ad una forma tradizionale di partecipazione politica.

Rimaniamo proprio sul fenomeno del Movimento 5 Stelle. Cos’è il paradigma exit-voice-loyalty, ricorrente nel suo paper?

Nel suo trattato Exit, Voice, and Loyalty, Albert Hirshman definisce queste tre voci come le tre possibili risposte che si possono dare ad un sistema che non funziona (che si tratti di sistemi politici o anche di altri sistemi privati). In un contesto in cui i cittadini sono scontenti del sistema politico, o non soddisfatti, le possibilità sono naturalmente fare voice, quindi protestare, cercare di stimolare cioè i partiti, oppure exit, uscire, e quindi astenersi. Da questo punto di vista, Internet crea una dinamica molto particolare, perché questa iniziale exit che si osserva è, in realtà, una voice, solo che da una partecipazione a forme di protesta tradizionali è diventata un andare su Internet per parlare di politica online. Essendo io un economista, possiamo dire che questo è quello che succede dal lato della “domanda” politica: c’è cioè una domanda da parte dei cittadini perché una persona specifica scenda in politica, o perché si affrontino nuovi temi, e così via. C’è poi naturalmente anche il lato dell’“offerta”, cioè la risposta dei soggetti politici alla domanda dei cittadini. Internet ha favorito questo incontro tra “domanda” e “offerta”, e quindi ha reso possibile che nuovi attori politici emergessero con più facilità: nel contesto italiano, questa è la storia del Movimento 5 Stelle. Tra l’altro, un’altra cosa diversa rispetto a quello che succedeva pre-internet, quando creare un partito politico aveva alti costi fissi, è stata che – grazie a Internet – ciò è avvenuto attraverso una semplice piattaforma a basso costo, a riprova del fatto che anche considerare il fattore economico aiuta a capire l’evoluzione di certe dinamiche. In breve, Internet ha abbassato le barriere all’entrata del mercato politico, e quindi nuovi attori hanno potuto rispondere alla “domanda” politica in tempi relativamente veloci, creando una piattaforma online e favorendo l’emergere di nuovi soggetti politici.

Un altro aspetto che oggi bisognerebbe approfondire – rispetto ai possibili effetti di Internet – è senz’altro quello della polarizzazione politica, un tema attualmente molto discusso dalla ricerca. Se da una parte l’effetto positivo delle piattaforme online è che facilitano la partecipazione politica – e far partecipare le persone alle elezioni è qualcosa di positivo, indipendentemente dalle loro idee politiche – dall’altra, un effetto molto dibattuto dell’uso di queste piattaforme è la possibilità che si crei una forte polarizzazione politica, cioè che i cittadini inizino ad avere delle posizioni politiche sempre più estreme, e quindi sempre più difficili da modificare. Questo è un problema dal punto di vista dell’attuazione delle politiche pubbliche, perché l’ideale sarebbe avere dei cittadini che “rispondono esattamente a quello che vedono”, senza essere facilmente influenzabili. Anche negli Stati Uniti questo è un tema molto dibattuto, perché i dati disponibili mostrano anche lì che la polarizzazione politica è aumentata tantissimo. È molto importante quindi capire quanto questo processo sia dovuto a Internet e quanto invece sia dovuto ad altri fattori, ad esempio ai media tradizionali, dato che anche essi stessi si sono ormai polarizzati molto.

Ritiene che i risultati della ricerca, condotta in riferimento al caso italiano, possano costituire un modello applicabile anche ad altri contesti europei ed internazionali?

Assolutamente sì: il fatto che Internet possa essere una piattaforma di mobilitazione con barriere all’ingresso relativamente basse non è certo una dinamica specifica del contesto italiano. Guardando a varie esperienze internazionali, si pensi ad esempio a Barack Obama, che è stato un cosiddetto underdog, un politico non mainstream nel suo partito, ma che è riuscito a emergere grazie ad una certa mobilitazione online. E lo stesso Donald Trump ha dichiarato che senza Internet non sarebbe Presidente, quindi ci sono varie esperienze che vanno in questa direzione. Nel paper poi citiamo anche vari altri casi, che vanno dalle esperienze dei “Partiti Pirata” scandinavi, ad alcuni partiti in India, o anche il caso di Alerei Navalny, il maggiore oppositore di Putin, che ha raggiunto una certa notorietà grazie ad un blog in cui parlava della corruzione delle imprese di stato. È chiaro che in contesti politici in cui la censura non c’è o è limitata, in cui l’accesso ad Internet è libero, o lo è almeno parzialmente, possono innescarsi queste dinamiche per cui per i nuovi soggetti politici è più facile emergere e canalizzare la “domanda” dei cittadini.

