L’innovazione sociale ai tempi della polarizzazione: appunti per un’agenda radicale

22 ottobre 2019
Editoriale Open Society
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Come ci poniamo di fronte all’incertezza e alle polarizzazioni economiche e sociali della contemporaneità? come possiamo ripensare modelli di sviluppo sostenibili e adattabili a contesti diversi, con poche risorse pubbliche disponibili e l’utilizzo di strumenti finanziari emergenti?

No, non si tratta solo di risolvere le inquietudini della “classe disagiata”, di sostenere un cambio di mentalità nelle organizzazioni e di adattamento ad mercato del lavoro in rapida trasformazione, ma di affrontare le criticità nelle condizioni strutturali che il presunto ceto medio italiano ed europeo vive alle soglie del terzo ventennio degli anni 2000. 

Parliamo di “presunzione” e di “presunto ceto medio” perché per una fetta sempre più larga della popolazione raggiungere le condizioni di benessere di partenza, in cui sono nati e cresciuti,  è ad oggi un lontano miraggio

Una condizione che interessa in modo particolare la generazione che è entrata nel mondo del lavoro da una decina d’anni: con l’inizio del trend incontrovertibile di peggioramento delle condizioni di vita del ceto medio, accompagnato alla crisi delle ricette tradizionali della politica economica e una battuta d’arresto nel processo di integrazione europeo.

Se l’obiettivo è ottenere una buoni condizioni di vita e opportunità di lavoro servono nell’ordine: più competenze, più tempo e un contesto utile ad aumentare le possibilità di incontrare qualcuno e/o cogliere opportunità impreviste. 

Arrendersi a questa banale riflessione è però un’operazione inutile, occorre recuperare la competitività (e le speranze) di un intera generazione e per farlo dobbiamo rispondere a nuovo bisogno sociale che veda nel ceto medio impoverito il suo target principale.

Come sottolineato da un recente dibattito in atto tra protagonisti del mondo della sostenibilità d’impresa, occorre ricercare strumenti di policy radicali capaci di non essere in contrapposizione alla crescita, che mirino al supporto dei soggetti “periferici” uscendo fuori dal paradigma prevalente della protezione, per pensarne uno basato sull’abilitazione.

La ricerca sulle pratiche di innovazione sociale diventa a questo fine particolarmente rilevante, poiché capace di mettere in dialogo attori ed interessi diversi promuovendo istanze trasformative volte a sovvertire i meccanismi di potere che impediscono lo sviluppo di una società libera ed eguale. 

Le metodologie dell’innovazione sociale attraversano sfere d’interesse diverse e mettono in campo meccanismi di intelligenza collettiva e responsabilità condivisa, trasformando e ricombinando i tradizionali fattori produzione tramite il coinvolgimento di iniziative e attori impiegati in ruoli e settori diversi. La diffusione di queste metodologie sembra oggi delineare un’articolata comunità di pratiche capace di affermare un linguaggio sempre più comune che pervade settori molto diversi per dimensione e qualità, avvicinando attori e approcci che fino a qualche anno fa sembravano incompatibili: banche, organizzazioni della società civile, ricercatori di discipline diversi e non solo afferenti alle scienze sociali, innovatori, funzionari pubblici, liberi professionisti, fondazioni, grandi e piccole imprese private di capitali e cooperative così come le associazioni no profit.

Il vero problema è che tale comunità risulta ancora una nicchia polarizzata rispetto alla mole di organizzazioni, individui, comunità territori che vivono il paradigma dell’economia della conoscenza come un fenomeno di indebolimento economico, sociale e culturale.

Ma proviamo a fare un passo indietro.

 

La trappola della polarizzazione: l’esempio del lavoro

Sia letteratura grigia che quella accademica da un po di anni racconta come sempre meno lavoratori con qualifiche mediane riescono a raggiungere buoni livelli di stabilità e qualità nelle opportunità di occupazione.

