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L’innovazione sociale come pratica radicale. Paolo Venturi risponde a Luca Tricarico sulla radicalità come orizzonte dell’innovazione

Caro Luca,

ho letto con molto interesse il tuo articolo [1] e prendo atto che anche tu non rinunci ad invocare la radicalità come orizzonte dell’innovazione (anch’io per altro, non mi son sottratto in molte occasioni dal ribadirne la rilevanza [2]).

La radicalità, ha ormai un valore segnaletico nelle tesi e nelle proposte, ossia quello di centrare, enfatizzare i tratti “non negoziabili”, ritenuti prioritari, distintivi di temi ormai assimilati a mega-trend come l’innovazione, impatto, l’inclusione, la socialità, ecc. Il senso e l’obiettivo è quello di frantumare la bolla di conversazioni spesso tautologiche e strumentali dentro cui molte conversazioni nascono e si alimentano, con l’intento di distinguersi da ciò che “radicale non è”.

Ma cos’è radicale? Luca tu non solo metti molta carne sul fuoco, stimolando molte riflessioni (alcune credo volutamente provocatorie), ma proponi anche una agenda di azioni concrete, su cui sarebbe bello conversare approfonditamente (cosa che in una sola risposta, non riesco a fare del tutto). A mio modesto avviso la dimensione radicale dell’innovazione sociale non è un richiamo all’adeguatezza della prassi, bensì chiama in causa l’emersione della “radice” ossia dell’essenza  insita nell’oggetto della nostra riflessione: un oggetto svuotato o ridotto nella sua essenza, non è appena depotenziato o strumentalizzato, ma diventa un’altra cosa. Oltre a ciò il contributo ulteriore che la radicalità restituisce alle strategie è quello di dilatare l’orizzonte temporale: è sotto gli occhi di tutti infatti come l’impoverimento del “pensiero pensante” ai danni del “pensiero calcolante”, renda le imprese, le politiche e l’innovazione sempre più fragili e quindi meno sostenibili. Ci siamo appellati e lo stiamo facendo tutt’ora ad un sempre più urgente “cambio di paradigma” ma ancora manca una risposta corale capace di mettere in discussione i modelli di sviluppo dominanti (di cui spesso celebriamo le innovazioni in ambito sociale).  L’innovazione sociale come agenda diffusa sui territori credo sia un buon punto di partenza per misurare le intenzioni e le azioni coerenti su sfide comuni, territoriali.  Non si tratta di mettere in campo una contro-narrazione rispetto ai modelli di sviluppo mainstream, ma di proporre un insieme di pratiche fra soggetti diversi che aspirino a costruire una concreta alternativa nei modi di immaginare il futuro dei territori.

La radicalità, chiede infatti a chi la coltiva, l’obbligo di dar conto (o meglio di rendersi conto) di ciò a cui si è radicati (come dicono gli amici di Kilowatt [3]). In altri termini la radicalità nelle imprese come nelle politiche pubbliche sperimentali non è neutra dal percorso (path dependence) e dai luoghi in cui si genera: l’educazione e le norme sociali che ci precedono si fanno indubbiamente sentire quando siamo chiamati a decidere e questo non deve mai scandalizzarci, anzi deve essere una ricchezza. Detto ciò, la “radicalità” dell’innovazione sociale (intesa appunto come alchimia di variabili significative con cui attiviamo meccanismi di intelligenza collettiva per produrre valore condiviso) potrei riassumerla in 4 vettori che reputo “essenziali” sia nelle pratiche che nelle strategie (o policy):

In conclusione la radicalità dell’innovazione è un percorso che domanda una trasformazione nella misura in cui tutti i soggetti in campo saranno in grado di “andare oltre sé” un po’ come suggerisce A. Camus quando dice “Perché un pensiero cambi il mondo, bisogna che prima cambi la vita di colui che l’esprime.

Un caro saluto con l’augurio di affrontare la sfida della radicalità insieme,

Paolo