Nel paper si parla di “gruppi locali online” e di partiti “web friendly”: può descrive brevemente qual è stato il loro ruolo nelle ultime elezioni parlamentari?

Nel nostro contesto specifico, i “gruppi locali online” erano i gruppi su Meetup.com, mentre i partiti “web friendly” sono stati quei partiti che per primi hanno capito il potenziale della nuova tecnologia. A parte l’esperienza naturalmente più rilevante del Movimento 5 Stelle, è interessante ad esempio come nel nostro contesto sia emerso un altro piccolo partito, tra l’altro di economisti, che si chiamava “Fare per Fermare il Declino”: anche in quel caso tutto era iniziato con un blog, ed è stato evidente l’effetto positivo di Internet sul loro voto. Questo per affermare in generale come diversi soggetti che hanno scelto di usare Internet, una qualche piattaforma online, hanno ottenuto poi più voti nelle città dove Internet è arrivato prima, proprio perché sono riusciti a ri-mobilizzare gli elettori tramite questi canali.

Per quanto riguarda la situazione attuale, quello che sembra emergere dopo le ultime elezioni politiche è che, con l’esplodere ancora di più dell’utilizzo delle piattaforme web e dei social media, queste tecnologie continuano ad avere un ruolo importante nel mobilitare la macchina politica: si pensi alla crescita ulteriore del Movimento 5 Stelle, o alla crescita della Lega, entrambi partiti che fanno un uso molto massiccio dei social media, o di nuovo al caso di Trump negli Stati Uniti. Naturalmente però, per chiarire le relazioni di causa-effetto, vanno fatte delle analisi approfondite, quindi questo potrebbe essere argomento di future ricerche.

Concludiamo con una domanda più generica sull’attività di ricerca. Cosa pensa della ricerca finanziata in relazione a crescita e di internazionalizzazione di un Ateneo come la Luiss? 

Penso sia sicuramente importante avere da parte dell’Ateneo un supporto amministrativo, logistico e anche di supporto a questo scopo. Chiaramente i bandi europei costituiscono delle opportunità a cui tutti noi ricercatori guardiamo con interesse, cerchiamo di capire come ottenere i finanziamenti disponibili, e quindi sicuramente è fondamentale avere questo tipo supporto, o che l’Ateneo stesso ci segnali quali opportunità ci sono, dato che ce ne sono davvero molte. Allo stesso tempo però penso che sia molto importante che venga finanziata e supportata anche la cosiddetta “ricerca di base”, alimentando la quale è possibile poi arrivare ad un livello tale da permettere di ottenere i finanziamenti più prestigiosi, per i quali bisogna aver già maturato una certa esperienza e aver sviluppato la propria ricerca. Per questo ritengo siano molto importanti anche quegli incentivi e quei finanziamenti che consentono ai ricercatori di portare avanti la propria attività; finanziamenti che la Luiss ha recentemente introdotto, in quanto permettono ai ricercatori di poter arrivare poi ad un certo stadio. Perché per puntare a fare una “ricerca finanziata” bisogna prima essersi costruirti un profilo “appealing” sul piano europeo e internazionale, e quindi avere avuto delle risorse per andare all’estero, per interagire con altre realtà e per crearsi poi dei futuri team di ricerca. E quindi direi che è necessario che ci sia una certa complementarietà fra i finanziamenti destinati alla “ricerca di base” e le attività di promozione della “ricerca finanziata”.

Politics 2.0: The Multifaceted Effect of Broadband Internet on Political Participation

intervista a

Francesco Sobbrio è professore presso il Dipartimento di economia e finanza della Luiss


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