 Stiamo assistendo ad un progressivo ed inesorabile rafforzamento della polarizzazione del mercato del lavoro, per il quale a crescere maggiormente sono le professioni a elevata specializzazione (e remunerazione) e quelle a bassa qualifica, poco pagate, a discapito delle professioni intermedie, che da almeno dieci anni hanno registrato un lento e inesorabile declino. 

Un fenomeno particolarmente critico se osserviamo l’impatto che la polarizzazione ha avuto nella stagnazione delle condizioni di vita della classe media in Italia come in gran parte dell’Europa, come magistralmente descritto dal rapporto OECD del 2019 “Under Pressure: The Squeezed Middle Class”.

Sulla polarizzazione la letteratura nazionale ed internazionale convergere nell’analisi dei fattori principali, parametrando le aree di intervento: 

Da un lato, l’innovazione tecnologica e i processi di deindustrializzazione in atto hanno causato la perdita di migliaia di posti di lavoro e imprese nel settore manifatturiero e artigianale così come di stagnazione nei servizi commerciali. 

Dall’altro l’Industria 4.0 e le nuove esigenze di internazionalizzazione delle nostre imprese hanno inciso profondamente sul sistema produttivo locale, determinando l’emergere di nuovi fabbisogni professionali ma anche la tendenza all’esternalizzazione di intere fasi della catena produttiva. 

I vecchi appartenenti al ceto medio (come commercianti, artigiani e professionisti generalisti del terziario) sono entrati in una crisi che strutturale esito di una crisi delle competenze, ormai squalificate se non rigenerate in modo robusto. Un mercato dove la concorrenza sempre più spietata dei servizi offerti da gig e platform economy , indebolisce la competitività dei servizi tradizionali e delle competenze professionali medio basse, offrendo prestazioni a basso costo basate sull’uso disruptive ed efficace del digital market place

Per quanto riguarda i giovani, i dati sembrano raccontare di una rinuncia in partenza alla possibilità di raggiungere le condizioni di vita di partenza con una situazione precaria esacerbata dall’aumento dei costi della vita e della casa rispetto ai redditi. 

L’Italia non è sola nell’affrontare questa enorme sfida, si tratta di un tema che attraversa l’intera Europa.  Le previsioni sui trend futuri di crescita dell’area EU28 vedono accompagnare ad una costante crescita dei PIL complessivo dell’eurozona, una riduzione della qualità della forza lavoro e a un suo progressivo invecchiamento. 

 

Figura

Trend di Popolazione, variazione del PIL e occupazione in Europa (EU Commission, The Future of Cities, 2019)

Ovviamente questa situazione è particolarmente rilevante in Italia, dove un’istruzione con performance deboli e disuguali (osservabili facilmente dall’analisi proposta da alcuni report nazionali ed internazionali) abbinata ad un economia in stagnazione (e un sistema di tassazione su lavoro e imprese tra i più incisivi dei paesi OECD) penalizza la maggior parte dei lavoratori. Ad oggi, a salvarsi sono sicuramente coloro che, grazie alle migliori condizioni di partenza, sono riusciti ad investire il proprio capitale in un patrimonio immobiliare capace di restituire un minimo di stabilità. 
Il tema della qualità del lavoro è inoltre un tema critico per la struttura economica delle città italiane: nel 2015 il reddito medio pro capite delle aree più densamente popolate risultava inferiore al 2011, mentre nelle stesse aree dell’eurozona il reddito medio è cresciuto (In Italia 19.312 euro nel 2015 da 19.395 nel 2011; in EU28 (19.728 euro nel 2015 da 18.659 euro nel 2011).

