Terzo Rapporto sul divario generazionale: il 2020 alle porte ma i giovani alla finestra

2 dicembre 2019
Editoriale Open Society
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L’introduzione del Pilastro europeo dei diritti sociali approvato dai paesi membri dell’UE il 17 novembre a Göteborg ha fornito una prima piattaforma condivisa di strumenti per fronteggiare, da un lato il persistere -in taluni casi l’acuirsi – delle differenze tra i più ricchi e i più poveri, dall’altro l’emergere di una sempre maggiore insicurezza sociale generata dalla radicale trasformazione del mercato del lavoro e dalla fragilità nel lungo periodo del sistema di welfare.

Il mancato raggiungimento dell’obiettivo fissato dalla Strategia di Europa 2020, che traguardava per l’anno prossimo la consistente riduzione della povertà, ha drammaticamente riportato l’attenzione sull’intervento preventivo rivolto alle famiglie a rischio di povertà. Interventi che hanno ridotto e riducono il numero dei poveri dopo gli interventi sociali in paesi come la Francia ma non ha portato sinora significativi risultati in Italia.

Se tuttavia gli obiettivi sono condivisi, meno lo sono gli strumenti da utilizzare per raggiungerli e ancora meno la quantità di risorse da mettere in gioco. Il dibattito in Italia circa l’introduzione del reddito di cittadinanza e la sua successiva attuazione ne sono una evidente testimonianza.

L’eccessivo onere finanziario richiesto per l’introduzione del Reddito Universale di base (Universal Basic Income – UBI) ha stimolato un ampio dibattito a livello internazionale anche sull’opportunità di immaginare dei possibili modelli di “reddito di base” da destinare esclusivamente alle classi di età più giovane, non solo come strumenti di sostegno economico, ma anche come possibili leve di sviluppo umano nel medio lungo periodo.

Tale modello sperimentale, definito “YBI” (“Youth Basic Income”) prevede il riconoscimento di un sostegno economico, su base individuale, a un target specifico di giovani, a prescindere dalle loro effettive condizioni economiche. Lo YBI si differenzierebbe, dunque, dall’UBI per la sua natura “generazionale” (si rivolge esclusivamente alle nuove generazioni) e non universale; allo stesso tempo, in linea con il “reddito universale di base”, si caratterizzerebbe per essere una misura assistenziale (non eroga servizi/prestazioni ma denaro), individuale e periodica.

Le esperienze più interessanti in tal senso sono da ricercare in alcuni Paesi extra-europei (Nuova Zelanda, Sud Corea, Australia) che da tempo dispongono di innovative strategie di politica intergenerazionale focalizzate non solo sul supporto al giovane nelle fasi iniziali del proprio percorso di maturità (istruzione e accesso al mercato del lavoro), ma anche in quelle successive, come l’accesso alla prima abitazione, la salute, e la nuova famiglia.

Il terzo Rapporto sul divario generazionale, a cura della Fondazione Bruno Visentini, che sarà presentato alla LUISS il prossimo 5 dicembre, dedica un capitolo proprio alla disanima di queste esperiente e dunque ad esso si rimanda per gli specifici riferimenti (AAVV, Il divario Generazionale e il Reddito di OpportunitàIII Rapporto 2019, Luiss University Press, Roma dicembre 2019).

Voglio qui invece concentrarmi sulla proposta, già formulata nel precedente Rapporto sul divario generazionale  e ulteriormente articolata in quello appena citata e presentato anche su questa rivista nei mesi scorsi in occasione della settimana mondiale dell’equità intergenerazionale  e che può essere definito come il “reddito di opportunità”

Lo strumento operativo è un conto individuale (denominato “una mano per contare”) che fornisce ai giovani l’opportunità di presentarsi per tempo e preparati ai grandi appuntamenti della vita, varcando le cosiddette tre porte: casa, lavoro, famiglia.  Lo strumento in questione permette l’acquisizione di beni e servizi per progredire in cinque differenti livelli (le cinque dita della mano, da cui il nome al conto): a) il processo educativo e l’acquisizione di nuove competenze; b) il processo professionale in una nuova strategia di specializzazione; c) il passaggio dalla scuola al lavoro; d) il passaggio dalle idee ai progetti imprenditoriali; e) l’alloggio e la mobilità.

Secondo questa piattaforma, i beneficiari, per avere l’opportunità di aprire le loro “porte” più facilmente, possono acquisire, per un periodo di circa vent’anni (da 16 a 34 anni) servizi / benefici / sgravi fiscali per integrare le loro esperienze dell’apprendimento basato sul lavoro, per sviluppare la ricerca nelle aziende e per finanziare l’orientamento al lavoro, la formazione continua, l’attività imprenditoriale e l’alloggio e i servizi di supporto per la loro giovane famiglia.

L’importo totale proposto del reddito di opportunità è stimato in 20.000 euro per ciascun beneficiario per l’intero periodo. Una prima simulazione illustrata nel citato Rapporto 2019 (AAVV, Il divario Generazionale e il Reddito di OpportunitàIII Rapporto 2019, cit.) spiega come con la mobilitazione di circa 4,6 miliardi su base annua, sarebbe possibile intervenire su oltre 2 milioni di giovani. Immaginando di riservare prevalentemente il reddito di opportunità ai giovani NEET under 35 anni, ciò significherebbe interessare oltre i 2/3 di questi ultimi e un miglioramento dell’Indice del Divario generazionale al 2023 di 4-6 punti, riportandolo quantomeno alla situazione ante 2010.

Si tratta naturalmente di una proposta tecnica, il cui dibattito con le parti sociali e le forze politiche prenderà il via proprio il 5 dicembre prossimo, ma sin da ora mi preme sottolineare come il reddito di opportunità (ascrivibile al modello del YBI ma in forma evoluta perché presuppone un beneficiario non passivo ma proattivo e l’erogazione non di denaro ma di beni e servizi), non è una misura alternativa al reddito di cittadinanza ma integrativa di quest’ultimo

Il perché lo si comprende bene dalle modalità proposte per la sua copertura, in parte rinveniente dalla ridefinizione radicale della Garanzia Giovani e di altre misure definibili “generazionali”, già messe in campo dalle recenti Leggi di Bilancio, ma anche da una parziale concentrazione del reddito di cittadinanza sui giovani, ridefinendo i paletti di acceso e le modalità di impego delle risorse a questo collegato.

IL 2020 è alle porte così come la scadenza degli impegni presi dal nostro paese nel quadro dell’Agenda 2030 per lo sviluppo sostenibile, che impone di dare corso al target 8b “Entro il 2020, sviluppare e rendere operativa una strategia globale per l’occupazione giovanile e l’attuazione del “Patto globale dell’Organizzazione Internazionale del Lavoro”. Dunque, oltre al consenso sugli obiettivi, urge ora trovare una condivisione di strumenti e di tempi per la concreta ed efficace attuazione. I giovani non possono rimanere ancora alla finestra.

L'autore

Luciano Monti è docente di Politiche dell’Unione Europa alla LUISS e condirettore scientifico della Fondazione Bruno Visentini


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