 

Grafico I

Grafico 2

Dati sulla percentuale di famiglie che rientrano nel ceto medio a parità di età (20-30) relativo a diverse generazioni (sopra) e trend sui costi medi delle abitazioni raffrontati con i redditi medi (OECD, 2019)

 

Un nuovo presunto ceto medio vive dunque il mercato del lavoro con fragilità (o precarietà, se preferite), con scarse possibilità di mobilità sociale e dunque di crescita professionale appagante, la cui unica vera uscita è rappresentata da percorsi di formazione costosi e iper-selettivi capaci di trasformarli in super-competenti (es. MBA). 

Chi non riesce è scaraventato nell’opzione di diventare un solopreneur,  dove la roulette russa della partita iva (con i pochi diritti e le poche tutele che ne conseguono) diventa la rischiosa panacea di un mercato del lavoro che rende “immobili”.

È qui che le motivazioni della violenta risposta politico/elettorale allo status quo diventano auto-evidenti: finché le politiche non apriranno competenze e mercati ad un giovane e rinnovato ceto medio il rischio più grande che corriamo è quello della crescita di consenso del sovranismo, con ricette reazionarie volte a rallentare il progresso della società aperta. 

La rivincita dei luoghi (e delle persone) che non contano (come direbbe qualcuno) diventa la declinazione geografica della perdita di consenso dei partiti “di sistema” nelle aree in cui le politiche non riescono ad essere incisive come laddove insistono le economie di agglomerazione.

Si parla spesso del divario tra città e campagna come discrimine per cui il ceto medio impoverito e arrabbiato trova il suo epicentro. Ma non è sempre così o meglio questo punto di vista rischia di farci perdere di vista la più importante contrapposizione tra centro e periferia. Se nelle maggiori città europee si assiste ad un exploit di attività̀ imprenditoriali legate alla creatività̀ e all’innovazione come prodotto diretto del paradigma dell’economia della conoscenza, allo stesso tempo possiamo osservare come questo generi disuguaglianze che minano l’inclusione di aree, organizzazioni e popolazioni urbane svantaggiate. Il divario che si sta creando tra piccole imprese e multinazionali sembra rispecchiare la dicotomia localizzativa delle funzioni urbane: principalmente concentrate nei centri finanziari delle metropoli e rarefatte nelle aree periferiche. 

 

Perché l’innovazione sociale?

Allo stesso tempo, crescono gli effetti indiretti dell’economia della conoscenza, dell’innovazione e della creatività: l’economia si sta “culturalizzando” attraverso l’aumento del contenuto immateriale di beni e servizi; le competenze di tipo culturale e creativo – non fungibili per definizione – vengono ricercate in settori diversificati, in particolare servizi commerciali che si sviluppano in ambito urbano, sempre più intrecciati con le manifatture artigianali e digitali, con i nuovi media, il design, l’arte e la moda. 

Per questo motivo, l’attenzione di ricercatori e policy-maker sulle misurazioni dei benefici prodotti dalle attività economiche si sta spostando oltre l’analisi delle mere performance strutturali dei comparti, verso una lettura dell’impatto complessivo sugli ecosistemi territoriali e sociali su cui le iniziative e le imprese si inseriscono, che a volte possono produrre effetti indiretti in ambiti imprevisti (spill-over effect). 

In Italia e in Europa questi ecosistemi diventano il vero asset su cui nuove PMI creative basano il loro modello imprenditoriale: sulla qualità artigianale delle produzioni, contraddistinte dal forte legame con progetti creativi di prossimità, con nuova sensibilità legata ai temi della sostenibilità sociale e ambientale. 

Queste imprese diventano “luoghi di innovazione” come piattaforme dove crescono opportunità lavorative per individui e popolazioni con competenze diverse, dove la loro nascita e crescita in aree periferiche rappresenta un obiettivo delle pubbliche amministrazione come strumento di contrasto all’emarginazione e uno strumento di riscatto per interi quartieri e le comunità che li abitano. Nella visione di uno sviluppo economico urbano che sia sostenibile e capace di sostenere processi di “Intelligenza collettiva” e costruzione di multiformi legami di prossimità (a là Boschma) per produrre benessere, ricchezza e opportunità di realizzazione individuale. 

In questa fase di transizione tecnologica e organizzativa, la competitività dei territori è dipendente dunque da politiche capaci di sostenere quelli che sono gli effetti indiretti dell’economia della conoscenza, dell’innovazione e della creatività attraverso misure di sostegno agli ecosistemi innovativi:  per valorizzare il contenuto immateriale di beni e servizi, diffondendo competenze di tipo culturale e creativo nei servizi artigianali e commerciali che si sviluppano in ambito urbano,  sempre più intrecciati con le produzioni manifatturiere in specializzazioni diverse e peculiari.  

Seppur possiamo osservare un grande potenziale trasformativo mostrato da questa “nicchia” di organizzazioni innovative (spesso localizzate in contesti capaci) è evidente la scarsa incisività del settore in una scala più ampia, con le politiche attuali che spesso incoraggiano gli stessi schemi disuguaglianze distributive e forme di polarizzazione. Nel contesto italiano il sistema di policy a sostegno delle imprese e degli ecosistemi innovativi è stato infatti principalmente sostenuto con risorse pubbliche, un paradigma che ha evidenziato risultati poco efficaci soprattutto se confrontati con gli esiti relativi alla creazione di posti di lavoro.

Complice la scarsa definizione e strutturazione del settore (connaturata alla sua natura creativa), la difficoltà del settore finanziario, e la necessità di adeguamento a continue innovazioni tecnologiche, il nuovo ceto medio fa un’immensa fatica a investire in iniziative imprenditoriali capaci di tenere insieme innovazione sociale e sostenibilità delle operazioni, in particolare nei contesti deprivati delle nostre città.  

 

Per un’agenda radicale di innovazione sociale

Serve in questo senso una nuova agenda di politiche pubbliche che lavori affinché le opportunità che derivano dall’innovazione tecnologica possano combinarsi con inclusione sociale e produzione di benefici diffusi sui territori.  Ne propongo di seguito un trittico:

La necessità di riconoscere come nuova fragilità l’inclusione dei soggetti che hanno subito gli effetti della polarizzazione del mercato del lavoro. Attualmente gli ecosistemi innovativi sono contraddistinti dalla crescita delle professioni a elevata specializzazione (e remunerazione) che polarizzano le funzioni verso l’alto generando (a lungo andare) perdite di addetti e imprese commerciali, artigianali e della manifattura riflettute a loro volta dall’impoverimento di comunità e quartieri. Per rilanciare gli investimenti in questo settore, occorre indirizzare in modo più forte il matching con il settore della finanza ad impatto verso obiettivi non solamente indirizzati alle forme estreme di esclusione. In italia possiamo osservare come ad una presenza sovrabbondante di capitali corrisponde una domanda scarsa, in particolar modo sulle bacino di iniziative potenziale come le micro e PMI dei settori manifatturiero, artigianale e dei servizi commerciale. 

I dati del Social Impact Outlook presentato da Tiresia nel marzo 2018 sono chiari: in Italia a fronte di capitali impact per 210,5 milioni di euro si stima ci siano appena 627 imprese (sociali) pronte ad accogliere investimenti. Una dotazione di risorse finanziarie a cui non corrisponde una platea di iniziative mature ad attivare questi strumenti finanziari.   

Una dotazione di risorse finanziarie a cui non corrisponde una platea di iniziative mature ad attivare questi strumenti finanziari, fuoriuscendo dalla cultura d’impatto legato alle tradizionali formule di “welfare sussidiario” delle imprese e cooperative sociali, mirando a formule di inclusione basate sulla costruzione di opportunità di lavoro di qualità e di modelli d’impresa volti a costruire legami di prossimità e servizi virtuosi rispetto ai contesti in cui si inseriscono. A tal fine, il Fondo Governativo per l’Innovazione Sociale rappresenta un’ottima occasione per sperimentare progetti che guardano in questa direzione.

L’allargamento del concetto di innovazione mainstream verso modelli ed ecosistemi di business radicati nei territori, identificando e testando le performance e i vantaggi competitivi derivanti dalla capacità di produrre benefici diffusi sul territorio e mettere insieme filiere locali materiali e immateriali. L’opportunità di costruire ecosistemi modellati in questo modo può diventare il vero asset su cui nuove PMI innovative possono diffondere una nuova cultura dell’impatto: basato sul recupero dei saperi artigianali locali delle produzioni e sul loro valore immateriale, contraddistinto dal forte legame territoriale con progetti creativi di prossimità con nuova sensibilità legata ai temi della sostenibilità sociale e ambientale delle produzioni.

Occorre costruire un nuovo quadro sinottico dell’innovazione capace di sistematizzare da un lato le esperienze virtuose e gli  outcomes raccolti dalle nicchie di sperimentazione e dall’altro i recenti trend osservati sul mercato.

Innovazione Sociale: basate sulla costruzione di “filiere di prossimità” sociale, culturale ed economica con le comunità locali (es. caratterizzate da una bassa soglia di accesso in ognuna nelle  attività programmate e in una fruizione diversa e variegata degli spazi, basate su uno scambio sostenibile di input ed output delle produzioni sul modello della circular economy);

Innovazione di Prodotto/Servizio: orientate ai nuovi bisogni e ai trend emergenti inquadrati nel framework di sostenibilità (es. prodotti che riguardano la salute e il benessere delle persone, producendo valore tramite la valorizzazione dell’esperienza e il superamento dei rapporti tradizionali di produzione/consumo);

Innovazione di Processo: capaci di diffondere pratiche di produzione responsabile, sostenibile e trasparente rispetto ai clienti/consumatori, interagendo con le comunità di riferimento tramite la sperimentazione di strumenti digitali nell’offerta di servizi e beni prodotti.

La sperimentazione di sistemi di accelerazione innovativi: che combinano strumenti di progettazione innovativa classica (es. lean startup) con business di prossimità, con l’idea di trasformare l’attuale paradigma del sostegno alle imprese, dove l’innovazione rischia di accentuare la polarizzazione con scarsa attenzione ai temi dell’inclusione e del radicamento territoriale dei modelli di business. 

Le politiche devono sostenere un ecosistema fatto di iniziative, luoghi e reti capaci di sfruttare le opportunità derivanti dall’industria 4.0 e del digital market place: promuovendo sistemi di disintermediazione nel rapporto tra utenti/consumatori dei servizi e dei beni prodotti tramite la definizione di legami di prossimità. Il potenziale di replicabilità deriva dalla flessibilità connaturata alle micro imprese e dalle PMI di diffondere in modo capillare innovazioni tecnologiche e sociali, come sostenuto dall’analisi dei benefici delle policy a sostegno di ecosistemi innovativi aperti e inclusivi

Occorre pensare a strategie complesse capace di mettere risorse e competenze diffuse sui territori in piattaforme dedicata all’inclusione e all’accelerazione di iniziative imprenditoriali per il ceto medio. La costruzione di opportunità di lavoro tramite questi servizi di sostegno ad iniziative imprenditoriali innovative può diventare il fulcro di più ampie agende di sviluppo territoriale e urbano incentrato sulla creazione di ecosistemi di prossimità (Su questo tema la vision con cui è nato il network globale FabCity rappresenta un esempio importantissimo), con capacità replicabilità e scalabili a seconda della scala dei programmi: indirizzati ad aree categorie di immobili pubblici  o settori peculiari (es. smart cities, food policy, etc.).  

Un rigraziamento speciale va a Rosa Maria Bitetti per le revisioni e le discussioni tematiche sul saggio

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L'autore

Luca Tricarico è Post-doctoral Researcher presso il Department of Business and Management


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